29 ottobre 2016

Intervista a Jean-Pierre e Luc Dardenne su La Ragazza Senza Nome

Abbiamo incontrato a Milano i due registi belgi, che ci hanno parlato della loro nuova opera, accorciata di 7 minuti rispetto alla versione presentata al Festival di Cannes

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29 ottobre 2016
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Ambientata nella periferia di Liegi, quella de La Ragazza Senza Nome (La Fille inconnue) è una storia di rimorsi, vergogne e paure che ha per protagonista la dottoressa Jenny (Adèle Haenel) la quale, dopo aver terminato le visite nell’ambulatorio dove lavora come medico sostituto, sente suonare il campanello ma decide di non aprire perché l’orario di lavoro è terminato. Verrà poi a scoprire che la ragazza che aveva suonato è stata trovata morta quella stessa sera. Presa dal senso di colpa, inizia la sua personale indagine per scoprire di chi si trattava e perché stava cercando aiuto. Nel cercare la verità, ritroverà anche sé stessa.

locandina-la-ragazza-senza-nomeA proposito dei comici si sente dire spesso che fanno ridere in scena ma nella vita privati sono quasi tutti ombrosi. Per i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, autori dell’opera, è vero il contrario: nei loro lavori non vi è quasi mai spazio per quel buonumore e quella serenità di cui si connota il loro carattere, come abbiamo avuto modo di constatare incontrandoli a Milano, dove sono venuti a presentare La Ragazza Senza Nome in occasione dell’uscita nelle sale italiane (27 ottobre).

Presentato in anteprima all’ultimo Festival del Cinema di Cannes – dove i Dardenne sono di casa, avendo già conquistato per due volte la Palma d’Oro con Rosetta (1999) e L’enfant (2005) – è stato distribuito in una versione di sette minuti inferiore rispetto alla prima proiezione. Abbiamo domandato il motivo di questo taglio agli autori del film. “Prima della proiezione a Cannes avevamo dubbi su una certa scena. Dopo, alcuni critici nostri amici ci hanno segnalato che il film aveva qualche problema di ritmo. Allora siamo tornati in Belgio e abbiamo chiesto alla montatrice di tagliare quella scena. In quell’occasione, la nostra collaboratrice ci ha fatto notare che si poteva migliorare ancor più il ritmo, sforbiciando qualcos’altro qua e là nel rispetto delle sequenze originarie”. Con il nuovo montaggio il film ha acquisito una fisionomia leggermente diversa. “Siamo riusciti a migliorare l’equilibrio tra l’ossessione di cui diventa vittima Jenny e il fatto che ella continui a svolgere la sua professione di medico con la massima attenzione verso i malati. In questo modo l’effetto percepito dallo spettatore è di sentirsi maggiormente nella testa di Jenny e meno nella cronaca del film, che era il risultato che intendevamo ottenere e che non eravamo riusciti a raggiungere con la prima versione”. Commentano tra il serio e il faceto il motivo di questo difetto iniziale: “Per la prima volta non ci siamo presi le due settimane di pausa che abitualmente osserviamo dopo aver girato tutte le scene, in modo da prendere la giusta distanza dal film; così siamo arrivati in fase di montaggio senza la giusta testa. Non commetteremo mai più questo errore: faremo sempre quindici giorni di vacanza alla fine delle riprese di ogni film. Magari in Italia, perché no?“. Anche allo spettatore può capitare di essere dentro al film oppure di guardarlo da fuori. “A noi piace che chi guarda il film possa partecipare alle emozioni dei personaggi, fino anche ad immedesimarsi con essi: non li consideriamo asserviti alla storia, ma figure reali. Per questo poniamo la camera alla loro stessa altezza, senza inquadrarli mai dall’alto in basso. Poi, naturalmente, vi sono aspetti di regia, di scenografia etc. che possono portare lo spettatore a ricordarsi che sta guardando un film. Entrambe le prospettive sono importanti”.

la-ragazza-senza-nomeUna ricerca di realtà e un modo asciutto di raccontarla che ricorda un po’ lo stile di un illustre concittadino dei Dardenne, Georges Simenon: “Anche le sue storie sono ambientate talvolta nella provincia di Liegi, ma in verità non avvertiamo una grande analogia con lui. La protagonista del nostro film conduce una sua personale indagine, ma non lo fa con lo spirito del Commissario Maigret: intanto, a differenza di un poliziotto, non è interessata a scoprire chi è il colpevole ma chi è la vittima. In quanto medico è vincolata al segreto professionale: assomiglia di più a un sacerdote al quale gli altri tendono a dire la verità perché sanno che non verranno giudicati. Inoltre, il motivo per cui compie la sua ricerca è il senso di colpa”.Un personaggio non facile da interpretare. “Noi avevamo in mente la storia di un medico, alcune immagini iniziali (il campanello che suona, la ragazza spaventata…), una sceneggiatura già in parte sviluppata. Ma il film non ci sarebbe stato senza Adele Haenel. Questa ragazza, che abbiamo incontrato per caso, aveva la giusta innocenza nello sguardo e abbiamo capito che sarebbe stata l’interprete perfetta. Tanto è vero che per lei abbiamo modificato un po’ il personaggio, che nella nostra idea iniziale doveva essere più vecchio“. La figura della dottoressa è dunque la chiave del film. “E’ un personaggio mosso da una specie di follia, perché nella sua mente abita un’altra persona. Una specie di santo laico che si chiama fuori da una società spesso così cinica e conformista per condurre una missione in cui crede, a costo di sacrificare la propria carriera. Difficile trovare chi compia una scelta di questo genere”.

Una grande anomalia, quindi, la dottoressa rispetto al mondo d’oggi. “Certo. Proprio per contrasto abbiamo voluto inserire richiami ad alcuni aspetti dell’attualità, fatta di migranti, di Europa che discute se accogliere oppure o no. Di tante persone che si ritrovano a non poter lasciare traccia del loro percorso sulla terra”. Questa ricerca di realtà e attualità ha indotto gli autori a tornare all’antico, rinunciando nuovamente alla musica, a differenza di quanto era accaduto con i loro ultimi due lavori, Il ragazzo con la bicicletta e Due giorni una notte. “Per la storia che volevamo raccontare la musica avrebbe finito con l’avere un effetto ridondante: avrebbe sporcato il film, impedendo di sentire i rumori di fondo. Preferiamo che si possa ascoltare il rumore di un camion che passa sulla tangenziale. E quando in sottofondo non ci sono rumori, si può ascoltare il silenzio”.

Di seguito il trailer ufficiale italiano di La Ragazza Senza Nome:

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Titolo
Intervista a Jean-Pierre e Luc Dardenne su La Ragazza Senza Nome
Descrizione
Abbiamo incontrato a Milano i due registi belgi, che ci hanno parlato della loro nuova opera, accorciata di 7 minuti rispetto alla versione presentata al Festival di Cannes
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Il Cineocchio
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