The Movie Db/10
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11 dicembre 2017

Intervista esclusiva | Juan Carlos Medina ci parla di The Limehouse Golem

Abbiamo incontrato il regista spagnolo, che ci ha parlato del maniacale adattamento del whodunit vittoriano, dalle fonti pittoriche scelte al rimpianto per la precoce scomparsa di Alan Rickman

Ci sono voluti quattro anni prima che lo spagnolo Juan Carlos Medina tornasse a dirigere un film. Era infatti il 2012 quando il nome del regista aveva cominciato a circolare tra gli appassionati di genere grazie al fantasy thriller Insensibles e ora abbiamo avuto l’occasione di incontrarlo faccia a faccia per parlare della sua opera seconda The Limehouse Golem, mistery di ambientazione vittoriana tratto dal romanzo Dan Leno and the Limehouse Golem di Peter Ackroyd, adattato da Jane Goldman e con protagonisti Olivia Cooke (Ready Player One), Sam Reid e Bill Nighy (la nostra recensione).

Come hai approcciato il romanzo alla base del film e che tipo ti studi hai dovuto fare per ricostruire quel periodo storico?

 Sono un grande fan dello scrittore, Peter Ackroyd. Ho letto ovviamente The Trial of Elizabeth Cree [titolo alternativo di Dan Leno and the Limehouse Golem] e un paio di altri romanzi storici. Di suo ho letto anche London: The Biography, uno di libri più avvincenti che potrai mai leggere su Londra. Ero molto affascinato dal materiale di partenza quindi e ho lavorato con la sceneggiatrice Jane Goldman, che alle spalle ha film come Stardust, Kick-Ass e The Woman in Black. Lo script mi ha stregato fino alla fine, perchè possedeva tutte quelle caratteristiche che volevo portare in vita sullo schermo, il mix di generi, la complessità della narrazione e dei personaggi, le difficoltà di quel periodo, il mondo quasi fantastico e apocalittico raccontato da William Blake e Gustave Doré  …

Quindi sei sempre stato appassionato di epoca vittoriana

Si, decisamente. Cose come i film sui serial killer o i whodunit … Per questo ho detto subito di si quando mi hanno proposto The Limehouse Golem, nonostante le sfide implicite di una trama del genere, con l’indagine e la rivelazione finale. Come sai, lo stesso Alfred Hitchcock aveva diffidenza verso il giallo deduttivo, perchè diceva che la gente li andava a vedere aspettando soltanto la spiegazione del mistero alla fine. Sapendo questo, ho cercato di mettere qualcosa in più nel mio film, cercando di scavare nelle motivazioni del killer ad esempio.

Dimmi qualcosa sui set, come li avete ricostruiti?

Ho incontrato diversi production designer, poi alla fine ho conosciuto l’incredibile Grant Montgomery, che aveva lavorato in alcuni grandi serie nel Regno Unito, e con lui abbiamo parlato dell’arte in quel periodo, di Blake, Doré, dei preraffaelliti, di Giovanni Battista Piranesi, John Martin … e questo ha innescato il suo interesse nel voler ricostruire quegli ambienti e di quelle strade, da un lato il mondo del cabaret più popolare, dall’altro quello più barocco e folle sullo stile di Scarpette Rosse o Narciso nero di Michael Powell o delle pellicole di Ken Russell, così british, romantico ed eccessivo. Ci siamo trovati molto bene quindi e abbiamo incominciato a fare molti disegni e illustrazioni. Avevamo una stanza piena di dipinti e fotografie … Ho chiesto però a Grant di ricreare i set solo dopo aver deciso come avrei mosso la telecamera.

Venendo agli attori, so che avrebbe dovuto partecipare alle riprese anche Alan Rickman, che però è purtroppo scomparso prima dell’inizio delle riprese

Conobbi Alan nel 2014, era un grande fan del progetto, e io del suo lavoro. Così abbiamo lavorato insieme sulla sceneggiatura. Siamo diventati amici … era un persona di animo nobile … Poi poco prima di iniziare i produttori mi chiamarono dicendomi che era molto malato e che non avrebbe potuto prendere parte al film. E’ stata un’esperienza molto dolorosa dover ripensare a tutto senza di lui. E’ stato un miracolo che Bill Nighy fosse disponibile e che gli fosse piaciuto lo script … Anche Alan fu contento della sua scelta. 

Cosa mi dici invece di Olivia Cooke?

Beh, lei era già ben conosciuta per i ruoli nella serie Bates Motel o in The Signal … E’ una delle poche attrici giovani in grado di interpretare qualsiasi ruolo credo, drammatico o comico.

Hai chiesto agli attori di leggere il libro o di prepararsi in altro modo per calarsi pienamente nel contesto storico?

Ho chiesto loro di leggere il romanzo alla base del film, che poi è un diario di John Cree stesso e di provare a entrare nella mente di questo personaggio per capire il modo in cui agisce e vede Londra, come descrive la situazione intorno a lui … Ho consigliato loro – ma anche al sound designer – anche il libro di Akroyd su Londra, una grande fonte di informazioni e dettagli. Montgomery invece li conosceva già entrambi. Ho in particolare evidenziato loro alcuni capitoli, più importanti e significativi per la visione che avevo nella mia mente.

Dimmi invece qualcosa sulla fotografia, decisamente ricercata e altrettanto importante. 

La mia intenzione era di creare un film che avesse un aspetto soggettivo, che invece di sembrare realistico apparisse più ispirato alle opere degli artisti dell’epoca, perchè passiamo la maggior parte del minutaggio a vedere attraverso gli occhi o la mente di certi personaggi … Ad esempio la luce lunare è ispirata ai dipinti di John Atkinson Grimshaw.

C’è stato qualche aspetto della lavorazione che ti ha messo in difficoltà?

Mi sono preparato molto prima di iniziare le riprese, perchè dopo il primo ciak, si scatena l’inferno, tutto corre velocissimo e devi farti trovare il più pronto possibile a eventuali intoppi. Inoltre, quando si cerca di creare un mondo del genere, non puoi permetterti di improvvisare troppo. Ovviamente capitano gli imprevisti, come l’impossibilità di girare in un certo posto, quindi devi reagire con prontezza. Come ti dicevo prima però, molte riprese le ho cominciate solo dopo aver pianificato attentamente le scene, specie quelle musicali, dopo aver deciso che angoli di ripresa avrei usato e quale percorso fare seguire alla mdp.

Di seguito il trailer originale di The Limehouse Golem:

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