5 luglio 2017

[recensione] 12 Feet Deep di Matt Eskandari

Diane Farr e Nora-Jane Noone sono le petulanti protagoniste dell’ennesimo incubo subacqueo privo d’ogni suspense o originalità

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5 luglio 2017
12 feet deep

12 feet deep (conosciuto anche come The Deep End) di Matt Eskandari, che scrive anche la sceneggiatura insieme a Michael Hultquist, è l’ultima variazione sul tema ormai abusato dell’incubo claustrofobico ambientato in acqua, in cui delle sfortunate protagoniste si trovano imprigionate; giusto per cambiare lo stretto necessario per non avere un esatto clone, lo scenario ove si consuma la tragedia si sposta però ora dagli abissi marini a una piscina olimpionica.

12 Feet Deep- Trapped SistersUna produzione con un budget limitato, non eccessiva verve creativa, poche risorse in termini di CGI ed effetti pratici e una qualche velleità horror / thriller in cosa può cimentarsi di questi tempi? La risposta è piuttosto ovvia, una pellicola al cardiopalma con pochi attori, un numero che di norma s’aggira intorno alla decina con le comparse, e poche location, in cui una minaccia esterna costringe i personaggi principali, di solito una o due indifese donzelle che poi si rivelano più combattive del previsto, a una lotta per la sopravvivenza lunga tutto il minutaggio. Se il canovaccio è fatto, uno degli ultimi trend in tale ambito è poi quello di scegliere quale luogo elettivo l’emisfero subacqueo, in parte poiché è un elemento in cui l’uomo non è del tutto a suo agio, un po’ per le profondità che aggiungono più tensione al survival movie, infine perché nel fondo dell’oceano si celano gli squali, predatore perfetto, che viene oltre a tutto bene in computer grafica. A riprova, sono usciti a brevissima distanza infatti ben due shark movie dalle affinità decisamente non trascurabili, che basano la loro sinossi su donne intente a combattere il mostro marino, dopo essersi avventurate in una gita esotica finita male: Paradise Beach: Dentro L’incubo (2016) di Jaume Collet-Serra con Blake Lively che combatte contro gli elementi e la sete per non essere divorata dal gigante bianco in una amena baia tropicale, dove stava facendo surf, e 47 Metri  di Johannes Roberts (uscito nel 2017, ma messo in cantiere pressoché in contemporanea a Paradise Beach) con Mandy Moore e Claire Holt imprigionate in una gabbia per squali.

Se dunque i lidi marittimi sono stati bastantemente utilizzati, Eskandari ha preferito rimestare i medesimi ingredienti e ricoprirli di una patina di vaga novità, scegliendo le acque clorate per il suo 12 feet deep. Protagoniste sono Clara (Diane Farr) e Bree (Nora-Jane Noone), due sorelle con un trascorso travagliato che s’incontrano dopo tempo in piscina in un tentativo di riavvicinamento. Cresciute in una famiglia disfunzionale, la prima ha poi avuto problemi di droga e alcol, come d’altra parte il padre, e arranca per trovare una propria collocazione nel mondo; la seconda, invece, è stata più fortunata, o forte di carattere, e riesce ad affermarsi lavorativamente e soprattutto sentimentalmente: ha appena avuto infatti una proposta di matrimonio dal fidanzato, come rivela entusiasta all’altra, che però è presa dall’invidia dell’altrui fortuna. Escamotage piuttosto grezzo per motivare il presupposto alla base della trama, è un infantile senso di competizione tra consanguinee a fornire lo spunto per l’incipit, quando Clara getta il prezioso anello con brillante che Bree ha lasciato incustodito nella sacca senza curarsene (!!) ed esso viene risucchiato nella grata nello scarico, incastrandosi. Dunque la futura sposa, avvedutasene, si immerge per recuperarlo e l’altra, forse pentita dell’atto meschino, o solo per strano attacco di solidarietà dopo qualche istante accorre in suo aiuto; peccato che nel frattempo colui che gestisce la struttura (Tobin Bell, a cui è destinato uno spazio miserrimo e che funge solo da specchietto per le allodole), dopo aver annunciato all’altoparlante la chiusura, non avendo visto le due nella vasca, aziona la copertura in fibra di vetro sulle loro teste.

12-Feet-Deep-Trapped-Sisters-2Naturale a questo punto affiora nella mente dello spettatore il quesito: come tale fatale circostanza e le sue drammatiche conseguenze potranno riempire il normale tempo di decorso di un film? Siamo infatti al minuto dieci quando le sciagurate bagnanti si trovano rinchiuse sotto lo spesso strato di materiale plastico, qualche minuto lo passano a bisticciare, con una serie di recriminazioni adolescenziali di Clara (fin troppo cresciuta per tali regressi), che immaturamente alterna vittimismo ad accuse casuali all’altra per la sua migliore sorte e per la sua supposta superiorità, poi approda al totale abbandono d’ogni speranza, mentre Bree, più pragmatica, elucubra un modo di uscire tra gli occasionali attacchi. Gran parte del tono si attesta su questo livello, tra isterismo, scambi petulanti e incursioni pateticheggianti in trascorsi drammatici quanto abbozzati, da Libro Cuore. Tuttavia non c’è alcuna profondità nel dramma, i dialoghi sono malamente abbozzati come le psicologie da cui discendono e frammezzati da brevi litigi che sembrano scaturiti dal nulla, o dal bipolarismo delle due sventurate, infine con inserti visionari mal fatti e prevedibili (c’è un grottesco sogno ad occhi aperti peraltro quasi identico a uno presente in 47 Metri). Ne risulta un prodotto che mira a mantenere alta la tensione con limitatissime risorse, ma che si regge pressoché completamente sugli scambi verbali, quivi scadentissimi, e sulle interpretazioni della Farr e della Noone, che sono del tutto ignave … Tornando in ultimo alla precedente domanda, oltre ai lunghi e noiosi piagnistei delle due suddette, giusto per riempire i 90′ in mancanza di squali e bestie simili, il loro ruolo è attribuito a una singolare inserviente, villain ancora più maldestramente delineato delle protagoniste che, dopo qualche vessazione e un paio di latrocini a scapito delle prigioniere, sfoggia lunghe paternali grottesche, per traghettare il pubblico a un epilogo buonista, incoerente e demenziale. D’altra parte tutto il film è davvero fastidioso e dominato da uno scarso livello di logicità, soprattutto se ci si sofferma sui dettagli e sui comportamenti messi in atto dal trio in scena.

Poco originale e privo di particolare suspense, 12 Feet Deep è quindi prolisso e tedioso, dilata oltre ogni concepibile ragionevolezza un concept elementare e insufficiente, giungendo a degna conclusione con un finale che riesce a risultare deludente oltre la sua estrema prevedibilità.

Di seguito il trailer originale:

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[recensione] 12 Feet Deep di Matt Eskandari
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Diane Farr e Nora-Jane Noone sono le petulanti protagoniste dell'ennesimo incubo subacqueo privo d'ogni suspense o originalità
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Il Cineocchio
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