19 novembre 2016

[recensione] Antibirth di Danny Perez

Natasha Lyonne e Chloë Sevigny sono le protagoniste dello psichedelico ma un po’ troppo esile film d’esordio del regista

FacebookTwitterPocketInstapaperEmailPrint
19 novembre 2016
antibirth-film-perez

Esaurimenti, una gravidanza e alieni – Antibirth è un contorto intruglio di momenti a incastro che lasciano perplessi e stupiti intrisi di paranoia prenatale. Il regista esordiente Danny Perez (Oddsac del 2010 è un mediometraggio molto sperimentale) mantiene gli spettatori sulle spine attraverso un offuscamento di seconda mano, mentre la sua profezia stoner risuona come un trip andato male catturato su pellicola. L’intera sarabanda è costruita su tiri di bong e fame chimica, ma mentre i personaggi di Perez rimangono sufficientemente su di giri, una storia più grande si tramuta in fantascienza del genere più bizzarro somministrata in compresse. Le droghe agiscono come un meccanismo di prefigurazione, accennando a conclusioni che nessuna mente razionale potrebbe tranquillamente prevedere – neppure con tutte le luci sgargianti, i costumi al neon e narcotici sperimentali sparati sullo schermo.

Tutto molto bello, se non ci si approccia a tutto quello che Antibirth mette in scena quando si è sobri.

antibirth perez locandinaNatasha Lyonne interpreta Lou, una ragazza molto festaiola che si sveglia con dolori e indolenzimenti dopo una notte particolarmente sfocata. Mentre Lou cerca di ricordare quale cosa assurda in cui si è cacciata, i suoi sintomi peggiorano. Tutti gli indizi portano alla gravidanza, ma questo è impossibile – Lou non ha fatto sesso da mesi.

La migliore amica Sadie (Chloë Sevigny) fa del suo meglio per tenete sotto controllare Lou, ma quando i legami di Sadie con lo spacciatore locale Gabriel (Mark Webber) vengono alla luce, Lou comincia a sospettare la presa in giro. Alcol e magici blackout sono un modo per affrontare i problemi della vita, ma è un peccato che non si possa bere un pancione dalla forma insolita che compare quasi dal nulla nel corso di una notte.

Echi di Kevin Smith sospingono questa discesa dall’odore pungente in un inferno stroboscopico, mentre la Lyonne e la Sevigny attraversano molte sequenze pronunciando semplicemente battute sulla droga. Due ragazze, sedute e sfatte mentre sgranocchiano ciambelle e parlano di mutaforma superumani. L’uso di droghe impregna ogni aspetto di Antibirth, dalle salviettine affumicate a una nuova droga di strada che sta infettando gli abitanti della desolata città natale di Lou. La Lyonne è una miccia che costruisce un’alchimia piuttosto forte con la Sevigny attraverso questi scambi infarciti di risatine alticce, anche se alcune delle loro conversazioni risultano decisamente idiote pur con allucinazioni psichedeliche inserite per aggiungere un tocco piccante.

Non ci vuole molto per capire che i punti di forza di Perez favoriscono la distorsione visiva, attraverso una frenetica vitalità. Molte scene sembrano strappate da un Luna Park da incubo, catturando un vortice di colori con lenti rotanti e lampeggianti lampi di luce che strabiliano e abbagliano. Ogni volta che Lou cade nel suo mondo da incubo, ci si aspetta un aggressivo schiacciamento della realtà e la comparsa dell’ambizioso marchio di fabbrica di Perez, ovvero un tripudio di colori – che tuttavia sfociano in una tremenda mancanza di coesione.

antibirth perez filmI personaggi potrebbero avere la metà dei dialoghi, solo per ritrovarsi con Lou che li interrompe in modo casuale con un altro sogno ad occhi aperti narrato attraverso un’attenta programmazione televisiva. E’ il tipo di film in cui lo spettatore non rimane sconvolto da una mascotte in costume che esegue procedure ginecologiche su Lou, che finiscono però col rivelare una forma Xenomorfica all’interno della sua pancia (anche se si tratta di un sogno) – ma ciò non vuol dire che non si possa e debba mettere in discussione almeno qualcosa. Perez ha stile da vendere, ma cade vittima delle molte insidie ​​dettate dalla “forma sopra la sostanza”. Abbagliante, ma vuota.

Sarebbe falso comunque affermare che Antibirth non sia intrigante. Non è così. Quando Lou alza le spalle ignorando il suo deterioramento fisico, non si può fare a meno di apprezzare la sua costante auto-distruzione attraverso l’abuso di tossine varie. La sua devozione alle feste è in qualche modo ammirevole, e il suo spirito indifferente dona al personaggio un fascino alla Lebowski. Perez non incontra grossi problemi con la direzione delle protagoniste, ma inciampa quando abbraccia lo stile da”video musicale al cinema” che favorisce brevi scosse di provocazione visiva. Antibirth è una sfera specchiata di pazzia da gravidanza, spruzzata di sangue e di solitudine immotivata.

Questo è uno di quegli art film stramboidi che meritano in ogni caso una visione (non a caso Perez sul suo sito ufficiale si definisce ‘experimental video artist‘). Quello che troverete in questa visione dipende completamente da ciascuno di voi, ma è probabile che gli appassionati di cinema più orientati alle opere convenzionali faranno più fatica a digerirlo e vederne i peculiari aspetti positivi sopra agli handicap. Perverso, nero come la pece e coloratissimo – Antibirth troverà senza dubbio il suo pubblico (che non è quello del Sundance dove è stato avventatamente proiettato in anteprima), ma non in chi si aspetta qualcosa in più da una trama così sottile. Persino Nicolas Winding Refn farebbe fatica a venire a capo di demoni così…

Articolo
Titolo
[recensione] Antibirth di Danny Perez
Descrizione
Natasha Lyonne e Chloë Sevigny sono le protagoniste dello psichedelico ma un po' troppo esile film d'esordio del regista
Autore
Nome del publisher
Il Cineocchio
Logo del publisher

Articoli correlati

Inserisci un commento