24 ottobre 2016

[recensione] Are We Not Cats di Xander Robin

Tra tricotillomania ed echi cronenberghiani, un’opera prima che ha spiazzato tutti all’ultima Mostra del Cinema di Venezia

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24 ottobre 2016
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Le radici di una storia d’amore sono intimamente e pruriginosamente sondate nell’opera prima di Xander Robin, Are We Not Cats, un distintivo film indipendente di New York che è promettente e senza compromessi più o meno in uguale misura. Raccontando le disavventure economiche ed emotive di un ragazzo nevrotico sulla trentina nel corso di diversi giorni frenetici nel mezzo di un rigido inverno, riprende ed espande alcuni aspetti chiave del ben accolto cortometraggio omonimo del 2013. E se è per lo più un film con due metà disuguali, vengono mostrate una faccia tosta e un coraggio più che sufficienti qui, soprattutto nella prima parte, per confermare che lo sceneggiatore e regista della Florida è un nome da tenere d’occhio.

are-we-not-cats-locandinaPresentato in anteprima nella Settimana della Critica all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, l’opera sembra una scelta sensata per quei festival che favoriscono i talenti dallo stile tagliente ed elegante (non a caso è passato recentemente anche da Sitges), e – assieme ad altri – potrebbe puntare a una distribuzione limitata nei cinema d’essai.

L’attenzione di Robin è inesorabilmente rivolta alla deriva del protagonista, in preda a una crisi esistenziale. Ma l’approccio del regista ha la propria connotazione idiosincratica da commedia, con il nostro eroe / cane bastonato Eli (Michael Patrick Nicholson) che sopporta stoicamente la triplice mazzata datagli in sequenza dal venir scaricato dalla sua ragazza, licenziato e buttato fuori dall’appartamento di famiglia.

Gettato per strada quando i suoi anziani genitori di origine russa che hanno deciso di trasferirsi nella calda Arizona – “Vieni a trovarci!” urla la madre in un divertente momento -, Eli finisce per dormire nel retro del camion che usa per le consegne. Durante uno dei viaggi di lavoro entra in contatto con Kyle (Michael Godere) e poi con la sua eccentrica e stralunata fidanzata Anya (Chelsea LJ Lopez). L’attrazione di Eli per l’apparentemente felice e fortunata ragazza si intensifica rapidamente, sfociando in più gravi – e in definitiva più pericolosi – territori.

Are We Not Cats 1Robin definisce da subito il suo obiettivo e il suo stile con enigmatici e sensualmente potenti titoli di testa: fronde ondulato subacquee filmate in un intenso primo piano, accompagnati da un blues ululato e lamentoso. Veniamo precipitati nelle trasandate scarpe di Eli con brio, grazie a Robin e Nicholson, che costruiscono un personaggio sfortunato tolto dalla consolidata routine e scagliato vertiginosamente in un vortice di caos.

Proseguendo la collaborazione con il direttore della fotografia Matt Clegg, Robin intelai le avventure sospinte dal fato di Eli in paesaggi post-industriali severi. L’atmosfera rugginosa, il decadimento e il degrado sono palpabili, mentre ci districhiamo tra fatiscenti depositi di rottami e infernali club nascosti nei seminterrati le cui pareti sono scosse dalle ossessive note di basso. La canzoni scelte per la soundtrack sono fantasiosi e audaci, e soprattutto le tracce old school soul di Miami sono distribuite a intermittenza in un modo che ricorda Blu Ruin di Jeremy Saulnier. E il risultato è veramente inebriante.

Ma quando l’attenzione si sposta al corteggiamento tra Eli e Anya, il tocco sicuro di Robin come sceneggiatore e regista comincia a traballare. Un primo segnale di allarme è il momento in cui la testa calda Kyle si inserisce sui tra i due piccioncini in erba nel più inopportuno dei momenti – una scelta di scrittura da tempo ormai divenuto un cliché troppo banale.

Are We Not Cats 3Eli viene presentato come un ragazzo che prova disagio nella propria pelle dall’esterno, che compulsivamente si tira i peli della barba e si gratta tenacemente la schiena ricoperta di eruzioni cutanee. La seconda metà vira invece in territori cronenberghiani non appena queste nevrosi si allargano e la sindrome di Anya diventa più evidente. Are We Not Cats si allontana così dalla sua vincente verosimiglianza squallida per avvicinarsi a modalità narrative più fantasiose e anche fantastiche, tra cui una ‘sconvolgente’ operazione chirurgica d’urgenza amatoriale.

Robin scava in profondità nel mondo della tricotillomania e della tricofagia – rispettivamente l’abitudine compulsiva di strapparsi capelli e peli (già sperimentato dal personaggio di Charlize Theron in Young Adult del 2011) e l’impulso non volontario di mangiarseli – attingendo alla sua esperienza personale di tali disturbi (QUI la nostra intervista al cast e al regista). Sembra quindi piuttosto palese la ricerca da part di un giovane artista di talento di elaborare fatti autobiografici attraverso il medium del cinema per poi espellerli dal suo sistema.

In ogni caso, i suoi prossimi passi andranno seguiti attentamente, soprattutto se continuerà la sua fruttuosa collaborazione con artisti del calibro di Clegg e di Nicholson.

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[recensione] Are We Not Cats di Xander Robin
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Tra tricotillomania ed echi cronenberghiani, un'opera prima che ha spiazzato tutti all'ultima Mostra del Cinema di Venezia
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