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23 novembre 2017

Recensione | Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh

Il regista – e attore – inglese rivisita il giallo di Agatha Christie nel più classico e malinconico dei modi, avvalendosi di un cast di star al suo completo servizio

23 novembre 2017

Assassinio sull’Orient Express è tra i più classici dei whodunit (il giallo deduttivo) e proprio per questo c’era curiosità su come – e perchè … – avrebbero potuto (ri)portare sul grande schermo un best seller del genere, già letto o noto a moltissimi spettatori. Chiunque conosca il romanzo di Agatha Christie (pubblicato nel 1934) o visto l’omonima pellicola di Sidney Lumet del 1974, di certo non avrà dimenticato la risoluzione della storia. Se quindi è nota la risposta all’enigma principale, cosa rimane? Al di là dello scommettere sulle centinaia di migliaia di persone che non hanno mai letto il libro o hanno sentito parlare della scrittrice o visto il film precedente basato sul suo testo, che già non è poco, è chiaro che se questa ennesima trasposizione non portasse in dote nulla di nuovo, sarebbe per molti un mero esercizio di genere senza alcuna profondità. La sorpresa arriva però dal fatto che da questa apparente trappola, il Murder on the Orient Express di – e con – Kenneth Branagh ne esce piuttosto bene.

Questa nuova versione della storia è così sorprendente – specie se vista nel formato 70mm voluto dal regista e soprattutto in lingua originale (gli accenti dei diversi personaggi sono fondamentali e un po’ troppo macchiettistici doppiati in italiano) – che la risoluzione del brutale crimine commesso a bordo finisce per passare in secondo piano. È difficile, tuttavia, sapere come appare questo film se non si conosce la fine. Dovendo fare i conti con quello che a tutti gli effetti è un classico fuori dal tempo, infarcito di premi Oscar e considerato ‘intoccabile’ a lungo, l’opera di Branagh marcia liscia nei suoi 110′, riuscendo ad aggiornare, senza sfigurare troppo, dinamiche e look e nell’impresa di non strizzare troppo l’occhio alle recenti incarnazioni di Sherlock Holmes. Il regista e sceneggiatore ha giustamente deciso di porre tutta l’enfasi su due cose: il personaggio principale, Hercule Poirot (interpretato brillantemente da Branagh stesso) e la terribile tragedia alla base della catena di eventi che portano all’assassinio del titolo. Vedere più di una volta Assassinio sull’Orient Express conferma che non importa tanto chi sia stato o come abbia fatto, perchè il crimine a bordo è una mera scusa per affrontare ancora una volta ben altri problemi.

L’infallibile segugio belga viene presentato in modo scherzoso e spettacolare, mentre dichiara la sua morale, le sue idee sul mondo e la sua concezione della giustizia. Poirot cerca disperatamente l’equilibrio, perfetto, simmetrico, ciò che è giusto. Ma fin dall’inizio molti segni indicano che il mondo è impossibile da controllare, sebbene gli enigmi possano essere risolti. Nei primi minuti del film, secondo lo stile caratteristico di Branagh, c’è un grande dispendio visivo, un montaggio veloce e anche molto umorismo. Poirot risolve un caso ‘impossibile’ a Gerusalemme e rende palese a tutti la dimensione del suo talento come detective. Poco dopo riceve un telegramma, che gli notifica di dover tornare urgentemente a Londra. Il gendarme in pensione si reca a Istanbul, dove, grazie a un amico (Tom Bateman), trova posto sul lussuosissimo Orient Express. Tuttavia, a causa di una bufera di neve, il treno è costretto a fermarsi e si scopre così che uno dei non molti passeggeri è stato brutalmente ucciso durante la notte. Poirot comincia così le indagini per trovare il colpevole, nascosto tra gli insospettabili ospiti del vagone principale (Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Johnny Depp, Josh Gad, Derek Jacobi, Leslie Odom Jr., Michelle Pfeiffer e Daisy Ridley).

Dimentichiamoci il romanzo e gli altri adattamenti, questa nuova versione ha una vita propria e può – e deve – essere interpretata come un lavoro completamente indipendente e solitario. Le informazioni sono nel film, non c’è bisogno di altri riferimenti o dati. Poirot è il miglior detective al mondo, questo è molto chiaro, è ossessionato dalla perfezione e dall’equilibrio, e anche questo è chiaro. Non accetta di lavorare per un uomo dalla dubbia moralità quando, già salito sul treno, gli viene chiesto – dietro lauto pagamento – di aiutarlo a scoprire chi lo minaccia di morte. “C’è il bene e c’è il male, non c’è nulla nel mezzo” dice il belga all’inizio. È un eroe che lotta per bilanciare un mondo disequilibrato. Vede il crimine come un fallimento del sistema che deve essere corretto. Questo eroe vecchio stampo, di un’altra epoca, trova nell’Orient Express una cornice ideale. Il treno è il luogo perfetto, con il menu più sublime, bello, pulito, sofisticato e impeccabile possibile. Come quel paio di baffi di cui Poirot cerca di prendersi cura come di un’opera d’arte, il treno è un viaggio in un’altra epoca, la pellicola enfatizza molto la sua condizione di elemento fuori dal tempo. Ma il delitto cambierà tutto. Il treno deraglia, il mondo di Poirot entra in crisi e il detective è costretto a risolvere il crimine, ma anche a sopportare il massimo sacrificio.

Appassionato e divertito dal suo romanzo di Charles Dickens, Racconto di due città, rimirando il ritratto di una donna amata ma distante, il malinconico Poirot trova la felicità nel ripristinare l’ordine, nell’equilibrio della bilancia. L’intero film è tinto di una profonda malinconia, un riflesso del suo protagonista. Classico e fuori moda, Assassinio sull’Orient Express è un oggetto proveniente dal passato, intriso di una romantica sensibilità dimenticata. Ma non dobbiamo essere fuorviati, perché se esteticamente la pellicola ha una narrativa classica, il suo stile che si integra perfettamente con il cinema attuale. Gli attori, che sembravano teatralmente invitati a fare ciascuno il proprio spettacolo, si comportano in modo sobrio ed equilibrato, al servizio della trama e non perseguendo la luce della ribalta personale. La sceneggiatura di Michael Green (Blade Runner 2049) utilizza due o tre trucchi in modo che non sia così facile risolvere l’omicidio e gestire la situazione in modo che tutto abbia un minimo di logica per il pubblico attuale. Con un po’ di fortuna, gli spettatori saranno in grado di godere e apprezzare questi personaggi nati in un’altra epoca, in un mondo diverso in cui viviamo oggi, anche se non estranei alle nostre angosce.

Alcuni preziosismi e dettagli estetici voluti da Branagh possono distrarre, ma molti di loro sono legati ad alcune idee religiose che il regista cerca di aggiungere alla sua storia. L’Hercule Poirot di questo film è forse il grande personaggio cinematografico dell’anno. Un eroe melancolico di tipo fordiano. Nessuno quanto lui è affetto dalla risoluzione del crimine. La spiegazione del mistero, lungi dall’essere una sorpresa, si rivela un’enorme cascata di emozioni. Può sembrare strano, ma tra le lacrime – anche sapendo come finisce la storia – il puzzle che spiega cosa sia successo è completato. L’ingegnosità di Poirot si sviluppa nella simpatica sequenza di apertura, ma alla fine tutto è molto più cupo e amaro. Il belga rinuncia non solo alle sue convinzioni, ma deve anche nascondere il modo brillante in cui ha risolto tutto. La fine delle certezze, la fine del bianco o del nero, ma allo stesso tempo la conferma che l’eroismo è ancora possibile. Lo era nel periodo in cui il film si svolge, può esserlo ancora oggi nel film di Branagh.

Di seguito il trailer italiano e quello americano di Assassinio sull’Orient Express, nei nostri cinema dal 30 novembre:

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Recensione | Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh
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Recensione | Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh
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Il regista - e attore - inglese rivisita il giallo di Agatha Christie nel più classico e malinconico dei modi, avvalendosi di un cast di star al suo completo servizio
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