1 gennaio 2017

[recensione] Assassin’s Creed di Justin Kurzel

L’adattamento con Michael Fassbender della nota serie di videogiochi è assolutamente ridicolo, ma è anche il blockbuster più interessante in un anno in cui la maggior parti degli esponenti di questa categoria si sono rivelati decisamente insipidi

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1 gennaio 2017
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La Storia (si, con la ‘s’ maiuscola), elemento fondamentale per l’accattivante e folle vicenda alla base di Assassin’s Creed di Justin Kurzel (qui le 30 cose da sapere) ci dovrebbe mettere in guardia su questo (tipo di) film. Per prima cosa, il denso e cupo lungometraggio che si basa sulla popolare serie di videogiochi della Ubisoft è stato posticipato al periodo post-natalizio (almeno in Italia), un presagio decisamente funesto in un anno che ci ha regalato già due adattamenti non certo esaltanti come Warcraft – L’inizio e Ratchet & Clank. In secondo luogo, la lunatica trasposizione di Kurzel è raccontata in grande e imbottita di dollari per poter competere con altre saghe mostruose come Rogue One e Animali fantastici e dove trovarli – il che ci porta al consueto problema nella realizzazione di un’opera di questo genere, ovvero il diventare troppo costosa per permettersi di mettere in preventivo un qualsiasi tipo rischio.

assassin's creed locandinaMa Assassin’s Creed, in cui il monotono protagonista Michael Fassbender ripete piuttosto passivamente la storia del suo avo, si rifiuta di essere definito dal passato. Al contrario, questo bizzarro, incoerente e borderline action diventa il più interessante blockbuster del 2016, almeno guardando al modo altamente sfidante con cui approccia le aspettative derivanti dalla fonte videoludica. Pellicole fredda e strana, come spesso accade per quelle realizzate dai grandi studi americani da quando hanno cominciato ad attrezzare i propri prodotti per il pubblico cinese – prende in prestito tanto da Under the Skin quasi quanto da Matrix – illustra come il libero arbitrio possa farsi strada nel sistema dei franchise e come il disordine collegato all’elargizione di morte possa diventare l’unico modo per liberarsi dal determinismo tainiano imposto dalle proprie linee di sangue (Dario Argento aveva detto la sua in merito già nel 1971 con Il gatto a nove code).

Quel genere di film che si apre con un muro di parole riguardo un antico rancore e la violenza che questo rende possibile per il sollazzo di chi guarda (alla Star Wars per capirsi, anche se in maniera più contrita), Assassin’ s Creed comincia nel bel mezzo dell’Inquisizione spagnola, dove un uomo di nome Aguilar de Nerha (Fassbender, piacevolmente laconico) guida la confraternita segreta degli Assassini che trama per proteggere una reliquia chiamata “La Mela dell’Eden” dai rivali, i Cavalieri Templari. Stacco. Nel 2016, un criminale di nome Callum Lynch (di nuovo l’attore di origine tedesca, questa volta più ringhioso) si trova nel braccio della morte in Texas per aver ucciso un pappone. La sua esecuzione va come previsto, tranne che per la parte in cui deve morire; invece di dissolversi nell’oblio, l’uomo si risveglia in una struttura di ricerca di Madrid di proprietà delle misteriose Abstergo Industries, l’attuale incarnazione dei Templari.

Ok, qui è dove la faccenda si fa ridicola – basta prendere un bel respiro profondo e affronteremo questo Balzo della Fede insieme: la Abstergo, una società monolitica gestita da Alan Rikkin (Jeremy Irons) e diretta da sua figlia, Sophia (Marion Cotillard), ha destinato miliardi di dollari a un progetto segreto che prevede il rapimento dei discendenti degli Assassini e il collegarli a un enorme braccio meccanico chiamato Animus, che è un po’ come una versione VR super-intensa di ancestry.com. Attraverso un innesto nel sistema nervoso grazie a un congegno posto alla base della nuca si accede alla memoria genetica del soggetto, per poi proiettarla su un banco di foschia fluttuante tutt’intorno nella stanza, l’aggeggio ipertecnologico permette alla Abstergo di vedere la fine del 15° secolo attraverso gli occhi dei bis-bis-bis-bis-bis (ecc.) nonni dei loro prigionieri.

ASSASSIN'S CREEDAlan e Sophia ovviamente tengono d’occhio tutto quello che accade, alla ricerca del minimo indizio su dove la Mela – un dispositivo ‘magico’ che rappresenta “il seme della prima disobbedienza dell’uomo” ed è dotato del potere fascistoide di eliminare il libero arbitrio umano – potrebbe ora essere nascosta. Impalando Callum sull’Animus, la Abstergo può così sfruttare le conoscenze di Aguilar de Nerha, un uomo la cui vita apparentemente consisteva in una costante scena d’azione frenetica dopo l’altra (per fortuna, ma inspiegabilmente, gli agili inseguimenti e prodezze da parkour del film non sono realizzati però in POV).

Potremmo andare avanti menzionando gli altri detenuti/ospiti con Callum, o il suo sordido rapporto con il padre (Brendan Gleeson), o come Charlotte Rampling finisca in qualche modo per diventare il grande cattivo del film pur comparendo al massimo in tutto 15 minuti (comunque siatene grati e non fate tante domande), ma è lecito affermare che l’adattamento per il grande schermo di Assassin’s Creed non ha abbandonato uno dei caratteristici marchi di fabbrica dei videogiochi alla base, ovvero quella sensazione di ‘cosa diavolo è appena successo??. Se non altro, Kurzel ha pienamente abbracciato tale filosofia, visto che il regista australiano, che ci ha regalato due opere indipendenti decisamente oscure come Snowtown e Macbeth, si è rifiutato di sacrificare un pezzo della sua integrità per il suo debutto sconsolatamente desolante con un grande studio. In una produzione di queste dimensioni, tale ostinazione riesce infatti a emergere con caparbia singolarità, ad esempio immergendo il film in un glaciale velo grigio così che la luce colpisca solo attraverso degli squarci, nell’inquadrare scene usa e getta nell’immobilità di un dipinto rinascimentale o uniformando il tutto con un inquietante commento musicale realizzato dal fratello Jed, che suona più vicino a Tim Hecker di quanto non faccia con Hans Zimmer.

La parte maggiormente inaspettata, e piacevole, è però la scelta di girare quasi metà del lungometraggio in lingua spagnola, anche se i videogiochi fornivano una spiegazione razionale a buon mercato del motivo per cui tutti conoscessero l’inglese nella Spagna del 15° secolo. E questa decisione paga brillanti dividendi: sapendo bene che Fassbender abbozza una fluidità forzata nelle battute in estraneo idioma, Kurzel rimuove la maggior parte dei dialoghi dalle porzioni in flashback, concentrandosi invece su salti, accoltellamenti e morte che scende inesorabile dall’alto. Questo aggiunge una carica primordiale alle sequenze cineticamente coreografate in cui Aguilar e Maria (un’impressionante assassina interpretata dalla greca Ariane Labed, già in The Lobster) scatenano l’inferno su decine di ignari Templari, e compensa almeno in parte la frequenza – ben poco necessaria – con cui Kurzel taglia sulle immagini di Callum che si agita in giro per l’Animus.

assassins-creedSarebbe probabilmente il caso di suggerire in modo chiaro che nulla di tutto questo è coerente in un qualsiasi modo (anche se rubacchia quel tanto che basta da Matrix per offrire un’idea più sfumata della battaglia tra determinismo e libero arbitrio), ma lo strano ritmo del film e l’altrettanto strana energia aggiungono una quanto meno innovativa struttura a una storia che in fondo si riduce al tipico viaggio dell’eroe.

Alla fine resta l’idea che l’universo di Assassin’s Creed avrebbe potuto – e forse dovuto – essere dipanato nella serialità televisiva. Con maggior spazio per respirare, più margine per le grandi rivelazioni e più tempo per spiegare effettivamente tutto ciò che sta succedendo in scena, la guerra in corso tra Assassini e Templari avrebbe potuto senza dubbio divenire più interessante e coinvolgente. Per il momento, non mollate i videogames. Raccontano una storia migliore di quella che trovate qui, anche senza il profluvio di premi Oscar impiegati.

Di  seguito il trailer ufficiale italiano di Assassin’s Creed, nei nostri cinema dal 4 gennaio:

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[recensione] Assassin's Creed di Justin Kurzel
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