The Movie Db/10
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24 marzo 2017

[recensione] Ballad in Blood di Ruggero Deodato

Il regista dà vita a un libera e singolare rielaborazione del caso di Meredith Kercher in un film in cui delinea un variopinto e debosciato sottobosco giovanile

24 marzo 2017

Per anni uno dei maestri assoluti del cinema di genere italiano, Ruggero Deodato, ha latitato dal mondo delle produzioni cinematografiche dal 1993, anno di uscita del thriller Vortice Mortale. Regista instancabile, ha continuato a lavorare per il piccolo schermo a diverse serie e film televisivi e ha partecipato all’antologia horror del 2013 The Profane Exhibit con il segmento “Bridge”. Tuttavia in molti, tutti coloro che hanno amato i suoi Ultimo mondo cannibale (1977) e Cannibal Holocaust (1980), per più di due decadi hanno aspettato il suo ritorno all’opera su un lungometraggio destinato al grande schermo. All’attesa ha posto finalmente termine nel 2016 Ballad in Blood, film proiettato in diversi festival, tra cui quello di Torino e di Sitges.

Ballad in Blood PosterProgetto dalla assai lunga gestazione, di circa tre anni a quanto ci spiegò Deodato stesso durante un’intervista esclusiva la scorsa primavera, il film prende spunto da un terribile e noto fatto di cronaca, l’omicidio di Meredith Kercher, anche conosciuto come ‘il caso di Perugia.’ Vicenda dai contorni oscuri, una studentessa di origini britanniche, Meredith, in Italia all’interno del Progetto Erasmus nell’Università di Perugia, fu rinvenuta esanime, con la gola tagliata, nel suo letto, nella casa che condivideva con altri suoi coetanei. Fu accusato del delitto l’ivoriano Rudy Guede, inizialmente ritenuto coautore dell’assassinio insieme all’americana Amanda Knox e all’italiano Raffaele Sollecito, in secondo tempo gli altri due furono scagionati. Non fu però  accertata la loro estraneità, bensì furono dichiarati innocenti grazie ad alcune perizie che escludevano la certezza della loro presenza sulla scena; invero l’iter processuale fu costellato di incertezze ed errori, forse vero fattore determinante dell’annullamento delle condanne dei due suddetti alla Suprema Corte di Cassazione nel 2015, ovvero a 7 anni dalla morte della giovane inglese.

Ballad in Blood 2Liberamente ispirato dalle vicende occurse nella cittadina italiana, Ballad in Blood tuttavia si discosta ampiamente da come sono stati riportati i fatti ufficialmente, dacché a detta del regista stesso “lì li hanno assolti tutti”; al contrario viene fornita dall’autore una interpretazione personale, soprattutto nel finale che non solo si discosta nettamente, ma indulge molto più nel sanguinolento e nel truce, ammantando i protagonisti di un’aura di decisamente maggiore efferatezza omicida; mutati sono infine anche i nomi, probabilmente per poter ulteriormente prendere distanza dall’originaria vicenda. La pellicola si apre con una celere carrellata su una assai viziosa festa di Halloween, le cui riprese vennero realizzate nella suggestiva location del il Pozzo di San Patrizio di Orvieto; quivi numerosi giovani festanti in maschere eccentriche bevono, si drogano, si avvinghiano gli uni sugli altri. Stacco. La narrazione riprende dal giorno successivo, un ragazzo, Duke (Edward Williams) si aggira nudo per un appartamento, che inizialmente pare vuoto, si taglia un piede con i vetri di alcune bottiglie di birra rotte e si mette a urlare. L’occhio della camera si muove alla stanza vicina, la porta è aperta, replicano Lenka (Carlotta Morelli) e Jacopo (Gabriele Rossi), intenti in un accoppiamento selvaggio e non proprio lucidi, che si conclude con una versione decisamente più stomachevole e particolareggiata dell’immagine già di per sé nauseabonda vagheggiata da Bret Easton Ellis in Le  regole dell’attrazione, ossia il rigetto di vomito durante l’amplesso. Pochi fotogrammi dopo, all’improvviso dall’alto cade un cadavere, sempre senza veli, ricoperto di sangue, davanti agli attoniti dei tre; è Elisabeth (Noemi Smorra), morta in circostanze misteriose il giorno precedente.

Il tono è in buona parte racchiuso proprio in queste poche immagini, una somma di gioventù debosciata e dedita alle droghe con un senso morale assai labile, una buona dose di sesso e nudità esibiti con il cipiglio sessantottino e smaliziato del miglior cinema della controcultura, infine una reiterata profusione di fluidi corporei, tra sangue e qualche rigurgito, che all’emisfero nero, delittuoso e libertino aggiungono una nota truculenta. Meno delineato è lo sviluppo, che procede a sbalzi in un alternarsi di flashback e presente, mirati a rivelare gradualmente  e con una certa suspense chi sia il colpevole e cosa sia davvero successo in quella fatidica notte. D’altra parte anche la psicologia dei personaggi è più che altro componente ancillare e non particolarmente approfondita, antefatto più che altro per incursione nella depravazione degli artefici del misfatto e della loro cerchia, di cui la defunta sembrerebbe in ultimo acchito la vittima, colpevole di essere stata solo un po’ troppo innocente rispetto alla media.

Ballad in Blood 3Ai protagonisti si aggiunge poi una pletora di altre comparse, caratterizzate in modo singolare e inventivo, se non esattamente verisimile, rappresentando il sottobosco locale giovanile e non solo. Emergono quindi nell’humus cittadino un manipolo di artistoidi avvezzi agli stupefacenti che ricordano parecchio I guerrieri della notte (The Warriors, Walter Hill 1979) per le tenute eccentriche che sfoggiano nottetempo durante le loro scorribande e che sono capitanati da un Saverio Deodato agghindato da emo. Non solo, soggetti altrettanto peculiari sono il viscido proprietario del bar del luogo, Leo (Ernesto Mahieux), affiancato dall’avvenente Arden (Roger Garth) che si aggira con ali d’angelo nere. A completare l’insieme fa capolino anche Deodato in persona nei panni di un professore su una sedia a rotelle il cui nome, Eli Roth, è chiaro omaggio all’amico regista.

Volutamente suggestivo, più che stringentemente narritivo, Ballad in Blood è palesemente limitato purtoppo nel budget, aspetto che traspare subito dal girato, e in parte forse risente anche dalla recitazione in inglese. Nonostante tutto, sarebbe comunque bello se la sua fascinazione per il decadente e il morboso, che ne pervadono le sequenze, potesse riaprire una nuova stagione di cinema nostrano, fornendo un’alternativa alla produzione eminentemente comica o drammatica, unici generi in cui è impantanato con poche, seppur encomiabili eccezioni.

Di seguito il trailer ufficiale:

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[recensione] Ballad in Blood di Ruggero Deodato
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[recensione] Ballad in Blood di Ruggero Deodato
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Il regista dà vita a un libera e singolare rielaborazione del caso di Meredith Kercher in un film in cui delinea un variopinto e debosciato sottobosco giovanile
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