29 maggio 2017

[recensione] Berlin Syndrome di Cate Shortland

Teresa Palmer e Max Riemelt sono i protagonisti di un thriller psicologico che mette da parte velleità exploitation per esplorare a fondo le dinamiche tra vittima e carnefice

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29 maggio 2017
teresa palmer berlin syndrome

I mostri più spaventosi non sono quelli indistruttibili o soprannaturali come i Jason Voorhees o i Freddy Krueger di note saghe horror. Piuttosto, lo è l’uomo nero che vive nella porta accanto. Berlin Syndrome dell’australiana Cate Shortland (Lore) fa leva su esempi di paranoia ben presenti nel mondo reale e timori associati particolarmente alle donne: viaggiare da sole, farsi coinvolgere sentimentalmente/fisicamente troppo in fretta da una persona attraente che si incontra per strada, rivelare informazioni personali al misterioso oggetto del desiderio. Quando un introverso insegnante di inglese – e allenatore di una squadra giovanile di basket – esercita il suo fascino da bravo ragazzo su una aussy che sta esplorando la metropoli tedesca zaino in spalla, l’attrazione di lei è abbastanza comprensibile. Naturalmente, conoscendo la piega che prenderà la storia, nei primi minuti ogni sua azione è tuttavia seguita da una nota di disappunto da parte dello spettatore che deve assistere impotente alla sua avventatezza.

berlin syndromeClare (Teresa Palmer) è una fotografa di architettura che si reca a Berlino interessata in parte a vedere da vicino monumenti ed edifici dell’epoca socialista, ma per lo più, a quanto pare, per noia. Mentre vaga per le strade, si imbatte in un giovane del posto, Andi (Max Riemelt), che le dà alcune informazioni su luoghi da visitare e così cominciano una chiacchierata informale. Sembra finita lì, ma qualche giorno più tardi lo ritrova in biblioteca e lo approccia di nuovo. Questa volta parlano un po’ di più e lui, tra le altre, le pone domande insolite come “Tua madre sa che sei qui?”. Come prevedibile, i due finiscono comunque nel suo appartamento per quella che Clare crede sarà l’avventura bollente di una notte (tra l’altro la Palmer si mostra piuttosto generosamente), come dimostra la frase sussurrata “vorrei poter rimanere …”.

Come spesso capita – specie nei film – bisogna sempre far attenzione a quello che si desidera.

La mattina successiva, Andi è già uscito da molto tempo quando Clare si sveglia, prepara le sue cose e cerca di andarsene. Sulla porta di ingresso è infatti presente una pesante barra di acciaio e nessuna traccia di una chiave nei paraggi. La ragazza deve quindi trattenersi fino a quando il professore non torna a casa da scuola. “Mi hai chiusa dentro?” gli dice, ridendo. Andi va avanti con questo non-scherzo, mentre i giorni scorrono e Clare si rende conto di essere davvero imprigionata.

La Shortland e Shaun Grant hanno adattato lo script dall’omonimo romanzo scritto da Melanie Joosten. Nonostante la sottile sequenza di eventi che portano alla prigionia di Clare, gli sceneggiatori sono stati attenti a non far passare la vicenda come se fosse diretta conseguenza delle sue azioni estremamente ingenue. Naturalmente, tutti – specialmente chi viaggia in solitaria in un paese straniero, anche se apparentemente non ‘a rischio’ (in questo senso fa sorridere che per una volta si invertano le parti tra la ‘pericolosissima’ Australia, terra cinematografica di psicopatici per antonomasia, e un ‘civilissimo’ paese occidentale) – dovrebbero sempre tenere gli occhi ben aperti, specie perchè, come sappiamo, la realtà supera spesso la fantasia. Clare aveva però socializzato in precedenza con altri sconosciuti senza alcun incidente di sorta, e l’affabile Andi di Riemelt sembra essere un tranquillo non-psicopatico intelligente e riflessivo. Sicuramente una giovane donna single può indulgere in una piccola storia d’amore mentre di trova in vacanza no? Al di là di un classico e lampante momento ‘Non farlo!’, Clare è una prigioniera ingegnosa, che sa bene quando comportarsi secondo le regole e come invece provare a sfruttare il tempo in cui è da sola. C’è un momento in cui sembra che sia caduta in preda alla Sindrome di Stoccolma con cui gioca evidentemente e ambiguamente il titolo del film, ma non è affatto chiaro se siano sensazioni genuine.

BERLIN SYNDROME teresa palmerLa Palmer (La battaglia di Hacksaw Ridge, Point Break), solitamente relegata a ruoli di supporto – qui mora per l’occasione e truccata ‘al naturale’ – regala una prova molto sentita in cui riesce finalmente ad esprimere tutto il suo potenziale drammatico (pur kristenstewartizzandosi in svariate sequenze, che sia un bene o un male decidetelo voi). Il suo stato mentale oscilla dalla soddisfazione sessuale e possibile amore alla paura totale, fino all’apparente passiva e disperata accettazione di questa sottomissione forzata. Riemelt (Sense8, L’Onda) dà invece vita a un personaggio verso il quale il pubblico prova sentimenti contrastanti. Durante le sue lezioni di inglese, l’uomo sembra godere nell’utilizzare passaggi che indugiano sulla vergogna e scivolano verso la ricerca di uno scopo nella vita, una descrizione non lontana da quella che lo caratterizza. Si mostra giustamente come una persona equilibrata e prudente al di fuori della sua sordida pulsione al rapimento sessuale (condito da agghiaccianti polaroid scattate di nascosto alle vittime), quindi non sorprenderebbe scoprirlo disprezzare le proprie azioni e provare disgusto per sé stesso. Per entrambi gli attori comunque, le espressioni facciali e il linguaggio del corpo parlano più di mille parole qui, con Andi – e soprattutto Clare – lasciati liberi di gestire l’intera gamma delle emozioni provate.

berlin syndrome filmLa regia, molto più attenta all’approfondimento psicologico dei due protagonisti e alle dinamiche tra predatore e preda che al lato gore (che pur affiora in un paio di scene) e alla suspense spinta, presenta il passaggio del tempo in modo ipnotico e vago, avvalendosi delle scelte del direttore della fotografia Germain McMicking, che illumina i set come se le luci non esistessero, senza far capire bene cosa stia succedendo, lasciando alla colonna sonora minimalista di Bryony Marks il compito di sottolineare il clima teso. Non mancano poi dialoghi dall’umorismo grottesco che tentano di alleviare la perversa dolcezza e il disagio tra Clare e Andi, come quando l’uomo torna a casa scoprendo che lei ha usato una sedia per provare a rompere le finestre rinforzate: “Ho appena comprato queste sedie”, afferma pacato mentre lei lo guarda incredula.

Certo richiede un bel po’ di sospensione dell’incredulità vedere come Andi – che evidentemente è pratico del ‘gioco’ – riesca a mantenere in piedi tutta questa sciarada senza essere scoperto, o allo stesso modo come Clare possa rimanere bloccata non all’interno di una stanza, ma di un intero appartamento (che sia isolato o meno), senza trovare alcun mezzo di fuga, ma le potenti performance e il lavoro sui personaggi aiuta a superare questi problemi. Anche il finale non arriva certo come una sorpresa, ma a quel punto la sceneggiatura ha già fatto il suo dovere, portando in scena un’opera che magari deluderà chi va in cerca di exploitation pura ma che sicuramente soddisferà chi vuole andare oltre i consueti cliché del sottogenere.

Di seguito il trailer originale di Berlin Syndrome:

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[recensione] Berlin Syndrome di Cate Shortland
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Teresa Palmer e Max Riemelt sono i protagonisti di un thriller psicologico che mette da parte velleità exploitation per esplorare a fondo le dinamiche tra vittima e carnefice
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Il Cineocchio
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