12 maggio 2017

[recensione] Bethany di James Cullen Bressack

Shannen Doherty e Stefanie Estes sono le protagoniste di un confuso horror paranormale che spreca le buone premesse con uno sviluppo maldestro e poco coeso

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12 maggio 2017
Bethany

Molti horror, ancor più di questi tempi, partono un’idea interessante, contengono diversi buoni spunti, eppure non riescono a portare a degno compimento i promettenti presupposti iniziali; nella nutrita lista si inserisce ora a pieno titolo anche Bethany di James Cullen Bressack.

bethany posterLa storia, che propende in modo calcato al drammatico con un tocco sovrannaturale, si sdoppia in una continua sovrapposizione di passato e presente, fenomeno psichico attivato dal trasferimento di Claire (Stefanie Estes) con il marito Aaron (Zack Ward). La donna difatti, dopo anni, torna ad abitare nella sua casa d’infanzia con il coniuge e quivi inizia a riaffiorare un flusso di ricordi tutt’altro che piacevoli sulla sua adolescenza e sulla madre (Shannen Doherty), donna decisamente disturbata quanto crudele. E’ da evidenziarsi sin da subito che l’elemento più riuscito è forse proprio questo, gli abusi subiti in tenera età, che tuttavia ha troppo poco spazio nell’economia del racconto e non riesce a fondersi appieno con la componente orrorifica. Introdotta da un meccanismo narrativo piuttosto ben congegnato, l’inquadratura di un dettaglio, dei premi vinti a concorsi di bellezza, di un pennello per il phard, oppure dei tasti di un pianoforte, la catapultano con la mente in momenti amari del suo vissuto fanciullesco, in cui incombe una crudele figura materna ossessionata dalla bellezza.

Tra delirio lucido, memoria e fantasmatico, poi le visioni si fanno però sempre più pervasive e terrificanti, oltrepassando i confini del sogno e della reminiscenza per tangere violentemente il vissuto quotidiano; e qui iniziano i problemi nella resa diegetica e visiva. Alcuni effetti, è necessario riconoscerlo, sono anche apprezzabili, come la fuoriuscita di spesso filo nero d’improvviso dalla pelle del volto un po’ alla Nightmare, oppure la deformazione di una parte del viso che si squaglia e cade come gli orologi nel daliniano La persistenza della memoria. Più in generale però, il delicato avvicendarsi di emisfero tangibile e allucinazione è mal costruito e il succedersi di eventi sinistri risulta fin troppo confuso. E’ vero, il fine ultimo è, con ogni probabilità, di mantenere fino alla fine l’incertezza sulla reale esistenza di una minaccia esterna, fantasmatica, e lasciar intendere che possa essere tutto frutto della mente malata di Claire, del trauma a cui consegue una percezione distorta; assistiamo così al ricorso ad un meccanismo molto in voga nella filmografia degli anni ’70 e declinato in maniera assai varia, alla Il rosso segno della follia di Mario Bava per intenderci, in Bethany però poi mistificato in un epilogo paranormale delineato maldestramente quanto repentinamente sul finire, rovinando del tutto il dispositivo illusorio.

BethanyAllo stesso modo, anche il travagliato rapporto madre-figlia, il tema controverso della maternità, non è trattato come avrebbe meritato. Invece di riuscire a mantenere quella perfetta armonia tra inserti di un dolore passato e azione presente, con un tocco disturbante o terrificante, come nell’ottimo The Monster di Bryan Bertino (leggete la nostra recensione), si cade al contrario in un pastiche confusionario denso di suggestioni e momenti che dovrebbero risultare ansiogeni, ma che sono poco armonici tra loro, facendo smarrire così ogni possibile suspense lungo la via e lasciando solo perplessi. Molteplici sono le fantasiose incoerenze di cui è disseminato il film, come un folle farneticante incontrato in un ala post-apocalittica dell’ospedale che mira a insidiare la protagonista e frattanto le rivela un misterioso regresso familiare di cui impossibile è comprendere perché mai debba essere a conoscenza, che rappresenta un mero e goffo escamotage per traghettare la vicenda ad un colpo di scena ancor più bislacco. Quest’ultimo, di cui è meglio non specificare la natura per non ricadere in indesiderati spoiler, viene concretizzato nel girato in maniera talmente posticcia da creare quasi nello spettatore smaliziato un senso di tenerezza, a cui segue subito dopo un conato di riso. Infine, se questo passaggio è esteticamente grottesco, e non in modo voluto, non è l’unica sonora caduta lungo il girato; altrettanto pessima è la realizzazione di schizzo di sangue, che esce da una gola sgozzata, realizzato in un CGI. Se per gli effetti speciali si tratta di limitati casi particolarmente negativi, troppo pochi per danneggiare in modo incisivo la pellicola, è il copione ad avere la gran parte della colpa. A ciò si somma infine uno scadentissimo sviluppo delle psicologie dei personaggi, con repentini e arbitrari cambi di rotta, nonché l’aver trascurato quasi in toto il soggetto più interessante, ossia la madre, che compare solo in poche brevi sequenze.

Dunque, come purproppo fin troppo spesso accade, il tentativo di stupire e scioccare unito ad una scarsa attenzione a costruire uno sviluppo coerente e coeso, fanno di Bethany di James Cullen Bressack l’ennesimo horror paranormale frammentario e disorganico, sprecandone tutto il potenziale.

Di seguito il trailer:

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[recensione] Bethany di James Cullen Bressack
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Shannen Doherty e Stefanie Estes sono le protagoniste di un confuso horror paranormale che spreca le buone premesse con uno sviluppo maldestro e poco coeso
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