The Movie Db
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18 aprile 2017

[recensione BIFFF 35] A Dark Song di Liam Gavin

Il sorprendente primo lungometraggio del regista irlandese ci immerge in un rituale oscuro che concretizza visivamente l’angoscia della protagonista

18 aprile 2017

Diffusa credenza è che – soprattutto di questi tempi – un horror, per avere successo, ancor più se implichi il paranormale, debba avere un budget cospicuo, così da poterlo disseminare di effetti speciali e computer grafica; l’idea, la visione e la sceneggiatura in fondo non sono poi tanto fondamentali, mere minuzie buone per i sostenitori dell’indie, che non avendo fondi devono per forza potersi vendere in altro modo. Ebbene, l’assunto che siano le pecunie a fare la pellicola del terrore è fallace, spesso anzi i prodotti commerciali, proprio per la necessità di avere maggiori ritorni dell’investimento, quindi un pubblico più numeroso e di conseguenza un rating il più possibile permissivo (di norma un PG-13), tolgono ogni elemento che gli valga l’appartenenza stessa al genere, risultandone così un insipido mistone di cliché diluiti e dialoghi sciapi. Al contrario è proprio tra coloro che rimangono nel sottobosco del sottofinanziato che le migliori e più originali opere si generano, un po’ per maggior necessità di inventiva a sopperire i pochi mezzi, ancor più per la libertà creativa di cui possono contare.

A Dark Song posterIn quest’ultima categoria s’inserisce, meritatamente, A Dark Song, claustrofobico viaggio mentale scritto e diretto da Liam Gavin, di cui rappresenta il sorprendente esordio alla regia. Il film, che sta ancora facendo il giro dei festival, tra cui quello di Sitges (dove ha vinto il New Visions Award)e il recente BIFFF, è capace con risorse davvero minimali di costruire un reale senso di angoscia, mettendo in scena un rito oscuro, un viaggio oniroide a lungo mantenuto sospeso tra la percezione di allucinazione e realtà. Anzitutto melodia oscura, litania ripetuta per giungere a stati deviati della coscienza, a realtà che prescindono il tangibile e sfiorano altre sfere, l’horror è incentrato su un rito antico e, parrebbe, quasi pagano, per superare i confini della vita terrena e venire a contatto coloro che abitano aldilà. A tentare il pericoloso e fosco percorso, che in più punti ha i profili inquietanti dell’occultismo, addirittura nelle sue declinazioni sataniste, sono i due protagonisti Sophia Howard (Catherine Walker), donna disperata in cerca di un modo per entrare in contatto con il figlio morto, e Joseph Solomon (Steve Oram), un individuo dall’aspetto piuttosto malandato, ma, parrebbe, dai grandi poteri medianici.

Questi, unico a conoscenza dei complicati passaggi del misterioso rituale, viene assoldato dalla donna e i due si recano in una casa disabitata, da lei comprata ad uopo, decisi a rinchiudervisi per il tempo necessario per ultimare l’evocazione. Infinita e dolorosa sequenza di azioni, approntate ognuna in una diversa stanza, la cerimonia tinta di dark implica il reiterarsi fino allo spasmo di gesti, lo scrivere segni, il professare invocazioni, è un andamento circolare e sempre più straniante, lo spettatore è avvolto da una andamento spiraliforme. Nulla accade, sembra sia tutto un miraggio a cui una madre prostrata dal dolore ha voluto credere. Poi le entità iniziano a farsi sentire nei corridoi vuoti e silenziosi, ma non sono chi lei desiderava. Un suo errore rende il cammino spirituale ancor più denso di tenebra, il rito si tramuta in vessazioni fisiche, in sacrificio, il dolore è reso con una crudità disarmante: i brividi mentre è fradicia, le deprivazioni, il sangue e le umiliazioni. La recitazione della Walker, lo sforzo in ogni suo movimento, la sua mimica trasmetto perfettamente tutta l’ansia e la sofferenza che il suo personaggio prova.

dark songPoi c’è l’ultraterreno, non è effetto posticcio però, sta nel carattere dell’immagine e degli esterni che suggeriscono in un trip da incubo che ormai non ci sia più fuga dalla casa, una sequenza in cui la camera, la prospettiva di lei, erra in un movimento circolare per le deserte lande intorno, una lente sull’obiettivo rende i toni innaturali; poi, dopo aver cercato la fuga disperatamente, si ritrova al punto di partenza, incastrata in un universo parallelo in cui è entrata , ma il cui passaggio per il mondo reale è stato poi richiuso. Infine esistono presenze, maligne, stanno negli scricchiolii e nei sussurri, nelle visioni disturbanti, assumono la voce e le sembianze delle persone amate per trarre in inganno. Per quanto riguarda le entità luciferine, figlie dell’oscurità liberata involontariamente dal rito stesso, è necessario attendere parecchio prima di averne un assaggio, ma una volta concretizzatesi la suggestione è forte, l’atmosfera costruita nel lungo svolgimento ne potenzia l’effetto. Tuttavia non vi è mai nulla di pirotecnico, di eccessivo, la strategia è do mostrare in prevalenza il tangibile, solo i riverberi del paranormale, rimanendo così molto più credibile, più concreto. Unica nota davvero negativa è il finale, smaccatamente kitch ed eccessivamente “luminoso”, toglie molto al complesso, meglio sarebbe certo stata una visione più tenebrosa …

Trascurando però tale piccola caduta negli ultimi minuti, nell’insieme Gavin sa edificare in A Dark Song un tetro iter che si ammanta di sovrannaturale e che abilmente trasmette in chi guarda una sensazione di disagio ininterrotto, il cui apice è l’incontro, tra raziocinio e follia ambiguamente fuse, con il Male puro.

Di seguito il trailer originale:

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[recensione BIFFF 35] A Dark Song di Liam Gavin
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[recensione BIFFF 35] A Dark Song di Liam Gavin
Descrizione
Il sorprendente primo lungometraggio del regista irlandese ci immerge in un rituale oscuro che concretizza visivamente l'angoscia della protagonista
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Il Cineocchio
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