16 aprile 2017

[recensione BIFFF 35] Bluebeard di Lee Soo-Youn

La regista coreana torna sulle scene dopo una lunghissima assenza con un thriller interessante ma zavorrato da una sceneggiatura troppo densa

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16 aprile 2017
bluebeard

Il thriller psicologico coreano Bluebeard (che ha ben poco in comune con la favola di Barbablù trascritta da Charles Perrault e che in effetti in patria è intitolato Melting Ice) contiene sufficienti trama, sterzate improvvise, colpi di scena e false piste da riempire molto più di un singolo film, ma ce ne sono così tanti che l’effetto finale è in definitiva quello di anestetizzare lo spettatore. Tecnicamente, una volta che tutto viene più o meno svelato, ogni tassello acquista un senso, ma la faticaccia sostenuta per arrivarci (stiamo parlando di un lungometraggio di 2 ore) – con conseguente dispersione di energie mentali lungo la via – non viene affatto ripagata e anzi ci si potrebbe sentire anche presi un po’ in giro (impossibile per ovvie ragioni citare pellicole con gli stessi twist già viste in passato).

Bluebeard poster filmIl Dott. Byun Seung-hoon (Cho Jin-Woong, efficace in una performance non semplice) è a pezzi, fisicamente ed emotivamente. Riesce a malapena a dormire a causa della separazione dalla ex-moglie – che si è tenuta il figlio – trauma che sembra incapace di superare. Ha perso il suo comodo lavoro nel distretto di Gangnam e ora si ritrova a lavorare nella provinciale e middle class Hwaseong, gestendo una clinica dove esegue colonscopie tutto il giorno. Con il ricordo di una vita agiata alla spalle, ora vive in un angusto loft traboccante di libri di medicina situato sopra a una macelleria. Un giorno, durante una normale visita all’anziano padre del suo padrone di casa (Shin Goo), sedato per l’occasione e un po’ rimbambito, il Dott. Byun ascolta quella che crede essere la confessione di un terribile omicidio. Tale dichiarazione potrebbe essere legata alla recente notizia del ritrovamento di parti di cadaveri fatti a pezzi e riemersi dal fiume Han in seguito al disgelo primaverile, ma riflettendoci, si convince inizialmente che faccia parte delle strane uscite che i pazienti gli confidano quotidianamente in tale situazione (a quanto pare è una cosa piuttosto comune …). Non convinto del tutto, il Dott. Byun inizia però ben presto a sospettare che il vecchio e suo figlio (Kim Dae-Myung) siano davvero due serial killer e inizia a indagare per suo conto, trovando quella che sembrerebbe una prova schiacciante a supporto della sua teoria, ossia una testa umana mozzata avvolta in un sacchetto all’interno della macelleria. Ma forse la verità sta da un’altra parte …

Bluebeard è il primo lungometraggio della sceneggiatrice e regista Lee Soo-youn dal suo debutto con l’ottimo The Uninvited del lontano 2003, e al suo interno si percepisce quell’ansia da prestazione di chi è preoccupato che potrebbe non lavorare per altri 15 anni. Facendo affidamento praticamente a ogni ‘trucco’ presente sul manuale cinematografico scritto da Alfred Hitchcock, la regista coreana insinua dubbi in ogni sequenza, cercando di portare lo spettatore a provare le stesse sensazioni di disagio, curiosità e pericolo provate dal protagonista. Per i primi 80 minuti del film è difficile dire se ciò che si vede sullo schermo sia reale o invece si tratti di un sogno. Potrebbe infatti essere tutto un ‘viaggio mentale’ del troppo sensibile – o instabile – Dott. Byun, la cui situazione familiare si sta manifestando sotto forma di incubi lucidi. Questo è avvalorato dalla mezza dozzina di ‘salti sulla sedia’ improvvisi col dottore che si risveglia all’improvviso in preda al panico (si assiste a così tanti momenti “era solo un sogno” che Freddy Krueger stesso ne rimarrebbe sorpreso).

Bluebeard film coreaLa pellicola intende però raccontare un’elaborata vicenda di serial killer e una parabola di collasso mentale attraverso una miriade di sottotesti diversi, che vengono introdotti ma mai esplorati fino in fondo. In diversi momenti la regista esce infatti dai binari, inserendo divagazioni su rapporti tra classi sociali, il bullismo, il razzismo, l’assistenza sanitaria, l’eccessiva intrusività della videosorveglianza, il riscaldamento globale, l’uguaglianza sessuale, la tossicodipendenza e il consumismo. La trama di Bluebeard è così densa che queste tematiche – a quanto pare sentite – vengono a malapena accennate, distraendo tuttavia dalle azioni di un personaggio principale che richiederebbe già il 100% dell’attenzione del pubblico. E’ molto, troppo, per non parlare delle trame secondarie che coinvolgono la volontà del Dott. Byun di dover guadagnare abbastanza soldi per mandare il figlio a un campo estivo in Canada o quella che coinvolge una bella infermiera che lavora per lui (Lee Chung-Ah) e che ruba farmaci dalla clinica per rivenderli sul mercato nero e comprarsi borse firmate.

Alla fine comunque ogni pezzo va al suo posto, grazie soprattutto a una climax di 20 minuti in cui gli investigatori della polizia (che stanno effettivamente investigando sui cadaveri senza testa ripescati) spiegano al Dott. Byun – e agli spettatori – tutto ciò che è realmente accaduto in precedenza (anche se a pensarci bene, i più smaliziati potrebbero a questo punto aver già capito tutto da un bel pezzo). Questo eccesso di accumulo di indizi – ingannevoli o meno – non può che portare a chiedersi se una maggiore ambiguità e molte meno pagine di sceneggiatura non avrebbero contribuito a rendere il film molto più intrigante e inquietante … Il finale è grossomodo rapportabile alla spiegazione conclusiva di Psycho, soltanto portata a estremi decisamente più borderline. Bluebeard possiede stile, interpretazioni di buon livello e un’idea centrale dal buon potenziale, ma non riesce mai a giustificare le sue eccessive elucubrazioni.

Piccola nota a margine, ma molto importante: se volete vedere Bluebeard, non guardate prima il poster internazionale (qui sopra vi abbiamo inserito appositamente la versione coreana). In una singola frase viene infatti svelato il colpo di scena principale. Avvisati.

Di seguito il trailer originale:

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[recensione BIFFF 35] Bluebeard di Lee Soo-Youn
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La regista coreana torna sulle scene dopo una lunghissima assenza con un thriller interessante ma zavorrato da una sceneggiatura troppo densa
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Il Cineocchio
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