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19 aprile 2017

[recensione BIFFF 35] Hipersomnia di Gabriel Grieco

Il regista argentino racconta la tratta umana con una suggestiva allucinazione, vanificata dalla narrazione poco cruda e dall’epilogo

19 aprile 2017

Dotato di una certa visionarietà, seppur non altrettanto illuminato nell’ingranaggio narrativo, Hipersomnia di Gabriel Grieco, affrontando il truce problema del traffico umano in Argentina attraverso un approccio surreale, struttura una riuscita caratterizzazione della sfera psichica, che non riesce tuttavia a concretizzare poiché non osa abbastanza, vanificandone infine del tutto l’effetto con un epilogo decisamente insoddisfacente.

Hypersomnia posterLa storia ruota intorno a Milena (Yamila Saud), aspirante attrice in cerca di un ingaggio che viene scelta da un direttore teatrale Federico del Pino (Gerardo Romano) per una controversa piece intitolata Otro Giro. Sin dall’audizione il processo è piuttosto ambiguo, a partire da torbido appuntamento in un bar nel mezzo della notte, dove alla ragazza viene praticamente imposto un incontro sessuale con un’altra donna per dimostrare di essere abbastanza disinibita per la parte. Viene scelta. Man mano però che le prove procedono, la protagonista è sempre più ossessionata da un sogno, meglio un’allucinazione persistente: quella di essere lei stessa proiettata in una claustrofobica casa chiusa, in cui con altre ragazze è tenuta prigioniera e costretta a prostituirsi. Come se non fosse sufficientemente terrificante, a scadenza costante una delle ospiti del bordello, che si trova sotto al livello del suolo, viene destinata al “Il Giardiniere”, uno psicopatico sadico che le tortura e uccide.

Componente decisamente più riuscita della pellicola argentina, la descrizione della prigione sotterranea comunica una densa sensazione d’angoscia, anzitutto utilizzando sapientemente il comparto visivo. In primis la fotografia, la scelta della tavolozza e delle luci è molto avveduta, i fondi e gli ambienti rimangono sempre ammantati di una penombra, a trasmettere l’essenza fosca del luogo stesso, ma anche il carattere di sogno, di viaggio mentale. Inoltre, a rafforzare tale sensazione è la contrapposizione cromatica tra i toni usati per le stanze, i muri, l’ambientazione, tutti cupi e spenti, e quelli vividi e ben più luminosi usati per delineare il mondo tangibile, ossia quello dove la protagonista è attrice. Infine, ad acuire ancor più la sensazione di surrealtà, in alcune sequenze lei, come Maria (un’altra “ospite” della turpe struttura che incontra in principio) sono vestite di un rosso accesissimo.

Se il colorismo nell’emisfero allucinatorio risulta dunque ben tratteggiato, non altrettanto espressiva è l’azione, i dialoghi nello stesso. Appena abbozzate, le turpitudini che laggiù avvengono rimangono vacua suggestione nel meccanismo di continuo salto da una parte all’altra dello specchio. Non c’è una reale morbosità nei carcerieri, nelle loro parole, nella vita e nella descrizione delle ragazze, tutto rimane superficiale e poco scioccante. In particolare, le torture del misterioso carnefice rimangono perlopiù celate, quando vengono mostrate poco hanno del sanguinolento o malato necessario per conferire un’aura davvero horror e completare appieno l’incubo, che così resta solo vagamente convincente. Guardare a lavori decisamente più crudi e scioccanti, quali l’inglese The Seasoning House di Helen Solomon, vista anche l’affinità tematica, avrebbe potuto dare decisamente maggiore potenza e sovversività al film.

Hipersomnia film 2Hipersomnia, che parrebbe più aspirare ad avvicinarsi a Sucker Punch di Zack Snyder e a Suspiria di Dario Argento, almeno nei deliri ad occhi aperti del personaggio principale, allo stesso modo femminile e affiancato da altre donne, come nella claustrofobia degli ambienti, non è capace né di replicare il tono fumettesco del primo, né quello più smaccatamente orrorifico, fantasmatico, del secondo. Anzi, nel cercare di creare maggiore suspense, Grieco inserisce una sottotrama dominata dall’indagine di Milena, alla ricerca di risposte alle sue esperienze extracorporee, che ha l’effetto opposto di dilatare la sezione comunque più avvincente e il cui sviluppo non è peraltro nemmeno ben approfondito. Tutto il vissuto nell’emisfero tangibile, d’altra parte è solo imbastito, dal fidanzato geloso, al rapporto con il regista dello spettacolo drammatico, a quello con lo psichiatra, alle sue memorie infantili, nulla è davvero coinvolgente di questa sezione. Ai brevi e accidentali riferimenti all’attività istrionica, che avrebbero potuto essere assai più evocativi e strutturati, si somma poi la cagione ultima del salto multidimensionale, così maldestra da far dimenticare tutto ciò che di buono c’è stato in precedenza. Il passaggio stesso, che si potrebbe definire motivato da un legame “simpatetico”, è fin troppo fantasioso e pateticheggiante (non si approfondisce ulteriormente l’argomento per evitare spoiler) e, unito all’iter che porta alla scoperta della verità, crea solo un brutto diversivo.

Beché dunque abbia molte potenzialità, soprattutto nell’ambito visivo, Hipersomnia di Gabriel Grieco non riesce alla fine a materializzare compiutamente lo spettro che aleggia sulla protagonista e si perde via quando maldestramente narra della quotidianità della medesima.

Di seguito il trailer originale:

Articolo
[recensione BIFFF 35] Hipersomnia di Gabriel Grieco
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[recensione BIFFF 35] Hipersomnia di Gabriel Grieco
Descrizione
Il regista argentino racconta la tratta umana con una suggestiva allucinazione, vanificata dalla narrazione poco cruda e dall'epilogo
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Il Cineocchio
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