14 aprile 2017

[recensione BIFFF 35] Little Nightmares di Takashi Shimizu

Il nuovo horror del regista di Ju-On ha diversi buoni spunti, che vengono però sprecati per le troppe incongruenze nel tono e da un villain troppo cartoonesco

FacebookTwitterPocketInstapaperEmailPrint
14 aprile 2017
little nightmares shimizu takashi

Little Nightmares (Kodomo Tsukai), conosciuto anche con il titolo Innocent Curse, vede il ritorno dietro alla macchina da prese del fantasioso, ma ultimamente poco concludente,  Takashi Shimizu, che ancora una volta spreca un’idea pur interessante con una messa in scena un po’ troppo pasticciata.

Little Nightmares - innocent curseTra i numi tutelari del J-horror, il regista è infatti passato alla storia per uno dei capostipiti del genere, Ju-on: Rancore, di cui aveva poi anche realizzato un non altrettanto indimenticabile remake hollywoodiano, The Grudge, con Sarah Michelle Gellar. Ebbene sono passati più di quindici anni, ma Shimizu non si è ancora lasciato del tutto alle spalle gli spiriti inquietanti di bambini, che però nel suo ultimo film sortiscono nello spettatore un effetto ben diverso dalla pellicola del 2000 che l’ha reso celebre. Assai simili al biafano Toshio Saeki, allora interpretato da (Ryôta Koyama), le presenze spettrali sono infatti in Little Nightmares ancora una volta di età scolare. Perfidi e sanguinari, nonostante la loro tenera età, a capeggiarli è una singolare entità (Hideaki Takizawa), una sorta di uomo nero che li induce a compiere assassini. Intuizione in parte intrigante, a richiamare quest’ultimo sono i bambini stessi, quelli in carne ed ossa però, che maltrattati dai genitori o abbandonati, ne desiderano la morte in un momento di debolezza; così destano l’attenzione dell’entità che stipula con i piccoli un patto e, dopo tre giorni, l’adulto muore. Insieme di differenti suggestioni, al centro della narrazione vi è dunque una maledizione, la maledizione degli innocenti per l’appunto, che ricorda in parte quella legata alla cassetta di Ring (Ringu) di Hideo Nakata (tratto dall’omonimo romanzo), la cui visione portava a un inevitabile decesso dopo sette giorno; qui però il tempo è più limitato e a determinare la vittima non è il caso, ma proprio quei fanciulli indifesi e maltrattati, che lanciano contro la madri o padri degeneri il maleficio.

Dunque, visti i due riferimenti celebri piuttosto visibili, immediatamente si penserebbe a una pellicola densa di angoscia, in cui i vendicativi fantasmi nipponici si schierano in difesa dei più deboli, evocati proprio dall’afflizione di questi ultimi. Ebbene non è così, il tono con cui la vicenda è narrata è piuttosto variegato, incostante, e gli spunti tanti da risultare a un certo punto incoerenti, creando un insieme eccessivamente contorto e poliedrico. Anzitutto c’è il nucleo narrativo, la convenzionale corsa contro il tempo alla Ring per risalire alle origini della maledizione da parte del giovane reporter Shunya Ezaki (Daiki Arioka) e della fidanzata, la maestra Nahomi Harada (Mugi Kadowaki) che, per una serie di sfortunati eventi e per una sua mancanza verso un suo alunno sfortunato (Haruto Nakano), si trova ad essere oggetto dell’anatema. Secondo elemento diegetico rilevante diventa allora, descritta con un certo verismo, l’esperienza di coloro che in tenera età vengo vessati fisicamente e psicologicamente, con madri che prendono i figli per i capelli, li picchiano o che li chiudono in sgabuzzini bui. Se solo l’attenzione per tale oscuro vissuto infantile avesse dato vita a una storia dark, come Il labirinto del fauno in declinazione asiatica, sarebbe stato qualcosa di assai riuscito.

little nightmares shimizuPurtroppo però, anche tale tematica non è sfruttata come avrebbe potuto, né a livello di sviluppo della storia e neppure nel comparto visivo. Proprio quest’ultimo, la strutturazione di un universo abbastanza oscuro, eppure fanciullesco, che potesse tradurre il concetto alla base, è ciò che più manca. In particolare, il problema principale è lo spirito che conduce i bambini fantasma, un uomo vestito di nero che pare desunto da uno di quei programmi per ragazzi con personaggi da fumetto e costumi un po’ posticci. Incrocio tra il Pifferaio Magico e un pupazzo antropomorfizzato gigante (da quest’ultimo peraltro origina), è decisamente poco spaventoso e piuttosto ridicolo, conferisce una nota fin troppo cartoonesca che stride fortemente con la precedente tematica degli abusi, ancor più con le apparizioni maligne, immediato è lo stacco quando vediamo gli spiriti alla Ju-On e a fianco lo strambo tizio con cappello corvino, che sembra essere vestito per carnevale, e che suona un grosso strumento a fiato ricoperto di pelo e ha un corvo nero di peluche sulla spalla. E’ vero, ci sono personaggi come Pennywise che riescono perfettamente a far coesistere il comico e il demoniaco, ma nella pellicola di Shimizu non è questo il caso anzi. In ultimo abbiamo una storia esageratamente dilatata che, man mano che il minutaggio sale e si scoprono i regressi misteriosi, diviene sempre più implausibile e abbozzata, fino alle radici del Male, che sono decisamente e involontariamente demenziali.

Un buon punto di partenza viene dunque sciupato lungo lo sviluppo dal regista che, probabilmente non avendo chiaro l’indirizzo da seguire, ha in Little Nightmares fuso troppi ingredienti senza badare troppo ad armonizzarli, conferendo al complesso una linea estetica comune.

Di seguito il trailer originale:

Articolo
Titolo
[recensione BIFFF 35] Little Nightmares di Takashi Shimizu
Descrizione
Il nuovo horror del regista di Ju-On ha diversi buoni spunti, che vengono però sprecati per le troppe incongruenze nel tono e da un villain troppo cartoonesco
Autore
Nome del publisher
Il Cineocchio
Logo del publisher

Articoli correlati

Inserisci un commento