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12 aprile 2017

[recensione BIFFF 35] The Unkindness of Ravens di Lawrie Brewster

Drammatico ed estremamente intellettuale, il film del regista scozzese riesce a tramutare l’esperienza bellica in un lucido incubo

12 aprile 2017

Un veterano affetto da sindrome post-traumatica affronta i suoi demoni, che prendono forma di corvi, reali o antropomorfizzati, tale potrebbe essere la descrizione in poche parole della trama di The Unkindness of Ravens di Lawrie Brewster.

The Unkindness of Raven posterAllucinazione oscura, la narrazione segue il lungo e terrificante incubo ad occhi aperti di Andrew, incarnato da un ottimo Jamie Scott Gordon, soldato in congedo rimasto sconvolto dall’esperienza bellica, dal suo senso di colpa, viene mandato per affrontare le sue più oscure fobie dalla propria psicologa in una casa dispersa nelle campagne scozzesi. Minimale, per buona parte del minutaggio è anzitutto l’attore da solo a reggere buona parte dello svolgimento sulle sue spalle; questi è capace di dar vita a lunghi monologhi, letterari quanto deliranti, a dialogare con se stesso logorato da una costante e dilaniante ossessione, i corvi del titolo, che divorano i cadavere sul campo di battaglia, che ne mangiano gli occhi, specchio dell’anima, insensibili al patire umano. Tali volatili, che popolano le zone circostanti la nuova residenza del protagonista, sembrano sorvolare minacciosi i cieli sovrastanti, spiarlo dagli alberi, attendendo la sua morte, chiamandolo a un infernale girone dei soldati, colpevoli di indicibili azioni che la guerra stessa scusa. 

Orrorifico in una declinazione psicologica, presenze fantasmatiche infestano la realtà di Andrew, la tenebra colma ogni giorno sempre più la sua psicosi, delineata da campi lunghissimi e stranianti sulle lande silenziose, su un sublime naturale in cui s’intravedono gli atri uccelli a dominare i nembi, quali messaggeri infernali. Poi la follia si fa più acuta, l’occhio della camera cattura immagini sempre più disturbate, come a tradurre il caos presente nella mente stessa, l’incapacità di discernere il reale dall’immaginato. I corvi diventano entità demoniche dalle fattezze latamente umane, le loro maschere sono incredibilmente inquietanti e ben riuscite, lo conducono in percorso infernale e dantesco, dove i suoi compagni, anime dannate, sono legati e torturati, in immagini dall’incredibile potenza visiva e piuttosto truci.

The Unkindness of RavensTale è tuttavia una limitata parte dell’intero, The Unkindness of Ravens è retto più che dal visivo dalla parola; enfaticamente drammatico, gli scambi verbali sono caratterizzati da un’assolutezza disarmante, da una letterarietà propria di pochi copioni (la sceneggiatura si deve a Sarah Daly). Si tratta di monologhi, scritti lirici del protagonista stesso che riversa su carta la sua disperazione, oppure di dialoghi, il più delle volte con il proprio doppio, maligna forza interiore che cerca di trascinarlo nella tenebra, che ne desidera la morte, che lo tormenta. Così si presenta nella notte, vestito da soldato o con il volto coperto, lo istiga al suicidio, unico modo per mettere fine al quell’interminabile patire. Controparte interiore dei demoni corvo, allo stesso tempo assai affine negli intenti, da voce alle sue paure, alle sue debolezze, compare di continuo come un sogno lucido e estremamente realistico.

Non è un horror comune, forse nemmeno un horror, sebbene vi siano proiezioni orrorifiche, presenze inquietanti che in un graduale incedere verso l’oscurità divengono sempre più terrificanti, da semplici uccelli fino a torturatori sovrumani. Esiste un estremo orrore nello sguardo di chi racconta visivamente, ma il film nettamente si discosta dai procedimenti narrativi, dagli escamotage tesi per spaventare lo spettatore, d’altronde il fine è differente. Riuscire a concretizzare il vissuto tormentato di chi ha sperimentato su se stesso qualcosa di decisamente più mostruoso poiché tangibile: la guerra, le sue agghiaccianti crudeltà, che indelebili non permettono di mandare avanti un’esistenza ormai distrutta.

The Unkindness of Ravens 3Sta allora proprio nel fine la forza della pellicola e allo stesso tempo la sua maggiore debolezza; da una parte infatti si cerca di alternare al presente inserti vividi che vorrebbero narrare memorie belliche, che mostrano i crimini di cui si sono macchiati Andrew e i suoi compagni. Tuttavia, probabilmente per la limitatezza del budget, tali sequenze non riescono ad essere rese come avrebbero dovuto, lasciando una sensazione di posticcio, soprattutto in una incentrata su un’esplosione dovuta al lancio di un missile sul campo di battaglia. Purtroppo, allo stesso modo, quando agli ottimi effetti pratici è sostituita la computer grafica, il risultato è molto deludente, sempre per la suddetta mancanza di fondi; esempio principe è quello in cui i corvi vengono ricreati in veste virtuale. In questo modo però l’insieme perde sfortunatamente in potenza, un vero peccato, dacché si tratta di un lavoro molto ambizioso, intellettuale. 

In ultimo, proprio per questa sua chiusura in termini di significato e fruibilità, poiché The Unkindness of Ravens è cupo e mentale, altamente teatrale e recitativo, difficilmente potrà raggiungere un grande pubblico, più avvezzo a film leggeri, densi d’azione e privi di riflessione, l’esatto opposto di ciò che viene ricercato quivi. Ugualmente, proprio per la sua singolarità e la levatura del messaggio e dell’insieme, la pellicola di  Brewster è più che rimarchevole e si sente la necessità di più lavori simili.

Di seguito il trailer originale:

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[recensione BIFFF 35] The Unkindness of Ravens di Lawrie Brewster
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[recensione BIFFF 35] The Unkindness of Ravens di Lawrie Brewster
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Drammatico ed estremamente intellettuale, il film del regista scozzese riesce a tramutare l'esperienza bellica in un lucido incubo
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Il Cineocchio
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