25 luglio 2017

[recensione] Blood Hunt di Sam Curtain

Kahli Williams e Dean Dean Kirkright sono i protagonisti di un thriller alla Wolf Creek piuttosto convenzionale, ma con un’interessante svolta revenge sul finale

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25 luglio 2017
Blood Hunt

L’entroterra australiano, a quanto pare, sarebbe un luogo piuttosto pericoloso, o almeno tale immagine ci fornisce di esso il cinema autoctono: dopo il serial killer, realmente esistito, al centro di Wolf Creek di Greg McLean e la coppia di seviziatori di Hounds of Love (la nostra recensione) di Ben Young, sono il gruppo di maniaci pervertiti di Blood Hunt, diretto e co-sceneggiato da Sam Curtain insieme a Danny Beaton e Thomas Roach (che ha anche un ruolo principale nel film), ad aggirarsi minacciosi per le strade poco frequentate dello sterminato continente.

Blood HuntProtagonisti sono un’ignara coppia, Claire (Kahli Williams) e Dean (Dean Kirkright), che decidono di intraprendere una romantica gita on the road per festeggiare il loro anniversario. Sfortuna vuole però che l’automobile resti senza benzina e i due innamorati itineranti si fermano così a un distributore in un paesello disperso nel nulla; quello sbagliato però … Come in altre pellicole a questa affini, l’incontro fortuito con il killer di turno è solo una questione di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, basti pensare al sopracitato Wolf Creek, e le conseguenze sono agghiaccianti. Moltiplicando allora il numero di cacciatori squilibrati da uno a tre, ma mantenendo il medesimo meccanismo, ne nasce in variazione su tema in cui il manipolo di villain, composto da Knuck (Roach), Heath (Benjamin Denmeade) e Jarred (Eli Halliwell), si dedica a una caccia sfrenata su strada, poi a una combinazione di rapimento e sevizie, in uno sviluppo che per buona parte del minutaggio poco si discosta dal suddetto predecessore; di esso anzi sono ripresi alcuni degli ingredienti fondamentali, quali torture e violenze carnali e psicologiche, lacci e coltelli, infine gli immancabili pestaggi tra un tentativo di fuga e l’altro, come d’uopo sventanti quasi sempre. Inoltre, il primo lungometraggio dietro alla macchina da presa di Curtain ripropone a diversi ulteriori cliché: la narrazione si apre, come detto, con il viaggio in macchina, a cui seguono in successione l’incontro con i malintenzionati, lo scontro della protagonista femminile con uno di loro, che genera in lui una qualche forma d’attrazione e nel pubblico un vago sentore di ciò che succederà. Poi le designate vittime sembrano riuscire a sfuggire incolumi il pericolo, ma è solo una sensazione, perché inevitabilmente cadono nella trappola già ordita, il loro mezzo va in panne, vengono catturati e così via; insomma si sa cosa aspettarsi. A ciò si aggiunge infine, quale nota di demerito, l’uso iniziale di diversi campi lunghi e riprese dall’alto, delineando così un paesaggismo fascinoso, come d’altra parte permette lo scenario della Tasmania, dove sono state realizzate le riprese, ma tale elemento naturalistico non viene sfruttato appieno con  opportune fughe e inseguimenti a piedi per le steppe, ma si sceglie di collocare in macchina, in un parcheggio o in un interno (una decadente struttura lignea) gran parte dell’azione, perdendo in suspense e in estetica.

blood hunt filmUn prodotto d’intrattenimento per gli amanti dei torture porn nemmeno troppo spinti (verrebbe da pensare), nulla pare particolarmente inedito rispetto ad altri mille afferenti al sottogenere per buona parte del film; verissimo a eccezione dell’ultimo quarto d’ora. La parte migliore e più gore dura ben poco e giunge purtroppo solo alla fine, quando si vira al revenge movie e la violenza si scatena (tralasciamo di dire quale sia l’origine del cambio di tono per evitare eccessivi spoiler). Tra le numerose sequenze decisamente truculente emergono una testa spappolata da ripetuti colpi secchi con la portiera di una macchina parcheggiata, una pletora di celeri stilettate, veloci e precise nel costato, nonché lo squartamento di un corpo appeso a testa in giù, sebbene in questo caso buona parte dell’azione avvenga fuori capo e si veda solo il lago di sangue discendere sino alla testa capovolta. Tali e altre scene sono realizzate con ottimi effetti pratici, che fanno percepire i liquidi corporei e gli accoltellamenti come quasi tangibili.

Debutto quindi non del tutto privo d’interesse, Blood Hunt non brilla per disarmante unicità, ma quantomeno è recitato in modo credibile dai membri del limitato cast (praticamente composto esclusivamente dalla Williams, da Kirkright, da Roach, da Denmeade e da Halliwell), catturato da una buona regia e con degli ottimi effetti speciali, rendendo così l’insieme coinvolgente, sebbene il ritmo non sia dei più serrati, né le vicende narrate delle più fantasiose.

Di seguito il trailer originale:

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[recensione] Blood Hunt di Sam Curtain
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Kahli Williams e Dean Dean Kirkright sono i protagonisti di un thriller alla Wolf Creek piuttosto convenzionale, ma con un'interessante svolta revenge sul finale
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