14 marzo 2017

[recensione] Brimstone di Martin Koolhoven

Il regista delinea una rilettura manichea del selvaggio West, in cui una tenace Dakota Fanning combatte contro un crudele e iniquo patriarcato

FacebookTwitterPocketInstapaperEmailPrint
14 marzo 2017
Brimstone film 3

Brimstone, western dai tratti fortemente drammatici diretto da Martin Koolhoven, se poco condivide con i classici di tal genere quello slancio da conquistatore di terre inesplorate, quell’aura avventurosa, seppur con i dovuti scontri a suon di pistole con il criminale di turno; al contrario mette in scena una descrizione forse più realistica, truce e senza speranza, di quella che doveva essere la vita nel Nuovo Mondo, dove un duro precetto assai più vicino al veterotestamentario governava l’esistenza di comunità sparute e costrette a un’esistenza spartana.

Brimstone PosterDiviso dunque in 4 capitoli, Apocalisse, Esodo, Genesi e Castigo, la pellicola, decisamente ambiziosa, ripropone in qualche modo le sofferenze e le peripezie affrontate dal Popolo Eletto, che in questo caso sono però a peregrinare è una sola donna, Joanna, che poi prenderà il nome e l’identità di Liz, interpretata da Dakota Fanning. L’incipit proietta subito nella quotidiana tragedia di una società spietata: la protagonista, muta, si reca con il marito Eli (William Houston), il figliastro Matthew (Jack Hollington) e la figlia Sam (Ivy George) in una spoglia chiesa di legno, austera e fredda costruzione nel mezzo di una natura incontaminata e incombente, spesso ripresa dall’alto, a volo d’uccello, per esaltarne ancor più l’immensità in confronto alla piccolezza dell’essere umano. Al centro delle file di panche, un predicatore (Guy Pearce) dall’aspetto sinistro con il volto sfregiato da un’enorme cicatrice, tiene un duro sermone. “Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono a voi in vesti da pecore, ma dentro son lupi rapaci” riecheggiano le sue parole per la navata scabra, indizio di una minaccia latente a cui la donna reagisce con espressione eccessivamente sconvolta, sembra sapere un significato nascosto di quel passo biblico. Poco dopo, una delle fedeli presente alla funzione, in avanzata gravidanza, è presa dalle doglie, Liz l’assiste nel parto, ma a causa di terribili complicazione è costretta a decidere tra madre e figlio, sceglie la prima e per questo sarà condannata, o così almeno pare inizialmente. Diegesi labirintica, avviluppata su se stessa, la prima sezione ci mostra un uomo di Dio che si erge a suo giustiziere, appare inizialmente intransigenza del dogma, che porta a una punizione fisica della colpa, un’esecuzione vicina a quella dell’Inquisizione Spagnola, ma le radici sono altre. À rebours, a ritroso, è delineato nelle parti successive che compongono l’insieme il calvario che attraversa la giovane sin dall’infanzia; la troviamo in stracci che arranca in mezzo agli sterpi in una distesa desolata quando un gruppo di cinesi la soccorre, ma nessuno sembra essere capace di reale carità e l’adolescente viene venduta allo spregiudicato tenutario di un bordello, Jack (Paul Anderson), anche qui, come un’ombra che non vuole abbandonarla, ricompare il predicatore. Ancora un passo indietro conduce infine lo spettatore alle origini della storia della giovane quando ancora con il nome di Joanna viveva con la madre e con il terribile padre, personaggio perverso e sadico con mire indicibili verso la stessa figlia, ma lei fugge, sebbene in realtà non ci sia scampo in quella realtà dove vigeva il più rigido determinismo.

BrimstoneLungi dunque dall’epopeico racconto del selvaggio West, quello che racchiudeva l’essenza del grande sogno americano, per cui chiunque avrebbe potuto conquistare il suo appezzamento di terra, o trovare l’oro, se abbastanza forte o abbastanza perseverante da affrontare le mille difficoltà del viaggio, in Brimstone viene tratteggiato un ritratto decisamente diverso di quegli uomini, di quei tempi, tutt’altro che edulcorato, eroico. Certo già in pellicole come Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch) di Sam Peckinpah  si assiste alla storia inondata di sangue di un gruppo di antieroi tutt’altro che limpidi, ma il film di Koolhoven si avvicina addirittura a personaggi ibseniani, a una manichea rappresentazione ove ogni peccato è pagato a caro prezzo e l’espiazione avviene solo attraverso un’indicibile e oltremodo lunga sofferenza. Non solo, il Male a cui si è condannati, volere divino imperscrutabile quanto inevitabile, come vuole la più cupa dottrina protestante, deve essere sopportato in silenzio e accettato come necessario. Ne è portavoce l’antagonista, magistralmente reso magistralmente da un brutale Guy Pearce, disumano come Torquemada e freddo detentore del potere spirituale della sua comunità, condanna la moglie a mille vessazioni, la picchia senza pietà, poi decide di concupire la figlia. Perfetto nella sua fisicità asciutta, la mimica glaciale è potenziata ancor più dallo slancio fanatico che ne invade lo sguardo, come dalla precettiva eloquenza, spesso seguita da gesti di estrema crudeltà. Promotore di una struttura sociale fortemente patriarcale, le sue familiari sono viste come un suo possesso di cui può disporre come vuole, in caso si oppongano ne dovranno subire le conseguenze, spesso delle vere e proprie torture, fisiche come psicologiche. Antitetica, a contrapporsi all’iniquo sistema c’è la combattiva Joanna / Liz, che riesce per un breve momento a vincere la volontà del padre padrone, ma a che costo… Instancabile e caparbia, femminilità repressa che combatte contro una struttura che non le concede nulla, più volte la protagonista si scontra con la sua nemesi, che assume i connotati quasi sovrumani, presenza allucinatoria e indistruttibile la insegue come Lucifero stesso in attesa di condurla all’inferno (evocativo nome, peraltro, della viziosa cittadina dove approda quando è venduta al postribolo per condurre una vita nel meretricio). Dakota Fanning incarna in maniera vivida e tragica il difficilissimo ruolo, non eccede mai in patetismo, eppure trasmette perfettamente un dilaniante travaglio interiore e al contempo uno spirito indomabile, fino alla fine. Anche Emilia Jones, che veste i panni del medesimo personaggio, solo nella pubertà, riesce bene a rappresentare quella dicotomica compresenza di coraggio e terrore, disperazione e forza interiore, senza mai lasciarsi andare a una performance sentimentalista o petulante.

Brimstone film 5Pedine allora di un disegno superiore oltremodo crudele, tutti coloro che vi si destreggiano sono destinati a patire, i carnefici, malvagi senza cuore che procrastinano l’ingiustizia come il predicatore o Jack, e ancor più le vittime, Joanna, la madre, le prostitute impiccate o a cui viene tagliata la lingua, ogni uomo buono perisce. Emblematica è l’immagine di un bambino, che muore lentamente in una pozza di sangue, solo, nella gelida neve, avvolto da un mare di nebbia, piangendo. A completare la desolazione morale che vige sovrana, è scenario dell’agire umano una natura maestosa e matrigna, inquadrata in campi lunghi e fondale su cui si stagliano le frugali case di legno. Come la società, anche l’ambiente è altrettanto insensibile all’umano patire. “Atomo opaco del Male“, Koolhoven è capace di raffigurare l’essenza stessa dell’idea di colpa e punizione, di Bene e di Male, prescindendo i confini spaziali e temporali, creando così un’opera universale.

Di seguito il trailer ufficiale di Brimstone, che non ha ancora una data di uscita per l’Italia al momento:

Articolo
Titolo
[recensione] Brimstone di Martin Koolhoven
Descrizione
Il regista delinea una rilettura manichea del selvaggio West, in cui una tenace Dakota Fanning combatte contro un crudele e iniquo patriarcato
Autore
Nome del publisher
Il Cineocchio
Logo del publisher

Articoli correlati

Inserisci un commento