The Movie Db445710/10
The Movie Db/10
15 marzo 2018

Recensione | Children of the Corn: Runaway di John Gulager

La longeva saga cinematografica horror ispirata a un racconto di Stephen King ottiene un nuovo capitolo che si discosta dall'iniziale mitologia con risultati sorprendentemente felici

Nel 1977 Stephen King pubblicò su Penthouse un racconto, I figli del grano (Children of the Corn), che come molti altri successivi del maestro dell’horror ha lasciato un duraturo segno nell’immaginario collettivo e ispirato una longeva serie cinematografica, il cui capostipite, Grano rosso sangue (Children of the Corn) di Fritz Kiersch, uscì nel 1984. A oltre 30 anni di distanza, il filone incentrato sui sanguinari bambini non si è ancora esaurito, anzi, l’ultimo capitolo, Children of the Corn: Runaway di John Gulager (Piranha 3DD) è capace di affrontare l’immaginario del prolifico franchise in maniera differente e visionaria, riuscendo a garantire un piacevole intrattenimento non solo per i più sfegatati fan.

La storia si ricollega direttamente al remake del 2009 diretto da Donald P. Borchers, Children of the Corn, con Ruth (nel predecessore interpretata da Alexa Nikolas, ora da una più matura Marci Miller) che essendo in dolce attesa decide di fuggire da Gatlin, Nebraska, dopo aver dato fuoco al campo di grano come le era apparso in una visione, lasciandosi tutto alle spalle. Anni dopo ritroviamo la protagonista che da adolescente è diventata una donna e percorre in perenne fuga le strade degli Stati Uniti insieme al figlio Aaron (Jake Ryan Scott), ormai cresciuto. Per un guasto alla macchina i due sono costretti a un certo punto a fermarsi in una cittadina dispersa dell’Oklahoma. Per fortuna, Ruth incontra il burbero, ma in fondo assai umano, Carl (Lynn Andrews III), che la prende a lavorare nella sua officina e le procura pure un tetto sotto cui vivere con il figlio. Sembra quindi che la situazione si stia finalmente risolvendo per la protagonista, ma un terrificante spettro dal suo passato continua a inseguirla e ciò che successe tempo addietro è destinato a ripetersi, non c’è scampo.

Ottimo connubio tra orrore paranormale ed esistenziale, di Children of the Corn: Runaway è anzitutto particolarmente riuscita la raffigurazione dello squallore e della disperazione che pervade l’esistenza di Ruth e di Aaron. La madre e il figlio vivono alla deriva, in anonimato, vagabondando senza meta e ai margini della società, dormono nel loro furgone e non cessano mai di muoversi. Molti sono gli inserti drammatici, a partire dalle memorie della donna quando è costretta a rubare i farmaci per il figlio ancora piccolo in una farmacia di notte sfondandone il vetro, fino alla costante paura e ostilità riscontrata ovunque i due vadano. Viene così a delinearsi sin da principio un ritratto amaro, e non solo dei personaggi centrali, ma dell’intera provincia rurale americana, infinitamente desolata, retrograda e disumana. Tutti sono ostili o sospettosi verso la coppia di forestieri, nessuno pare avere alcuna intenzione di aiutarli, nessuno a parte Carl, uomo di colore rinnegato come loro dall’ ipocrita e razzista comunità locale, ma che si mostra assai migliore degli altri. Emblematica è la scena in cui Ruth cerca di iscrivere Aaron a scuola, ma la preside, una donna petulante con tanto di crocifisso al collo, li allontana prontamente adducendo scuse burocratiche, ma confessando poi che sono indesiderati, alludendo in maniera assai volgare alla relazioni tra la sua interlocutrice e il meccanico.

D’altra parte, non è possibile per la protagonista avere alcuna requie, è come se un’oscura forza, una incancellabile maledizione incombesse su di lei e le impedisse ogni contatto umano o possibile riscatto. Mentre la seguiamo allora nella sua disperata lotta per proteggere Aaron, percepiamo che il fosco epilogo sia sin da principio scritto. La realtà sempre oltremodo desolante si fonde allora all’allucinazione, veri e propri incubi ad occhi aperti che ossessionano la mente sconvolta di lei e che degenerano spesso in scene di omicidi, ricolme di sangue e di cadaveri. Perfettamente trasmessa in Children of the Corn: Runaway, questa deriva visiva sospesa tra follia e fantasmatico è resa tangibile quindi nei momenti più inaspettati davanti agli occhi di Ruth e degli spettatori, che ne restano straniti. Una stanza vuota si tramuta quindi nella scena di un delitto ricoperta di sangue e il corpo, in un singolare flashback in slow motion, torna in vita solo per tormentare la donna, materializzazione dei suoi sensi di colpa. Non solo, un’inquietante e misteriosa bambina vestita di giallo ricompare perseguitando con la sua presenza la poveretta e incarnando i suoi rimorsi, o forse qualcosa di ben più concreto e pericoloso. Non è mai chiaro, sino alla fine, quale sia la vera natura di tali funeste apparizioni, e ciò contribuisce a trasmetterci il senso d’angoscia profonda che prova Ruth.

Lodevole, allora, proprio per la capacità di esplorare i più oscuri lidi della psiche della protagonista e di mettere in scena una differente prospettiva sulla storia originale, Children of the Corn: Runaway costruisce il proprio meccanismo orrorifico in maniera meno immediata, senza basarsi solamente su elementi sovrannaturali o immagini cruente (che comunque non mancano), ma con un crescendo delirante e disturbante che si nutre della disperazione stessa dei suoi personaggi. Decisamente un passo avanti inaspettato nella duratura saga di Grano Rosso Sangue.

Di seguito trovate il trailer ufficiale dell’horror, uscito straight-to-video negli USA il 13 marzo:

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Recensione | Children of the Corn: Runaway di John Gulager
Titolo
Recensione | Children of the Corn: Runaway di John Gulager
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La longeva saga cinematografica horror ispirata a un racconto di Stephen King ottiene un nuovo capitolo che si discosta dall'iniziale mitologia con risultati sorprendentemente felici
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Il Cineocchio
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