16 giugno 2017

[recensione] Civiltà Perduta di James Gray

Charlie Hunnam e Robert Pattinson sono i protagonisti di un biopic sciatto e superficiale, che non trasmette nulla dell’avventuroso viaggio di Percival Fawcett

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16 giugno 2017
civiltà perduta hunnam

Percival Fawcett – esploratore intrepido, le cui gesta tese a setacciare la giungla amazzonica in cerca di una mitica Civiltà Perduta (titolo italiano dell’originale The Lost City of Z) hanno affascinato il mondo e ispirato una generazione di scrittori di racconti di avventura, probabilmente si addormenterebbe durante la visione del suo cupo e flaccido biopic. Questo non vuol dire che l’unico modo per trasporre cinematograficamente la vita di Fawcett avrebbe dovuto essere quello alla Indiana Jones (anche se un film tanto allergico al divertimento avrebbe potuto venir fuori addirittura peggio della sua nemesi per eccellenza, il frivolo All’inseguimento della pietra verde). Al contrario, il regista James Gray (C’era una volta a New York) si sforza di approfondire gli aspetti mitici e mistici della figura di Fawcett con la profondità lirica e astratta di un Terrence Malick o di un Werner Herzog (a dirla tutta, questa pellicola è indiscutibilmente indebitata con Fitzcarraldo). Purtroppo, Gray è un regista troppo impacciato per impegnarsi a fondo con l’eccentrica poetica delle tematiche affrontate. Invece, le sequenze ciondolanti di Fawcett che vaga con la sua sparuta squadra per la giungla o che circumnaviga l’ottusa politica della British Geographical Society – sorprendentemente, tanto sciatta quanto senza scopo -, talvolta piacevolmente ipnotiche, per la gran parte minacciano l’incedere del lungometraggio.

civiltà perduta PosterLe memorie di Fawcett raccontano di incontri con serpenti lunghi 20 metri, ragni velenosissimi e di abbastanza pericoli e avventure da galvanizzare Sir Arthur Conan Doyle fino a scrivere Il Mondo Perduto. Questi episodi potrebbero pure essere stati esagerati (ma chi può dirlo …, fatto sta che non capita spesso che Hollywood miri deliberatamente a ridurre al minimo il fattore divertimento del suo materiale sorgente. Civiltà Perduta parte bene: dopo un prologo efficace in cui troviamo Fawcett (Charlie Hunnam) impossibilitato a fare carriera nell’esercito della claustrofobica Irlanda rurale a causa dei trascorsi ignomignosi di suo padre, Gray ci regala un simpatico cameo di Ian McDarmid nei panni del malvagio Imperatore della Regia Società Geografica, il cui minaccioso monologo enfatizza gli esotici pericoli della giungla, salvo poi fermarsi a gongolare sulle possibilità recondite dell’esplorazione. Ma, dopo una (non) emozionante spiegazione dei dettagli dell’arte della cartografia, finalmente seguiamo Fawcett nel folto dell’Amazzonia. Poi aspettiamo. Poi proseguiamo a piedi. Poi aspettiamo ancora. Poi parte un colpo di tosse. Poi accavalliamo le gambe. Poi cerchiamo di resistere alla tentazione di infilare una mano in tasca e guardare l’ora sul cellulare. Inutile contare i minuti ai titoli di coda, a questo punto del film mancano ancora circa due ore.

Una breve sequenza, dove la zattera e l’equipaggio guidato da Fawcett sono assediati dalle frecce indigene, mentre l’acqua sotto di loro è infestata di voraci piranha pronti ad attaccare i feriti, attratti dal sangue, funziona da vivo preludio alle incredibili avventure che seguiranno sicuramente. Al contrario, si tratta del punto più alto dell’azione che vedremo, un inaspettato climax precoce che apre la strada a due terzi di pellicola dai contenuti sempre meno pulsanti. Non esistono fatti, pagine scritte o addirittura congetture per stabilire nemmeno lo scheletro di una mitologia sufficiente per condividere l’ardente desiderio del protagonista di scoprire la civiltà perduta del titolo, a parte alcuni frammenti di terracotta poco chiari. Al contrario, ci viene ricordato che il film condivide il team di produzione con 12 Anni Schiavo e quindi contiene un importante messaggio sociale. E allora largo a lunghi, imbarazzanti e anacronistici pipponi sul femminismo e l’uguaglianza razziale anti-coloniale. Ripensate al monologo di Brad Pitt, didascalico e compiaciuto, presente nell’opera diretta da Steve McQueen nel 2013. Ora immaginate di dilatarlo per 30 minuti (non è un modo di dire) in una pellicola che in realtà parla di tutt’altro.

the-lost-city-of-zC’è da dire che anche un film tanto erratico avrebbe potuto risollevarsi almeno un po’ grazie a un protagonista carismatico e/o magnetico. Purtroppo, Hunnam – che pure ci prova – non riesce a essere portatore di nessuna delle due qualità. Saltando dai mormorii sommessi alla pontificazione sovraccarica al distratto compiacimento, cercando di risultare in tal modo enigmatico, ottiene invece l’effetto di non trovare mai un equilibrio che lo renda credibile. Se non altro, Robert Pattinson, che sembra ansioso di ritagliarsi un posto al sole come sorta di eccentrica spalla semiseria (comica sarebbe eccessivo) con l’usuale aria imbarazzata, dopo una presentazione incoraggiante viene reso efficacemente muto da Gray, che ne azzera la performance al pari di tutti gli altri comprimari della spedizione, meno che bidimensionali. Anche Sienna Miller è altrettanto immersa nelle sabbie mobili della sceneggiatura che la infila negli stereotipati panni dell’accigliata donna con il marito assente per poter esprimere qualcosa che assomigli a una scintilla di umanità cui potersi aggrappare. Non resta quindi che il giovane Tom Holland, che ci mette tutta la sua energia e il carisma per interpretare il primogenito di Fawcett (che non avrà trovato El Dorado, ma ha di sicuro bevuto dalla fonte dell’eterna giovinezza visto che in 25 anni non invecchia di un giorno …), donandoci l’unico arco narrativo decente del film. Giustamente, è si e no sullo schermo per 20 minuti.

civiltà perduta pattinsonCiviltà Perduta non è comunque assolutamente privo di piccoli momenti divertenti: è girato con stile e fa buon uso dei bei paesaggi amazzonici, può contare su un intermezzo dal retrogusto cannibalico non pienamente sfruttato (ovviamente) e sulla comparsata totalmente camp di Franco Nero e l’accompagnamento musicale etereo e rilassante ad opera Christopher Spelman inonda le passeggiate nella giungla di una tranquillità piacevolmente elegiaca. Tutto questo non fa che accrescere il dispiacere per la mancanza dell’eccitazione, del mistero o del pericolo che hanno reso l’Amazzonia così ossessivamente accattivante per Fawcett, rendendo all’opposto ogni nuovo viaggio nella giungla una scampagnata superficiale e portatrice sana di indifferenza. L’esperienza di guardare questo film può essere paragonabile a quella di ascoltare una persona affetta da demenza che ti racconta la sua vita, con un benevolo parente che di tanto in tanto interviene per dire “Non è adorabile?”. Civiltà Perduta è in sostanza una serie di episodi che riassumono vagamente – e senza particolari – vari eventi della vita di Fawcett. Uscirete dal cinema pensando all’aver dedicato oltre due ore della vostra preziosa vita a guardare una storia e di essere tornati a casa con la stessa quantità di informazioni che avrebbe potuto darvi un bambino di quinta elementare a cui era stato chiesto di sintetizzare la trama del romanzo di David Grann.

Di seguito il trailer ufficiale italiano di Civiltà Perduta, nei cinema dal 22 giugno:

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[recensione] Civiltà Perduta di James Gray
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Charlie Hunnam e Robert Pattinson sono i protagonisti di un biopic sciatto e superficiale, che non trasmette nulla dell'avventuroso viaggio di Percival Fawcett
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Il Cineocchio
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