19 ottobre 2016

[recensione da Sitges 49] 31 di Rob Zombie

La nuova opera del regista è una summa sciapa del suo immaginario, senza guizzi e senz’anima

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19 ottobre 2016
31-zombie

Come regista, Rob Zombie ha un tocco fenomenale nel rendere un’aggressione come una violazione palpabile. L’estetica del regista fonde il montaggio subliminale dei suoi videoclip musicali con la teatralità totemica dei suoi concerti, per arrivare a un’estetica in cui la volontà dei suoi personaggi è del tutto esplicita attraverso l’iconografia pop. Questi ultimi sono allora astratti in Zombie a figure achetipiche dei film horror – lo sbandato, il tipo vendicativo, il redneck folle, il pagliaccio killer – imbevuti di un’azione esageratamente primordiale che è alternativamente esaltante e faticosa. Quello che Zombie evoca, con una forza che dovrebbe essere l’invidia di molti altri registi horror americani contemporanei, è una dose di completo nichilismo di un’America che si autodivora per egoismo.

31 zombie posterQuesti doni sono inizialmente in mostra in 31, suggerendo un possibile superamento, almeno per un po’, dell’ovvietà delle sue numerose fonti di ispirazione con la sola forza di volontà stilistica. Il film si apre in bianco e nero in un anonimo corridoio lurido, con una silhouette che si stacca dall’ingresso luminoso sullo sfondo per venirci incontro. Quest’ombra si assottiglia momentaneamente mentre si avvicina, simile al classico alieno dalla testa gigante e il corpo esile. L’eccellente montaggio sonoro accentua il rumore dei passi, mentre l’acqua gocciola in lontananza e Call It a Day di Peter Mendoza suona nelle casse, garantendo un alone sfacciatamente minaccioso.

La sagoma finalmente emerge davanti a noi in un primissimo piano, rivelandosi per quello che è davvero, uno psicopatico sanguinario chiamato Doom-Head (Richard Brake), che ricorda un emaciato Nick Cave e che si accende un sigaro, iniziando un monologo diretto al pubblico, elaborato in un polposo pentametro che è intimamente familiare a chi conosce l’opera di Zombie. Doom-Head sta per uccidere, ma prima deve mettere in piedi uno spettacolo. Questa overture è un racconto illustrato della strana attrazione del cinema di Zombie, così schietto e consapevolmente sopra le righe nel suo ripetersi in loop – film dopo film – tra ovvietà e assurdo, da raggiungere un peso agghiacciantemente allegro.

Il film sposta poi la sua attenzione verso i buoni, che sono quasi ostentatamente definiti come tali sin dalla superficie tanto quanto i cattivi. Il regista mette in scena una conversazione piuttosto estesa tra un gruppo di artisti hippy, destinati ovviamente a un macabro destino, all’interno di una furgoncino , una sequenza così smaccatamente tratta dagli horror anni ’70 – e dai loro imitatori – che si dipana come una forma di kabuki. Eppure Zombie le dà forma attraverso una certa volatilità propulsiva, godendo in uno stato di tensione inespressa che è sia sessuale che violenta, antipodi che sono un tutt’uno nel cinema del regista.

31 rob zombie 5Zombie filma i suoi personaggi sconcertantemente da vicino, passando attraverso i loro volti e i loro bric-à-brac da cinema di genere (parrucche, maschere, tatuaggi, cappelli da cowboy, giocattoli; persino il furgoncino è dotato di corna di toro…); strizza rozza poesia da individui caratterizzati in maniera piatta che attraversano l’Inferno. Dove molti registi ci annoierebbero tramite banali espedienti da thriller, Zombie ci immerge da capo a piedi nel suo immaginario, evocando un mondo sotterraneo kitsch uscito dagli anni ’70 e insieme la violenza degli anni 2000, che è distintamente sua personale, suggerendo più un collisione arbitraria tra forze che una trama in fase di evoluzione.

Sfortunatamente, 31 crolla presto nella ripetizione e nell’autoparodia non voluta, in quanto è privo del sottotesto e dell’audacia empatica che spingeva altre opere come La casa del diavolo, Halloween II e Le Streghe di Salem. La narrazione si rivela essere una miscela di elementi, da Fuga da New York a L’Implacabile, seguendo un furgone di lavoratori di circo mentre vengono rapiti e intrappolati in un labirintico magazzino e costretti a giocare a “31”, in cui devono farsi largo con qualsiasi mezzo – omicidio incluso – per uscire dalla loro gabbia, solo per il divertimento di alcuni riccastri schizzati fan della cabala.

immagine 31 rob zombieLa storia non è affatto sorprendente e tanto meno la regia di Zombie, che offre un pacchetto ‘stile greatest hits’ che si dipana letteralmente prevedibile: clown psicotici, hillbillies pelose, southern rock, ornamenti  anni ’70, Sheri Moon Zombie come protagonista, Malcolm McDowell nei panni di un altezzoso vegliardo di sangue blu e una colonna sonora dal retrogusto gusto metal sorprendente. Persino le scene di omicidio ricordano sequenze specifiche già viste, in particolare da La casa dei 1000 Corpi e La casa del Diavolo. Eppure non c’è niente in 31 che possa competere con quel momento in The Devil’s Rejects in cui uno dei killer prende in giro la sua preda, implorando Dio chiedendo di essere ucciso all’istante con un fulmine per mettere alla prova la fede del malcapitato e urlando rivolto verso un cielo blu senza pietà; nemmeno assistiamo a sequenze allucinate come quelle insensatamente malefiche di Halloween II in cui uno sperduto Michael Myers rivive una fantasia della madre morta e un cavallo bianco.

Vale a dire che non c’è un intreccio emotivo in 31. Con l’eccezione di Brake, che non si vede molto, c’è molto poco della feroce personalità attoriale espressa dai – di solito – abituali Sid Haig e Bill Moseley, e l’ambientazione limitata del magazzino lega le mani di Zombie, solitamente bramose di spazi aperti e paesaggi, costringendolo a ricorrere a cliché visivi piuttosto tipici e monotoni. Il gioco stesso di “31” zoppica come trigger per un thriller, con i protagonisti che svogliatamente marciano da uno scenario di morte al successivo, esibendo ben poca conflittualità interiore. 31 è scoraggiante perché ci mostra lo Zombie che i suoi detrattori dipingono da anni, che lo hanno miopemente tacciato di essere una bufala, un ciarlatano fanatico.

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[recensione da Sitges 49] 31 di Rob Zombie
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La nuova opera del regista è una summa sciapa del suo immaginario, senza guizzi e senz'anima
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