15 ottobre 2016

[recensione da Sitges 49] Detour di Christopher Smith

Il regista dell’immaginifico Triangle stavolta delude, con un thriller dal meccanismo narrativo ardito, ma incapace di coinvolgere lo spettatore

FacebookTwitterPocketInstapaperEmailPrint
15 ottobre 2016
detour-2

Meno visionario dei precedenti lavori di Christopher Smith (Triangle, Black Death), Detour ripropone in maniera depotenziata un concept piuttosto banale, reso solo un po’ più complesso da una struttura temporale macchinosa, che in questo caso non è riuscita come in passato.

detour-2016-posterIl nucleo narrativo centrale è qualcosa di già visto: Harper (Tye Sheridan), ragazzo solo e pieno di rabbia repressa, vuole vendicarsi del patrigno (Stephen Moyer), che incolpa dell’incidente che ha lasciato la madre in coma e che sospetta abbia un’altra. Richiamando chiaramente l’incipit di Fargo dei fratelli Coen, un individuo mediocre e passivo si imbatte in un criminale, in questo caso incontra in una bettola malfamata il tatuato e violento Johnny Ray (Emory Cohen), e lo assolda – sembrerebbe- quasi non volendo per commettere un delitto. Il piano è molto semplice: la vittima prescelta è in procinto di recarsi a Las Vegas per incontrarsi (secondo il punto di vista del protagonista da cui è descritta la vicenda) con l’amante, e qui i sicari improvvisati hanno intenzione di ucciderlo.

detour-2016-2Questo occupa, in maniera estremamente dilungata, il filone narrativo principale, ma, in uno svolgimento tutt’altro che lineare, si alterna con un  ritmo costante a una versione alternativa dei fatti, inizialmente quello che parrebbe essere successo se Harper non fosse mai partito nel viaggio in macchina. Un meccanismo di primo acchito simile a uno Sliding Doors declinato al thriller, assistiamo al protagonista e al suo doppio, l’uno in casa alle prese con l’odiato patrigno, l’altro in un grottesca gita in auto con un losco e sconclusionato individuo e la sua donna alla volta della città del Nevada, all’apparenza in ambedue i casi in un succedersi di ineluttabili eventi. Tuttavia, la narrazione è più complessa di così, procede gradualmente, a incastro, ad ogni scena si dipana uno ulteriore strato del racconto che concorre a definire a sua volta un complesso dispositivo, composto da una silloge di singoli atti non consequenziali eppure interdipendenti, fino a svelare un disegno generale più ampio. Nulla è ciò che appare e la verità è scoperta dallo spettatore pian piano, in un iter già sperimentato in Triangle (2009), ma con un epilogo ben diverso, meno potente e meno surreale. Uno sprovveduto studente di legge così si rivela molto più scaltro di come presentato all’inizio, in una apologia del delitto perfetto, in cui Johnny Ray è solo una pedina che crede di avere il controllo. L’intero film è cosparso di indicatori che ci ammoniscono e, prestandovi attenzione, l’apertura stessa ambientata in un’aula universitaria, dove il professore spiega come sia possibile sfuggire alla pena di morte, rappresenta una vera e propria anticipazione su ciò che accadrà in seguito.

detour-2016-3Interessante dunque a livello di architettura, sebbene già in parte saggiata in precedenza dal regista (nel suddetto Triangle), è poi la messa in scena, il racconto stesso a essere meno riuscito, a mancare dell’ispirazione che ha connotato precedenti film di Smith, quali l’originalissimo Black Death. Con un approccio decisamente più citazionista e propenso a percorrere percorsi già battuti, assistiamo a quello che pare il rimaneggiamento manierista di materiale preesistente, in un asettico sfoggio di tecnica. Il titolo stesso, Detour, rimanda all’omonimo classico (in Italia uscito come DetourDeviazione per l’Inferno) che è peraltro citato direttamente estrapolando e inserendone direttamente alcuni fotogrammi. Come nella pellicola di Edgar G. Ulmer, abbiamo inoltre il viaggio in macchina con uno sconosciuto, una fascinosa donna maltrattata da questi, un cadavere e un farraginoso tentativo di fuga, sebbene i ruoli siano invertiti e ancora una volta elementi precostituiti caricati di una funzione differente nell’economia del racconto.

Nemmeno quivi però risiede la radice del problema, ma nella noia! In un’accoppiata letale di personaggi e trama poco coinvolgenti, siamo chiamati a seguire una sequela di tipi prototipici, maschere prevedibili che agiscono secondo uno schema dato in una pellicola che procede a singhiozzi e sembra non voler finire mai.

Articolo
Titolo
[recensione da Sitges 49]: Detour di Christopher Smith
Descrizione
Il regista dell'immaginifico Triangle stavolta delude, con un thriller dal meccanismo narrativo ardito, ma incapace di coinvolgere lo spettatore
Autore
Nome del publisher
Il Cineocchio
Logo del publisher

Articoli correlati

Inserisci un commento