16 ottobre 2016

[recensione da Sitges 49] Dog Eat Dog di Paul Schrader

Cercando di ignorare le convenzioni abusate del genere thriller/noir, il regista finisce per dimenticare tutto quello che avrebbe potuto rendere la pellicola efficace. Mal sfruttati Nicolas Cage e Willem Dafoe

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16 ottobre 2016
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Si dice che la prostituzione sia la professione più antica del mondo, ma solo perché il crimine non paga, oppure ladri, assassini e ladri verrebbero sicuramente prima. Le loro gesta sono state materia cinematografica fin dai primi giorni di questo medium, nella misura in cui il genere crime è diventato ben definito – il che spiega sicuramente il motivo per cui il regista Paul Schrader si sia spinto ora fuori dai suoi usuali lidi decidendo di rompere ogni regola con Dog Eat Dog. Superata l’onta di essersi visto sottratto Il nemico invisibile, lo sceneggiatore di Taxi Driver sembra qui deciso a provare alcuni nuovi trucchi. L’idea è quella di realizzare qualcosa di fresco ed elettrizzante, ma invece, il suo approccio anarchico (si potrebbe anche chiamare “criminale”, considerando che disobbedisce deliberatamente alle leggi del genere) finisce invece per rasentare l’incompetenza per la maggior parte del tempo, rigettando la scelta più ovvia a favore di una molto peggiore.

dog-eat-dog-posterSe l’esperimento avesse funzionato, Dog Eat Dog avrebbe potuto diventare il nuovo Assassini nati – Natural Born Killers – un’opera in cui antieroi postmoderni si vedono come le stelle del film definitivo sui ‘banditi in fuga’. Adattamento di un romanzo scritto da un vero criminale, Edward Bunker, il film inizia con un ragazzo chiamato Mad Dog (Willem Dafoe) che guarda la TV e termina con l’ex detenuto e amico Tony (Nicolas Cage) che gioca a impersonare Humphrey Bogart nel proprio grandioso e pirotecnico finale in stile di Bonnie e Clyde. Nel mezzo, assoldano un altro amico, incontrato in gattabuia, Diesel (Christopher Matthew Cook), per fare loro da spalla in quello che dovrebbe essere un relativamente semplice sequestro di persona. I tre devono sottrarre un bambino a un tizio di nome Brennan, che ha rubato milioni di dollari a un criminale di Cleveland. Ma Mad Dog ha il grilletto facile e così il cervello di qualche scagnozzo finisce sparso sui muri della cameretta del bimbo. Il film non si preoccupa minimamente di rivelare ciò che succede al piccolo, mancanza che potrebbe o meno essere colpa dello sceneggiatore Matthew Wilder, dal momento che Schrader stesso sembra essersi avvicinato al film decidendo di lasciare il cast e la troupe (quasi tutti giovani e affamati talenti, un po’ troppo ansiosi di dimostrare le proprie qualità) liberi di improvvisare.

Dopo la premiere alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes, Schrader aveva spiegato la sua strategia: “Non essere noioso“. In realtà, è praticamente l’opposto, consentendo a un certo tipo di anarchia creativa di dirottare la narrazione – che altrimenti sembrerebbe un rip-off in ritardo di un quarto di secolo di Scorsese o di Tarantino. Si consideri la conversazione vagamente pop tenuta all’interno della berlina di Moon Man, in cui lo spacciatore si lamenta di come la sua pigra fidanzata abbia trascurato le sue curve alla Beyoncé, poco tempo prima che il trio (travestiti dai poliziotti meno convincenti di Cleveland in una delle migliori gag del film) lo faccia scendere. Avrebbe potuto anche discutere delle implicazioni di un massaggio ai piedi alla Pulp Fiction, solo che il dialogo non è nemmeno lontanamente interessante, e anche con l’auto della polizia visibile attraverso il lunotto posteriore, la suspense è praticamente inesistente.

dog-eat-dog-schraderQuesto però non vuol dire che Dog Eat Dog sia del tutto privo di scelte interessanti, anzi. Nonostante le esplosioni non infrequenti di momenti gonzo siano tutte al servizio di una premessa tanto poco interessante. Naturalmente le cose vanno molto peggio del previsto, con Tony, Diesel e Mad Dog che iniziano a tradirsi a vicenda, ma è difficile ritrovarsi coinvolti quando i personaggi sembrano così poco autentici, tanto per cominciare. In sostanza Cage, Cook e Dafoe vivono di stereotipi – l’esempio perfetto di come ogni attore si approcci in modo eccentrico al proprio personaggio è la sequenza in cui portano tutti i loro soldi in un casinò-hotel e cercano di farsi la prima donna che ci sta, il tutto ulteriormente esaltato da un montaggio alternato.

Quelli che sperano in un’altra prova pazzoide di Cage (stile Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans o The Rock) saranno soddisfatti dalla sua imitazione di Bogart, anche se non è niente in confronto alla scena d’apertura con Dafoe sotto l’effetto delle droghe (che gli vale appunto il soprannome Mad Dog, pur non mettendoci nulla della passione vista nel sottovalutato Lo Spacciatore, sempre di Schrader). Infatti, questo sociopatico prologo – in cui Mad Dog bagna le pareti rosa kitsch della casa della sua ragazza con l’acceso rosso del sangue, mentre la sua collezione di bobblehead osserva la scena con orrore – rende molto difficile una qualche forma di immedesimazione dello spettatore con questo personaggio – o i suoi compagni criminali- , ma almeno lo mette in guardia sul tipo di follia che da lì a poco si dispiegherà (anche se praticamente nessuna delle sequenze successive si avvicina a questa).

Occupandosi della fotografia del suo primo lungometraggio, Alexander Dynan sperimenta con composizioni widescreen, utilizzando specchi e neon per creare scene visivamente interessanti. Il tentativo incessante di non essere mai noiosi, tuttavia, può fare poco davanti a del materiale che raramente si solleva dalla mediocrità.

Anche l’aver a disposizione un libro il cui autore è davvero stato un criminale, e quindi perfettamente padrone di quanto scritto, non si traduce in un film all’altezza, che invece risulta sempre sfacciatamente iper-stilizzato e ‘finto’. Ci sono scene proiettate in bianco e nero, e altre illuminate come se appartenessero a un film di Nicolas Winding Refn. Come per i protagonisti, che non hanno nemmeno un codice d’onore tra ladri da rispettare, le scelte di Schrader sembrano quasi tutte arbitrarie. Invece di ergersi a veterani che sanno esattamente quello che stanno facendo, il risultato è all’opposto pericolosamente amatoriale. Un’occasione molto sprecata

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[recensione da Sitges 49]: Dog Eat Dog di Paul Schrader
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Cercando di ignorare le convenzioni abusate del genere thriller/noir, il regista finisce per dimenticare tutto quello che avrebbe potuto rendere la pellicola efficace. Mal sfruttati Nicolas Cage e Willem Dafoe
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