16 ottobre 2016

[recensione da Sitges 49] Let Me Make You A Martyr di Corey Asraf e John Swab

L’opera d’esordio dei due registi non convince, troppo incerta sulla propria identità, nonostante le ottime prove dei protagonisti Mark Boone Junior e Marilyn Manson

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16 ottobre 2016
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Se uno come Troy Duffy dovesse realizzare un southern drama dal sapore gotico- criminale influenzato da Quentin Tarantino e David Gordon Green, il risultato sarebbe probabilmente vicino a quello di Let Me Make You A Martyr. Il film rappresenta il -a volte ambizioso, anche se per lo più senza direzione – esordio alla regia di Corey Asraf e John Swab che, nonostante la splendida fotografia di Jeff Melanson e un cast di talento, su cui spiccano in particolare il sempre grande Mark Boone Junior e il non di meno sorprendente Marilyn Manson, è un’opera tanto irrequieta quanto ostentata, ma in fin dei conti terribilmente noiosa, la quale passa più tempo a cercare di trovare la sua propria voce che a raccontare una storia coerente o almeno avvincente. Mai abbastanza sorprendente e / o abbastanza violento per avere un impatto duraturo e non abbastanza sottile per diventare stratificato e significativo, il risultato è goffo, grezzo e un po’ banale, rimanendo nel limbo di una specie di western moderno indefinito che non va al di là delle sue ispirazioni.

let-me-make-you-a-martyr-posterIn una stanza per gli interrogatori scarsamente illuminata, il delinquente da due soldi Drew Glass (Niko Nicotera) viene interrogato sugli eventi che hanno portato al suo arresto. ‘Queste cose di solito iniziano con un giro in macchina o una donna’, dice il poliziotto Charon (Michael Potts). Quale dei due è il caso stavolta? Entrambi, evidentemente. Tornato alla sua città natale nel sud dopo un’assenza di sei anni, Drew si ricongiunge subito con il padre adottivo Larry Glass (Boone), un boss del crimine locale e con la sorella adottiva June (Sam Quartin), una tossica dal cuore tenero. Riaccendendo l’amore che li aveva uniti in passato, Drew e June studiano un piano per uccidere il loro violento padre e fuggire insieme, lasciando poi per sempre le città in cui hanno vissuto troppo a lungo. Ma la notizia arriva facilmente alle orecchie di Larry, e lui non è uno che si fa uccidere facilmente. Larry allora riprende i contatti con qualcuno che non vede a oltre 20 anni: Pope (Manson), un killer abilissimo che vive lontano nei boschi, con la speranza che quest’ultimo riesca ad ammazzare i suoi figli prima che loro arrivino a lui. Ma questo compito non sarà naturalmente facile. Pope non ama avere a che fare con gli affari di famiglia, ma questo non vuol dire che non possa essere convinto spingendo sulle giuste corde. Con un killer ora sulle loro tracce, Drew e June si trovano presto impigliati nelle trame del loro padre adottivo.

Come un’oscura farsa dei Fratelli Coen messa in una friggitrice per troppo tempo, a Let Me Make You A Martyr mancano l’arguzia, il fascino e la visione per poter strutturare un racconto morale contorto e dall’anima malinconica. Risulta disordinato quando vuole semplicemente sviarti ed è noioso oltre la semplice noia, in particolare nelle tematiche e nel messaggio. La sceneggiatura frustrantemente deforme di Swab manca di una sua propria voce ferma, con la conseguenza di presentare dialoghi del tipo “Non si può combattere il destino; io vi dico che, se Dio è in questa stanza, è un tipo decisamente pazzo”, o in momenti che vogliono disperatamente attirare l’attenzione. Proprio come in The Boondock Saints di Duffy, Asraf e Swab hanno trascorso la maggior parte del loro debutto cercando di essere cool, invece che trovare davvero il modo di esserlo. Che si traduce poi in un film senza scopo e senza sicurezza, senza la forza di ergersi oltre ai propri pari o almeno di essere vagamente all’altezza dei film che hanno influenzato chiaramente i due registi.

manson let me make you martyrSe la scrittura di Swab lascia molto a desiderare, lui e Asraf, almeno, dimostrano di essere registi di talento, soprattutto nei momenti giusti. Pur senza uno script che li aiuti o li ispiri particolarmente, riescono a creare più di una manciata di momenti riusciti. Tuttavia la pellicola risulta un po’ troppo ‘educata’ per sfociare in qualcosa di estremo, o almeno di divertente, e allo stesso tempo è troppo sporca e trasandata per considerarsi vicino a un prodotto più sofisticato, così finisce per non riuscire a trovare il suo posto. E’ un qualcosa di diverso che sembra non rendersi conto di essere più della somma delle sue parti, fatto per cui non riesce a rendere compiutamente gli aspetti più affascinanti che lo contraddistinguono, ricadendo invece in risultato finale piuttosto sregolato.

Per fortuna di Asraf e Swab, i due possono contare sull’aiuto di un grande cast per raddrizzare un po’ le cose. Boone, come accennato prima, è quello che fa davvero pesare la sua burbera personalità e l’aria pericolosa, sia che si trovi in scena o meno. Ed è anche attraverso i dolorosi occhi luccicanti di Nicotera che più tardi veniamo risucchiati dalle sue motivazioni e da ciò che ha vissuto. Allo stesso modo, la performance profondamente sentita della Quartin spesso compensa agli occhi dello spettatore la depravazione del suo personaggio, anche se i suoi demoni giungono presto a tormentarla. E l’adorabile Gracie Grenier, nei panni della struggente e innocente Rooney, non solo ricorda molto la Carrie Henn di Aliens, ma restituisce anche la stessa simpatia emotiva, nonostante una prova del tutto muta.

let-me-make-you-a-martyrTuttavia, è probabile che sia la prestazione di Manson quella che rimarrà nella memoria della gente, nel bene o nel male. Se il musicista è ben lungi dall’essere un attore esperto, riesce comunque a lasciare una traccia indelebile nel film con la sua presenza. Si tratta di una prova istintiva, come ci si aspetterebbe dalla personalità del performer, che con la giusta sceneggiatura avrebbe potuto senza dubbio diventare molto più da brividi di quello che è. Il musicista appare soltanto in quattro o cinque scene, ma risulta un sicario incredibilmente credibile nella sua impassibilità. Non che renda il debutto di Swab e Asraf necessariamente migliore o peggiore, ma di sicuro gli dà un tocco distintivo, che è più che benvenuto.

In definitiva  Let Me Make You A Martyr lascia sempre ben evidenti le sue influenze anni ’90, ma non sa proprio come proseguire dopo averle svelate. Vuole essere un drama adulto, meditabondo, vizioso, audace e maturo, ma non è altrettanto intelligente e tagliente come vorrebbe suggerire. E i segni di qualcosa di più riflessivo sparsi qua e là non fanno che rendere più frustrante la visione, vedendo poi che non portano da nessuna parte. La promessa c’è, ma prima di tutto Asraf e Swam dovranno riuscire a togliersi dalla propria strada.

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[recensione da Sitges 49]: Let Me Make You A Martyr di Corey Asraf e John Swab
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L'opera d'esordio dei due registi non convince, troppo incerta sulla propria identità, nonostante le ottime prove dei protagonisti Mark Boone Junior e Marilyn Manson
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Il Cineocchio
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