11 ottobre 2016

[recensione da Sitges 49] Rupture di Steven Shainberg

Il regista di Secretary si cimenta col genere sci-fi, avvalendosi di una buona prova fisica di Noomi Rapace, inciampando però nell’ultima parte, a due passi dal traguardo

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11 ottobre 2016
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Se la carriera da regista di Steven Shainberg è stata senza dubbio aiutata dalla hit Secretary (2002), non si può certo dire che dopo il percorso sia stato facile. La pellicola successiva è stata infatti Fur – Un ritratto immaginario di Diane Arbus con Nicole Kidman e Robert Downey Jr., che, proprio come la precedente, è riuscita a ritagliarsi un pubblico di affezionatissimi nel tempo.

Eppure, ci sono voluti altri 10 anni per Shainberg per riuscire a tornare dietro alla macchina da presa. Rupture, a differenza dei primi due film, segue invece i simbolismi della filmografia di genere un po’ più da vicino. La protagonista Noomi Rapace è Renee, una madre single di Montreal che viene rapita per una ragione sconosciuta ed è vittima di esperimenti all’interno di un laboratorio segreto, che hanno in ultima analisi l’obiettivo di aiutarla a sconfiggere le sue peggiori paure, il tutto per uno scopo nefasto. Tuttavia, la donna non si sottomette facilmente ai suoi rapitori e già nel momento in cui viene legata a una barella comincia a pianificare la sua fuga. Ovviamente non sarà facile.

rupture noomi posterIl laboratorio è stato ideato con raccapricciante genialità e precisione, mescolando alcuni sottili dettagli al suo aspetto labirintico. Anche scappando dalla proprio stanza/cella, trovare una via d’uscita è frustrante e quasi impossibile. Il sistema di ventilazione non porta da nessuna parte, idem l’ascensore, che conduce Renee soltanto ad un altro piano esattamente uguale. E’ una location da incubo, che Shainberg e il co-sceneggiatore Brian Nelson hanno costruito con grande perizia.

Le stanza sono piene di medici che effettuano esperimenti di controllo su vari ‘pazienti’, una porta dopo l’altra. Michael Chiklis interpreta il leader senza nome del gruppo, in un ruolo poco chiaro fino alla fine; idem Lesley Manville, che veste i panni della sua assistente, la Dott.ssa Nyman, una donna che sembra sempre avere in mano un ago ipodermico. Ci sono anche Kerry Bishé nei panni di un’altra ‘infermiera’ terribilmente fredda, e Peter Stormare in un piccolo – ma non per questo meno inquietante – ruolo. L’azione incessante passa così rapidamente che Shainberg non arriva mai a costruire i suoi cattivi in ​​un modo che il pubblico possa disprezzarli abbastanza. Chiklis e la Manville hanno dialoghi da una riga soltanto e, pur recitandoli nel miglior modo possibile, non riescono a dare autenticità ai loro personaggi. Lo stesso si potrebbe dire della Renee stessa della Rapace, di cui a malapena conosciamo il background, fatta eccezione per una breve introduzione di cinque minuti all’inizio della pellicola, che ce la presenta come una madre single frustrata che non ama il suo ex-marito ed è alle prese con la sfida di allevare un figlio adolescente con problemi emotivi.

rupture noomiSacrificando i personaggi per l’azione, Shainberg non riesce a mantenere però il suo ritmo diabolico fino al terzo atto, quando il regista decide di buttare nel mix anche l’elemento soprannaturale. La miscela conflittuale di reale e di surreale finisce così per essere un’occasione decisamente sprecata per accentuare l’orrorifica psiche della protagonista. Per tutto il tempo lo spettatore è stato nella sua testa, pronto ad andare ovunque questa lo avrebbe portato, per assaggiare quel po’ di libertà finale insieme a lei. Ciò che invece Shainberg fa, è aggiungere un tocco inutile e poco coinvolgente alla storia che, invece di risultare fresco e originale, diventa frustrantemente distante e freddo.

La svedese Rapace si è lentamente, ma inesorabilmente costruita una carriera nel cinema americano sci-fi/horror, interpretando la Dott.ssa Elizabeth Shaw in Prometheus di Ridley Scott e nel sequel attualmente in lavorazione, Alien: Covenant. La sua mimica e la stessa conformazione facciale molto particolare, capaci di regalare una quantità innumerevole di emozioni, unite alla sua prestanza fisica – se la cava piuttosto bene a tonicità muscolare – contribuiscono a creare l’eroina di cui la storia ha bisogno, ma è l’impalcatura della storia a non reggere la portata di una simile eroina.

Presentato in anteprima al Fantasia Film Festival di Montreal prima di arrivare qui a Sitges, Rupture riesca ad afferrare il pubblico per quasi i due terzi dei suoi 102 minuti, prima di inciampare bruscamente nell’atto finale. Ha preferito non prendersi gli stessi rischi delle precedenti gemme di Shainberg, ma il suo talento anche all’interno della sci-fi artigianale resta immutato. Ci saranno altre occasioni (forse tra meno di altri 10 anni…).

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[recensione da Sitges 49]: Rupture di Steven Shainberg
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Il regista di Secretary si cimenta col genere sci-fi, avvalendosi di una buona prova fisica di Noomi Rapace, inciampando però nell'ultima parte, a due passi dal traguardo
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