12 ottobre 2016

[recensione da Sitges 49] The Greasy Strangler di Jim Hosking

Michael St. Michaels e Sky Elobar riescono a far morire dal ridere gli spettatori con un’apologia del cattivo gusto e del nauseabondo con pochi precedenti sul grande schermo

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12 ottobre 2016
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Apologia del ‘politically incorrect’, il britannico The Greasy Strangler di Jim Hosking – esordiente al lungometraggio dopo un segmento in ABCs of Death 2 – riesce a disgustare il pubblico e al contempo a farlo morire dal ridere, con il suo humor decisamente non per tutti.

The Greasy Strangler posterIlarizzanti sono anzitutto i protagonisti, Ronnie (Michael St. Michaels) e Brayden (Sky Elobar), eccentrici padre e figlio che vivono e lavorano insieme, come guide di un tour di quelli che loro dichiarano ai malcapitati turisti essere i luoghi ‘simbolo’ della disco/pop di Los Angeles, ma che paiono più che altro anonimi fabbricati decrepiti. Agghindati in maniere improponibili, in primis la tenuta da lavoro, i due si aggirano attraverso presunti monumenti del genere musicale con indosso un completo formato da maglietta e calzoncini rosa cangiante, degno dei peggiori anni ’80, una versione estremamente kitsch del John Travolta di La febbre del Sabato sera (vedere foto qui sotto per credere). Se dunque tragicomici all’apparenza, lo sono ancor di più nella sostanza: il padre, abbandonato dalla moglie per un personal trainer, è meschino, iracondo, viscidissimo e un po’ perverso, mentre il figlio, uno ‘splelacchiato’ ultratrentenne che non è ancora uscito di casa, è strambo, impacciatissimo e succube del tutto del perfido genitore. Ancor di più, il rapporto filiale prende una deriva grottesca quando compare nella vita di Brayden la ‘non classicamente bella’ Janet (Elizabeth De Razzo), oggetto anche dell’interesse paterno, che inizialmente refrattaria passa poi dall’uno all’altro più volte con gag degne del miglior American Pie, ma notevolmente più nauseabonde e perverse, anche verbalmente.

The Greasy StranglerInfine, in una rassegna di tipi farseschi, all’insegna del disdicevole (che si sommano al sessismo più spinto), troviamo ridicolizzati numerose minoranze etniche con uno humor che prescinde ogni tabù vigente nella comune etichetta sociale. E’ tratteggiato allora un carnevale umano all’altezza delle migliori e più caustiche caricature satiriche di Honoré Daumier, ma con tocco tutto inglese nella scelta dei soggetti, in sequenza un indiano, un africano, un venditore ambulante chiaramente immigrato mediorientale, un anglofono con il naso smaciullato (forse dalla sifilide) che si aggira con un’evocativa maschera da maiale e in ultimo un cieco, giusto per non risparmiare nessuno. In una esacerbazione verbale degna del migliore Verga, assistiamo a un colorismo dialettale insieme demenziali e a dir poco geniale, basato su fraintendimenti verbali di chi non domina una lingua, scontri a suon dei peggiori improperi, racconti raccapriccianti e il decalogo d’ogni sconcezza, il tutto proferito e ascoltato con la più grande naturalezza, come se fosse assolutamente normale. Ne è esempio definitivo il leit motif del film stesso, ‘bullshit’ (caz**te), ripetuto dai protagonisti fino allo sfinimento e declinato in maniera estrosa in ‘lionshit’, ‘pinguinshit’, perfino ‘king pinguinshit’ e così via…

the-greasy-strangler-2Dal dialettico al visivo, è una vera e propria apologia dell’osceno, ogni aspetto della diegesi indulge nel viscido e disgustoso, ricordando alla lontana i migliori prodotti della Troma, su tutti The Toxic Avenger. Dal sessuale al cibario, che spesso peraltro si confondono in allusioni davvero vomitevoli ed esilaranti, si alternano wurstel untissimi e membri maschili, spropositato quello del padre, spropositatamente piccolo quello del figlio, che però sopperisce con una peculiare ‘sensibilità’ nella conquista della dama contesa. Vige la nudità, proposta in ogni suo aspetto, ma soprattutto in chiave il più stomachevole possibile, tra fluidi vitali e non ingurgitati, spalmati, espulsi e tocchicciati, focalizzandosi su tutto ciò che di erotico e commestibile non vorreste mai guardare, eppure è questo che suscita dei veri e propri ‘conati di riso’. In ultimo, apoteosi e summa del repellente contenuto in grado minore – forse nemmeno tanto – in tutti ciò che compare sullo schermo, ci è presentato il ‘Graisy Strangler‘ (ovvero lo strangolatore unticcio), killer seriale ricoperto da un fetido strato di grasso talmente ripugnante da parer più umanoide che umano, che si aggira soffocando chi incrocia la sua strada e lo indispettisce in qualche modo (e le motivazioni possono essere davvero futili). Sin dall’inizio palesemente identificato con il padre, che si nutre di ogni tipo di sostanza oleosa e continua a ripetere di non essere il suddetto, sembra quasi un Golem che errabonda emettendo versi ferini e attaccando le sue stupefatte vittime nella notte.

Improponibile nel circuito cinematografico ufficiale, agghiacciante e scorrettissimo da plurimi punti di vista, The Greasy Strangle nell’addentrarsi nei meandri delle peggiori turpitudini perviene al sublimemente farsico, ma certo non è adatto agli stomaci e alle orecchie delicate.

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[recensione da Sitges 49]: The Greasy Strangler di Jim Hosking
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Michael St. Michaels e Sky Elobar riescono a far morire dal ridere gli spettatori con un'apologia del cattivo gusto e del nauseabondo con pochi precedenti sul grande schermo
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