15 febbraio 2017

[recensione] Havenhurst di Andrew C. Erin

Julie Benz e Fionnula Flanagan si impegnano, ma la fantasia latita e riciclare i soliti stilemi paga sempre poco

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15 febbraio 2017
Havenhurst julie benz film

Un numero infinito di segni rivelatori possono avvertirci di quando è il momento per trovarsi un nuovo appartamento. Scarafaggi. Un impianto idraulico corroso. Una foto d’epoca del noto serial killer H.H. Holmes appesa in portineria …

Jackie (Julie Benz) non riconosce l’uomo baffuto nel ritratto all’ingresso però. Anche se l’avesse fatto poi, questo non l’avrebbe certo scoraggiata dall’indagare su quello che è successo alla sua amica Danielle.

Havenhurst posterDanielle è scomparsa dall’Havenhurst (e con lei la sua interprete Danielle Harris – habituè della saga di Halloween) – in una breve apparizione che non va oltre i titoli di testa), un edificio da brividi e dall’aspetto labirintico e soffocante di New York che riporta alla mente l’Hotel visto in American Horror Story e il Bramford di Rosemary’s Baby. L’anziana proprietaria Eleanor (Fionnula Flanagan) assicura che il complesso residenziale è un posto sicuro per il recupero di tossicodipendenti e alcolisti come Jackie, a condizione che rimangano sobri e rimangano sulla retta via. Coloro che scivolano nuovamente nelle vecchie abitudini vanno incontro a uno sfratto immediato e permanente, dalla costruzione e dalla loro stessa vita.

Fresca di riabilitazione a seguito di un terribile evento di cui lei stessa è responsabile, Jackie viene accolta come nuova inquilina dell’Havenhurst. Già spaventata dal destino della sua amica, il sospetto di Jackie che qualcosa non vada per il verso giusto all’interno delle grandiose mura gotiche è confermato dalle urla di una vicina di appartamento (Jennifer Blanc, in una comparsata ancora più rapida di quella della Harris). Mentre l’amico – e detective – Tim (Josh Stamberg) si prende il suo tempo per scavare un po’ meglio nei suoi timori, Jackie si avvicina a Sarah (Belle Shouse), una ragazzina la cui famiglia affidataria ha degli scheletri che infestano il suo armadio. Sarah conosce alcuni dei segreti dell’Havenhurst, e potrebbe possedere la chiave per svelarne il più grande, celato nelle sue viscere.

Anche un’attrice dalle buone doti e non nuova al genere come la Benz (ha esordito in Due Occhi Diabolici e partecipato a Saw V) non può fare molto per rendere il personaggio principale sufficientemente distinto dai soliti noti visti altre volte in situazioni affini. Jackie si mostra in genere avvilita e depressa, casualmente sbadata nel suo lavoro di cameriera in una tavola calda, oppure disinteressata o poco interessante.

havenhurst filmLa protagonista perennemente imbronciata mira a guadagnarsi senza troppi sforzi la simpatia del pubblico grazie a un passato che coinvolge la guida in stato d’ebbrezza e una giovane figlioletta morta. La sceneggiatura non certo brillante – scritta dal regista, il canadese Andrew C. Erin (L’ultima speranza), con Daniel Farrands – avvolge inoltre Jackie in un bozzolo di diverse forme di cliché più pesanti di quelle che si potrebbero sopportare, come un morso al labbro guardando la vetrina di un negozio di liquori (altrimenti come potremmo immaginare che è una quasi alcolizzata?) e il dover parlare per forza con sé stessa, dato che molte sequenze la vedono da sola in scena (se non pronunciasse il nome “Danielle” ad alta voce, come potremmo mai capire che si tratta di quella ‘D’ del “D. Hampton” su una fotografia nell’appartamento appartenente a Danielle, che era una fotografa?).

La distanza tra la data delle riprese – avvenute nel 2014 – e l’uscita nel 2017, nella migliore delle ipotesi farebbe pensare a una finestra temporale mancata in cui Havenhurst appare ora più ridondante alla luce di opere simili – come The Boy ad esempio – che nel frattempo si sono fatte bene o male notare (o sono addirittura arrivate al cinema in Italia). Nella peggiore delle ipotesi invece, questo limbo pluriennale suggerirebbe che i distributori non fremevano certo troppo per mostrarlo agli spettatori.

A dirla tutta, non è facile dire quale delle due prevalga sull’altra, ma indipendentemente da ciò, non pare che gli uomini e le donne che l’hanno finanziato abbiano avuto una fiducia incrollabile nella probabilità di successo del film. Saggiamente, anche se ultimamente in giro si è visto di peggio sia chiaro. Misteri della distribuzione.

havenhurst filmHavenhurst gioca con alcuni temi riflessivi che coinvolgono il superare le dipendenze e i demoni personali. Si tratta però soprattutto dell’illusione di idee profonde che alimentano tutto il processo. Orpelli tipici dei thriller coi serial killer mischiati con gli spaventi delle case stregate che finiscono per combattere tra loro per farsi strada verso la luce della ribalta più di quanto non lo faccia qualcosa di veramente significativo e fresco.

La rivelazione di ciò che sta realmente accadendo dentro l’Havenhurst assume un leggero senso soltanto sul momento e quasi nessuno in retrospettiva. Il poco che viene chiarito arriva per mezzo di una spiegazione sapientemente disposta all’interno di una collezione di ritagli di giornale comodamente a disposizione dell’eroina giusto in tempo per mettere insieme i pezzi del puzzle che molto probabilmente lo spettatore aveva già completato durante il primo atto.

Sì, questo è il tipo di suspense standardizzata che la pellicola può offrire. Abile e competente nel costruirsi con piccole pagine del manuale una dopo l’altra, ma stereotipata e prevedibile nel modo in cui è assemblata e resa.

Proprio come l’edificio del titolo, Havenhurst ha una facciata intrigante. Chiunque potrebbe esserne attirato nei corridoi da un cast di volti familiari e dalla confezione curata. Una vocina interiore bisognosa di maggior sostanza e spaventi, d’altra parte, non incentiva tuttavia a varcarne la soglia per capire cosa c’è davvero all’interno.

Di seguito il trailer originale di Havenhurst:

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Titolo
[recensione] Havenhurst di Andrew C. Erin
Descrizione
Julie Benz e Fionnula Flanagan si impegnano, ma la fantasia latita e riciclare i soliti stilemi paga sempre poco
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Il Cineocchio
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