15 maggio 2017

[recensione] I figli della notte di Andrea De Sica

Il nipote d’arte debutta con un thriller ricco di buone intuizioni e cattive imitazioni

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15 maggio 2017
i figli della notte de sica

Per uno che di cognome fa De Sica ed è nipote di Vittorio la scelta di diventare regista cinematografico equivale alla condanna a un confronto con un nonno irraggiungibile, che neppure ha fatto a tempo a conoscere personalmente essendo nato nel 1981 (Vittorio morì nel 1974).

I FIGLI DELLA NOTTE locandinaPer scampare al problema, con la sua opera prima I figli della notte il giovane Andrea De Sica ha saggiamente scelto una strada che non ha nulla a che vedere con lo stile dell’illustre antenato, inserendo nella sua opera richiami noir e da thriller psicologico. La trama assomiglia a quella de L’attimo fuggente, rispetto al quale azzera o quasi i momenti di leggerezza per amplificare quelli che descrivono il tormento interiore dei due giovani protagonisti, il timido Giulio (Vincenzo Crea) e il sognatore Edoardo (Ludovico Succio). I due s’incontrano in un collegio dell’Alto Adige destinato alla formazione della futura classe dirigente e diventano subito amici. Le regole sono severe, con limitazioni ai contatti con l’esterno; il collegio, tanto bello visto da fuori, all’interno è spettrale, tra classi di un bianco asettico, una mensa che è luogo triste di per sè stesso e corridoi e scalinate (dove vengono girate molte scene) che costituiscono un palese richiamo a Shining. Normale quindi che i ragazzi cerchino una strada verso la libertà, ma ad aiutarli non c’è una figura ribalda come il professor Keating: devono provvedere da soli, tra fughe notturne al bordello, dove Giulio prende una cotta per la spogliarellista Elena, e perlustrazioni dell’ala segreta del collegio. Si accorgeranno presto che nessun luogo è piacevole o accogliente, perché anche la trasgressione è pilotata dagli educatori come Mathias (Fabrizio Rongione), in quanto parte di un’ “offerta formativa” che li deve abituare alla responsabilità delle scelte a cui saranno chiamati una volta ai vertici delle aziende di famiglia. Di fronte a questa realtà, le strade dei due ragazzi finiranno per separarsi in modo crudo.

De Sica ha dichiarato di essersi ispirato ai suoi anni di liceo per raccontare una storia di (de)formazione fondata sull’abbandono vissuto da molti adolescenti. Attraverso un linguaggio allegorico, fatto di fantasmi dal passato e paure inconsce, egli realizza una favola nera sulla quale aleggia per l’intera durata un senso di torbido unito ad un altro di violenza, più psicologica che materiale. Pur essendo all’esordio, l’autore dimostra di saperci fare nel creare questo genere di atmosfere, così come dimostra di possedere per buona parte quella visione d’insieme necessaria a chi intende rivestire il ruolo del regista, come si può apprezzare dalla cura non soltanto per l’inquadratura, ma anche per la fotografia, per l’assemblaggio di immagini e musiche, da egli stesso composte (in questo ha preso da papà Manuel), e per la direzione degli attori i quali, pur giovani e inesperti, non sfigurano. Peccato che abbia trascurato un aspetto altrettanto fondamentale come la sceneggiatura, le cui lacune penalizzano l’intero film compensandone in negativo i buoni spunti. Non si tratta solo dei dialoghi, spesso didascalici o superficiali: è anche trascurata la resa di alcune situazioni (per esempio la costruzione del personaggio della prostituta e delle scene che la riguardano), così come manca qualche passaggio nello svilupparsi del racconto (il cambiamento finale nel personaggio di Giulio è talmente repentino da risultare ingiustificato). Di una cosa bisogna dare atto al giovane De Sica: tenta una via poco battuta nel cinema italiano invece di sfruttare il suo nome per promuovere l’ennesima commediola banale, che tanto piace ai produttori, e aprirsi così una facile strada nel mondo dello spettacolo. Nell’assecondare le sue inclinazioni sembra però voler riversare subito tutto quel che del cinema ha sino ad oggi appreso e amato, tra influenze familiari, gusti di spettatore e lasciti di precedenti esperienze come aiuto regista di Bertolucci, Ozpetek, Vicari e Marra.

I FIGLI DELLA NOTTE filmE’ troppo pieno di cinema altrui per aver già trovato, al primo film, il proprio. Viste le premesse pensiamo gli riuscirà, o quanto meno glielo auguriamo. Per adesso però il risultato è non soltanto un lavoro difficile da catalogare fin dal genere di appartenenza, ma un frullato di richiami ad altri film, più o meno noti. Appare un po’ forzato, per fare un esempio, mostrare Giulio accovacciato per terra nell’atto di lanciare una pallina contro il muro e riprenderla allo scopo di alludere al suo desiderio di “grande fuga” in stile Steve McQueen. La citazione non permette mai di capire se chi vi ricorre lo fa per rendere un omaggio, trovare una scorciatoia per esprimersi o nascondere la mancanza di idee. Quel che è certo è che utilizzandola in modo così ampio ed eterogeneo si rischia di rimanerne prigionieri e di rendere il film frammentario al punto da far perdere di vista la personalità del suo autore e quel che vuole trasmettere. A lungo ci si domanda quindi dove voglia andare questa storia e perché. La risposta spunta forse nell’ultima scena. Anche in questo caso con una citazione, di certo la più sentita dall’autore. Il tuffo del protagonista, qualche tempo dopo i fatti, nella piscina della sua bella villa e persino la dedica che chiude il film (che là era a Vittorio e qui è a Manuel De Sica) sono un riferimento chiarissimo alle immagini finali di C’eravamo tanto amati e dunque al suo intento di denuncia contro il cinismo di chi comanda e l’influenza che denaro e potere riescano ad esercitare anche sui giovani più idealisti. Un tema però già sviscerato in ogni modo, non soltanto dal film di Scola. Nel riproporlo con abbondanza di riferimenti a grandi lavori del passato si rischia di apparire superflui oltrechè non all’altezza dei modelli. Parafrasando un vecchio slogan: “una citazione ci seppellirà”.

Di seguito il trailer ufficiale di I figli della notte:

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[recensione] I figli della notte di Andrea De Sica
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Il nipote d'arte debutta con un thriller ricco di buone intuizioni e cattive imitazioni
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Il Cineocchio
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