9 novembre 2016

[recensione] In a Lonely Place di Davide Montecchi

Un paradossale dialogo sull’amore, la follia e la bellezza che ci porta a sprofondare nella tenebra

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9 novembre 2016
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Riecheggia “I love so much” nelle stanze vuote, ripetuto ossessivamente come un mantra, mentre gocce di sangue tingono una corda di rosso. Cambia inquadratura, una donna è legata, la luce alle spalle dalla finestra ci impedisce di vederne i lineamenti del volto, la sovraesposizione della lente rende confusa l’intera figura, legata. Poi, finalmente, il viso è messo a fuoco, la smorfia di dolore accompagna le urla disperate. Si apre così In a Lonely Place, film d’esordio di Davide Montecchi, che ne scrive anche la sceneggiatura insieme a Elisa Giardini.

locandina-in-a-lonely-place-montecchiDramma oscuro e essenziale, è raccontato attraverso la voce disturbante e magniloquente di Thomas, interpretato da Luigi Lewis Busignani, che proviene da una lunga permanenza nel teatro sperimentale, è stato formato col metodo recitativo realista di Susan Batson alla Black Nexxus di New York, e sin dai primi fotogrammi se ne percepisce l’influenza. Assistiamo infatti a un film fortemente teatrale, sono i due personaggi, accanto all’attore c’è Teresa, impersonata da Lucrezia Frenquellucci. L’intera azione prende vita dal loro dialogo, a tratti un monologo, sempre fortemente espressivo, e soli reggono l’intera scena, riempiono il vuoto, l’altrimenti assenza dell’umano che, a parte loro due, vige sovrana nell’enorme struttura alberghiera piena di reliquie dalla decadente sublimità.

E’ una storia d’amore densa d’angoscia, rivissuta attraverso i ricordi di una mente disturbata, quella del protagonista, che cerca disperatamente di ritornare a un momento topico, eppure obliato.  “Non posso ricordare, non posso ricordare, non
posso ricordare”. A ritroso Thomas indaga nella propria psiche e ricostruisce un mondo surreale, il fotogramma stesso, la cromatica e i movimenti di macchina, infinitamente lenti, tradiscono un punto di vista soggettivo e allucinato, una lettura straniante del reale. L’inizio e la fine coincidono, nella mente del folle. In uno sviluppo non lineare si succedono i flash back, si alternano ad un presente irreale, un limbo psichico in cui il tempo scorre illogico, onirico e mentale e la percezione irrazionale dello scorrere delle ore è concretizzato lì, su una parete in penombra alle spalle di lui, nel riflesso del sole che compie un tragitto troppo veloce, troppo accelerato. I piani temporali si confondono, il presente e il passato, ma soprattutto è nebuloso quello che pare un tragico epilogo, il rimosso freudiano riemerge costantemente tra le immagini, reiterato ossessivamente.

in-a-lonely-place-montecchi-filmLa telecamera allora si addentra, indagatrice, strisciante, negli angoli, tra i mobili, spettatrice nascosta, cerca di narrarci ciò che è successo attraverso i dettagli inquadrati, un coltello, un dito insanguinato, una stanza che riecheggia delle parole degli unici personaggio presenti, ci trascina nella follia di lui, condotti dalla sua voce che si sdoppia in un delirante dialogo tra due proiezioni di un sè dissociato. Surreale nei colori, come nell’azione, la tavolozza è struttura sui toni innaturali dell’ocra, ogni scena è giocata su chiaroscuri marcati, su fasci di luce che nettamente distaccano il dettaglio dalla tenebra, come se dal magma confuso nella mente del soggetto narrante emergessero d’improvviso dei particolari, come un lampo accecante.

Alla ricerca di un legame amoroso più profondo, allo stesso tempo paradossale, Thomas sceglie la via del dolore per fare emergere la reale natura di Teresa. Anche qui è il dialogo, più dell’azione, ad essere rivelatore: anzittuto lui le narra del Mostro di Parigi, che uccise e divorò la sua amata, che nel cannibalismo trovò una forma perversa di totale fusione, eros e thanatos portato ai suoi limiti più estremi diviene quivi un’unione inscindibile e agghiacciantemente fisica. E’ una lenta deriva, con incursioni fulminee nell’oscurità, per poi tornare indietro, dalla tortura, dalle grida, si passa ad una tranquilla conversazione a tavola sul passato di lei.

in-a-lonely-place-film-montecchiInsensato, si rivela però un iter di scoperta interiore che, attraverso la sofferenza, vuole far affiorare in superficie una verità nascosta e sconvolgente. Adorante, innamorato fino ad essere disposto a ricorrere ad ogni mezzo, il protagonista pone in essere un rituale malato, mentre raccoglie macabre reliquie della sua dea; intanto l’impietoso obiettivo si sofferma sulla disperazione di lei, sembra incarnare lo sguardo indagatore del suo carnefice. Tuttavia non è una crudeltà gratuita, immotivata, è uno strumento per liberare la vittima stessa, per permetterle di vedere la sua vera immagine, scevra dalla sovrastruttura che l’ha sempre frustrata. Gli specchi, come lo schermo di un televisore in cui compare Teresa, ripresa mentre uccide un coniglio indifeso, sono i mezzi di questo svelamento, solo arrivando ad accettare e a mostrare se stessa, lei potrà davvero iniziare a sentire, ma la sua essenza è inaccettabile, sanguinaria, è una predatrice, eppure per Thomas…

In a Lonely Place è una lunga e complessa riflessione sulla bellezza, sulla morte, sull’amore e sulla follia, è una riflessione dispiegata in un’aulica pervasione verbale, con una tesi paradossale e insieme sublime, perfettamente resa dai versi di Francisco de Quevedo che concludono il film: “serán ceniza, mas tendrá sentido; polvo serán, mas polvo enamorado”.

Di seguito il trailer ufficiale di In a lonely Place:

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Titolo
[recensione] In a Lonely Place di Davide Montecchi
Descrizione
Un paradossale dialogo sull'amore, la follia e la bellezza che ci porta a sprofondare nella tenebra
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Il Cineocchio
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