The Movie Db/10
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2 febbraio 2017

[recensione + intervista] Ora Non Ricordo il Nome di Michele Coppini

Un sentito documentario che omaggia i caratteristi del cinema italiano e il loro fondamentale apporto in tanti film. Ne abbiamo parlato con il regista

2 febbraio 2017

Nell’antica Roma vi fu un tempo in cui la plebe si ritirò in sciopero sull’Aventino, in protesta contro i ricchi patrizi che godevano senza sforzo dei benefici delle loro fatiche. Un uomo saggio di nome Menenio Agrippa riportò l’armonia raccontando loro un apologo su come la pancia, apparentemente inoperosa, lavori in realtà insieme alle membra per far funzionare il corpo umano, sottintendendo che lo stesso accade in una città. Dev’essere lo spirito di Menenio Agrippa a far andar d’accordo sui set primattori e caratteristi. Questi ultimi infatti rivestono un ruolo fondamentale per la riuscita di un film senza ottenere in cambio la celebrità, ma soltanto un angolino tra veloci e minuscoli titoli, ahinoi sempre più spesso “di coda” anziché “di testa”. Logico quindi che il grande pubblico non sappia nemmeno come si chiamino questi personaggi e questa giustificata ignoranza spiega il bellissimo titolo – Ora non ricordo il nome – del documentario con il quale il regista fiorentino Michele Coppini, con la collaborazione di Massimiliano Manna, ha voluto rendere omaggio a queste figure tanto importanti per il cinema, soprattutto italiano. Basta questo proposito a render degno di simpatia e stima l’autore, tra i pochissimi ad essersi ricordato di attori definiti “minori” che spesso non lo sono affatto, e c’è da augurarsi che oltre alla piccola distribuzione in sala già prevista questo suo lavoro conquisti anche una diffusione televisiva.

locandina ora non ricordo il nome“Caratterista” viene da carattere, lo dice la parola stessa, dunque la sua interpretazione richiede qualche tipizzazione ben definita, com’era per i personaggi delle commedie di Aristofane o Plauto: la grassezza o la magrezza, la faccia da cattivo o quella buffa, la maschera dell’iracondo o del libidinoso. Insomma, un’indole esagerata in un qualsiasi aspetto, meglio ancora se accompagnata da una parlata dialettale (a questo proposito Coppini merita un piccolo rimbrotto per aver infarcito il suo lavoro di romani e toscani e non aver dato spazio, per esempio, a milanesi, veneti, siciliani e soprattutto ai napoletani, che sono stati un’infinità). Con tutti questi tratti è un attimo scadere nella non credibile macchietta, ed è per questa ragione che solo due categorie di persone possono entrare a far parte della schiatta dei caratteristi: o grandi attori, prevalentemente di formazione teatrale, che conoscono il mestiere spesso meglio dei primattori ma non possono interpretare parti da protagonisti per mancanza di phisique du role; oppure persone prese dalla strada e chiamate a rifare sé stesse sul grande schermo. Della prima categoria si sentono molti nomi nel documentario, ma è bene qui non citarne nessuno perché sono tantissimi e si farebbe un torto agli altri; della seconda, i tre migliori esempi sono stati la sora Lella, sorella di Aldo Fabrizi che gestiva una trattoria all’Isola Tiberina, Tiberio Murgia, il Ferribotte dei Soliti Ignoti, cameriere scoperto da Mario Monicelli nel ristorante dove consumava i suoi pasti, e Bombolo, che prima d’incontrare Pier Francesco Pingitore vendeva pentole porta a porta (un comico naturale: a chi gli chiedeva “So bbone?”, rispondeva “Che le vvoi con già er pollo dentro?”). Su tutto questo Coppini, accompagnato da Stefano Martinelli, intervista Isa Gallinelli, Paola Cruciani, Sandro Ghiani, Stefano Ambrogi, Camillo Milli, Franco Pistoni, Luciano Casaredi, Sergio Forconi e Pietro Fornaciari, nomi ignoti ai non cinefili, a differenza del loro popolarissimo volto, oltre a Marco Giusti, nume tutelare dei cultori del cinema ingiustamente definito “di serie B”.

Dai loro racconti emergono tante curiosità interessanti, sia sulle loro diverse storie personali (da chi ha cominciato con Giorgio Strehler a chi faceva il meccanico) sia in senso generale sul cinema italiano e la commedia, oggi più povera anche per mancanza di caratteristi. Emerge poi quanto importante sia per i caratteristi la figura del regista, ed è un peccato che l’autore non abbia pensato di arricchire il suo documentario rivolgendo anche qualche domanda ad alcuni tra loro che tanto rilievo hanno dato a questi personaggi (Carlo Verdone, i Vanzina oppure Gigi Proietti, che ne ha formati tanti con il suo laboratorio teatrale). Ne aggiungiamo uno che non è stato citato, quello del grande Federico Fellini, che ha saputo trarre il massimo dalla gente di paese ed è riuscito a costruire interi film solo su facce di caratteristi, come Amarcord o I Vitelloni (la presenza di Alberto Sordi non fa testo perché all’epoca era poco conosciuto e nel film recita un carattere alla pari degli altri), dimostrando che un caratterista può in certi casi fare il primattore mentre è impossibile il contrario. Il pregevole lavoro di Coppini fa acqua soltanto quando si discosta dal documentario per inserire inutili inserti comici tra lui e Martinelli, secondo lo stile oggi molto in voga che impone d’inframmezzare i documentari con scene recitate, ma che equivale a portar in tavola gli spaghetti mare e monti: vanno bene quando gamberi e funghi sanno di poco, altrimenti il miscuglio è delittuoso. Allo stesso modo, un bel documentario come è questo non avrebbe bisogno d’altro. Un difetto su cui si può comunque ampiamente sorvolare, a differenza dello scivolone di alcuni intervistati che hanno erroneamente inserito nella loro categoria due primissimi attori come Peppino de Filippo e Aldo Fabrizi. Chi è stato? Ora non ricordo il nome.

Abbiamo colto l’occasione per fare qualche domanda al regista, per approfondire la nascita del documentario.

ora non ricordo il nome film 1Come si dice nel tuo film, i caratteristi sono quasi scomparsi ed e così da circa vent’anni. Non essendo quindi cresciuto con i loro film, come li hai scoperti e come ti sei appassionato a loro?

Beh manco nessuno di noi era nato nel Medioevo ma tutti più o meno conosciamo Dante Alighieri. Naturalmente non voglio paragonare il sommo poeta a Mario Brega o Jimmy il Fenomeno ma, sicuramente, quando sei appassionato di una cosa cominci a voler sapere tutto di questa fin da piccolo. E così ho fatto io da ragazzino col cinema. Mi sono incuriosito verso i sette-otto anni, poi ho lasciato raffreddare la cosa, fino ad appassionarmene ufficialmente verso i 10-11. Da lì ho cominciato a fondere tutte le VHS dei film di Verdone, Nuti, cinema italiano e straniero, passando dalla commedia all’horror. In poco tempo sapevo benissimo chi erano i vari Angelo Bernabucci, Isa Gallinelli, Novello Novelli, Bombolo, Laura Betti, Daniele Vargas. Ma a quell’età, sia ben chiaro, ho trovato il tempo anche per Edwige Fenech e Gloria Guida

Tra gli storici caratteristi ancora a disposizione, che criterio hai usato per scegliere quelli da intervistare nel tuo documentario?

Io e Massimiliano Manna, l’altro coautore e co-produttore, abbiamo fatto mente locale e cercato di rendere più variegata possibile la formazione di caratteristi che avremmo scelto. Diciamo che siamo stati anche molto fortunati, perché di quelli che avevamo pensato, quasi tutti, hanno partecipare al docufilm. Tra quelli invece che non abbiamo potuto intervistare ci dispiace soprattutto per Anna Mazzamauro e Jimmy il Fenomeno…

ora non ricordo il nome film 2Dal finale del tuo documentario sembri avere una predilezione per il tuo conterraneo Carlo Monni. Quali sono gli altri tuoi preferiti e quali citeresti come figure di caratterista maschile e femminile emblematiche per il cinema italiano?

Va bè con Carlo non c’era solo una predilezione artistica, ma un vero e proprio affetto. Tutti noi giovani toscani, nei primi corti o primi lavori gli chiedevamo una partecipazione amichevole. Siamo un po’ tutti in debito con lui e quindi ho voluto rendergli omaggio in questo documentario. Scegliere uno preferito tra tutti questi cavalli di razza è difficile. Te chi sceglieresti tra Van Basten e Batistuta? Forse potrei dirti Mario Brega e la Sora Lella. Ma se ti dicessi loro poi mi dispiacerebbe per Mario Carotenuto e Tina Pica. Per me sono tutti importanti, non credo sia uno solo a fare la differenza, ma tutta la categoria.

Tutti i caratteristi che si citano nel tuo documentario, e tutti quelli che pur non citati mi verrebbero in mente, appartengono al genere comico/commedia. Ha senso parlare di caratteristi anche per i film drammatici?

Io mi sono concentrato di più sulla commedia perché è il mio mondo, ma la maggior parte di tutti i caratteristi citati sono grandi attori, gente che ha studiato per anni e si è divisa tra cinema e teatro. Attori che si dividevano tra Cechov e Nando Cicero. Quindi certo che i caratteristi hanno lavorato anche in altri generi e non solo nella commedia. Molti di loro (come Umberto Raho, Franca Scagnetti o Fulvio Mingozzi), tra l’altro, hanno recitato anche nel cinema horror italiano (quando ancora questo genere si faceva ed eravamo dei maestri nel mondo… ).

ora non ricordo il nome film 3Oggi i caratteristi tendono ad essere soppiantati dalle macchiette. Secondo te per quale ragione questa figura è in declino?

Perché tutti oggi vogliono fare i protagonisti e perché i produttori preferiscono mettere su un film con un cast di 4 o 5 super big che tirano al botteghino. E poi è cambiato il cinema e il suo ritmo, tutto è più veloce. Dalla messa in scena al montaggio. Tutto è più frenetico. La maggior parte dei film di oggi sembrano dei lunghi videoclip. Le vicende nei film accadono e si risolvono velocemente, non puoi rischiare che lo spettatore si annoi. Quindi anche tutti i personaggi di contorno sono spariti, non c’è più tempo per arricchire un mondo intorno ai protagonisti, il film deve correre come uno spot pubblicitario, deve arrivare al sodo.

Se dovessi citare qualche caratterista simbolo del cinema di oggi, che nomi ti verrebbero in mente?

Quelli che abbiamo intervistato credo siano di sicuro di prima fascia. Poi ci aggiungo Anna Mazzamauro, Nando Paone e Antonio Catania. Da questo spero poi possa nascere una nuova generazione di caratteri, perché il caratterista dovrebbe essere difeso come fa il WWF con i panda. Una soluzione magari potrebbe essere la creazione di una categoria ai David di Donatello. Oltre al migliore attore e miglior attore non protagonista magari ci potrebbe essere quella del miglior caratterista. Che ne dici?

Mi pare che oggi appena un caratterista mostri di essere bravo ne si faccia subito un primattore. Penso a uno come Silvio Orlando, che ha tutti i tratti del caratterista ma da anni viene chiamato per le prime parti. Forse sono gli stessi attori e registi a considerare limitante il concetto di caratterista?

Però Silvio Orlando non è mai arrivato a fare il caratterista. Ha cominciato quasi subito a fare il protagonista. Ma ha sicuramente tutti i tratti fisici del caratterista. Comunque ce ne sono tanti di primi attori con aspetti da caratteristi: Massimo Ceccherini, Ricky Memphis, Carlo Buccirosso e Giuseppe Battiston. Tutti nell’ambiente sanno benissimo il valore di questa figura, ma purtroppo il cinema di oggi ha tutto un altro ritmo.

Vi lasciamo con il trailer ufficiale di Ora Non Ricordo il Nome:

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[recensione + intervista] Ora Non Ricordo il Nome di Michele Coppini
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