1 giugno 2017

[recensione] La cura dal benessere di Gore Verbinski

Il regista confeziona un’opera dall’estetica ammaliante e dalle ottime premesse, ma dalla conclusione assai deludente

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1 giugno 2017
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Ottime premesse vanificate in una conclusione bislacca e deludente, così potrebbe essere riassunto in poche parole La cura dal benessere (A Cure for Wellness) di Gore Verbinski (The Ring).

locandina La cura dal benessereIl thriller, ammantato da una buona aura di mistero permane infatti a lungo sapientemente sospeso tra allucinazione e verità, segue Lockhart (Dane DeHaan) un giovane e volitivo esponente di Wall Street che viene spedito dai suoi capi alla ricerca dell’amministratore delegato della società per cui lavora, Roland Pembroke (Harry Groener), la cui firma è necessaria per un’incombente fusione e che si è rintanato in una clinica nel mezzo delle Alpi svizzere. Il giovane tuttavia è costretto a posticipare l’incontro per il restrittivo orario delle visite, ma nel tragitto verso ad un albergo viene coinvolto in un terribile incidente automobilistico, così si ritrova anche lui involontariamente ospite della struttura, impossibilitato ad andarsene per un gesso alla gamba. Da tale momento, il ragazzo assiste a fatti sempre più sinistri, sin dallo sfortunato evento stesso che l’ha obbligato lassù, e man mano che la pellicola procede lui, e con lui il pubblico, iniziano ad avere un non immotivato dubbio che qualcosa di losco realmente si celi dietro alle immacolate uniformi delle belle e sorridenti, ma algide infermiere, dietro ai molteplici trattamenti a cui i pazienti sono sottoposti e soprattutto dietro alla natura misteriosa dell’acqua che, ritenuta miracolosa per alcune singolari proprietà, è servita a tutti con somma dovizia.

La cura però non è quello che appare e chi la segue sembra sempre più fisicamente provato, in una degenerazione nemmeno troppo dilatata nel tempo, eppure tutti rimangono lì, fiduciosi nei ritrovati del fascinoso dottor Volmer (Jason Isaacs), impassibile ed elegante direttore della clinica. La forza di La cura dal benessere inizialmente è proprio questo, riuscire a giocare con le aspettative di chi guarda, sia questi il protagonista che attonito erra per una labirintica sauna densa di fumo e continua a ritrovarsi inevitabilmente davanti una parete chiusa ricoperta di piastrelle, sia lo spettatore che non riesce ad un certo punto a discernere se esista davvero un complotto a tratti paranormale o se discenda tutto dalla prospettiva falsata di Lockhart da qualche forma di paranoia, in un crescendo che rimembra per certi versi il Teddy Daniels incarnato da Leonardo DiCaprio in Shutter Island di Martin Scorsese. Così, si moltiplicano le apparizioni di creature marine, anguille, che paiono visioni, ossessioni materializzate insieme ai ricordi di un terrificante trauma infantile in un montaggio spesso serrato, che si fa quasi eisensteiniano nei passaggi più intensi, come nella bellissima sequenza dello scontro tra la macchina e un cervo, straniante e complessa. Altre volte sono allucinazioni, repentine apparizioni nel liquido in cui è immerso il ragazzo, concretazione forse di una claustrofobia incipiente causato dalla spesse pareti della cisterna di privazione utilizzata per presunto scopo terapeutico e che si rivela in realtà una prigione quasi fatale.

La cura dal benessere 2E’ proprio qui che il meglio cede il fianco al peggio, poiché dove le proiezioni di una psiche disturbata possono riuscire disturbanti, la prospettiva delle viscide bestiole natanti in carne ed ossa diviene piuttosto ridicola, involontariamente grottesca. Da qui tutto degenera in un pastiche dai profili mostruosi. Da un lato c’è il manto oscuro e leggendario che circonda le mura della Spa di lusso, un conte che per amore incestuoso della sorella cercò con ogni mezzo di creare un misterioso elisir, utilizzando nei suoi loschi esperimenti gli abitanti del paese, e causò così la morte della diletta per pubblico rogo, una accattivante mitologia goticheggiante un po’ alla Vlad III di Valacchia. Dall’altro purtroppo però tali mitologiche radici gotiche sono gettate alle ortiche quando ne vengono mostrati i risvolti contemporanei, che non verranno approfonditi oltre per non ricadere in rivelazioni inopportune, che rovinerebbero l’estroso twist finale già fin troppo inappagante di per sé.

Detto ciò, la storia inconcludente è vestita di tale bellezza da anestetizzare in più momenti il giudizio critico dei più. La fotografia è meravigliosa, il direttore Bojan Bazelli riesce a far brillare i già meravigliosi paesaggi in cui sono realizzate le riprese, in Germania invero e nel Castello di Hohenzollern, sebbene nella finzione filmica la scena siano le montagne svizzere. Alcune immagini sono disarmanti, indimenticabile è l’inquadratura delle celestiale Hannah (Mia Goth), paziente speciale e unica adolescente nella struttura, che cammina al bordo d’una piscina all’aperto, lastra d’acqua azzurra in cui si riverbera il cielo cosparso di nuvole al tramonto, come se i confini dell’una e dell’altro si fondessero in un tutto cosmico, screziato dei raggi d’un sole accecante e aranciato.

Un vero peccato che tanta grazia sia andata smarrita lungo una diegesi che s’è fatta distratta proprio nell’attimo in cui avrebbe potuto coronare tutti gli sforzi. Peccato che La cura dal benessere non abbia dato il giusto spessore al meraviglioso incubo solo ahinoi abbozzato.

Di seguito il trailer ufficiale italiano:

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[recensione] La cura dal benessere di Gore Verbinski
Descrizione
Il regista confeziona un'opera dall'estetica ammaliante e dalle ottime premesse, ma dalla conclusione assai deludente
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Il Cineocchio
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