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The Movie Db/10
16 novembre 2017

Recensione | Les Affamés (Ravenous) di Robin Aubert

Il regista canadese si cimenta con un surreale zombie movie esistenzialista, ma grondante di sangue

16 novembre 2017

Seconda incursione di Robin Aubert nel mondo dell’horror, dopo Saints-Martyrs-des-Damnés del 2005, Les affamés (Ravenous) riesce a fondere atmosfere, tensione e stereotipi dello zombie movie ad una personalissima ed esistenzialista prospettiva sul sottogenere.

les affames poster filmLa storia è ambientata in un paesino del Quebec (da cui il regista proviene) in cui, improvvisamente, un gruppo di voraci infetti iniziano ad assalire e cercare di divorare chiunque incontrino sulla loro strada. L’apertura, ex abrupto, mostra una gara di auto, un pilota sta baciando una ragazza, quando un’altra donna li aggredisce e morde ferocemente al collo la sventurata. Si tratta di un degenerare cadenzato degli eventi, ne scandiscono il ritmo i frammenti di narrazione, di realtà filmica, che si concentrano sui vari personaggi alle prese con la fine della civiltà e ne forniscono un ritratto minimale, scabro. Céline (Brigitte Poupart) attira i non-morti con il volume dell’autoradio al massimo e li uccide a mannaiate, Bonin (Marc-André Grondin) si aggira per i boschi con un amico, quando vengono sorpresi e questi viene infettato. Il giovane Ti-Cul (Édouard Tremblay-Grenier) rimasto solo abbandona la fattoria dove è cresciuto per una destinazione ignota e incontra Réal (Luc Proulx), che sta disperato e attonito a fissare il cadavere della consorte e quasi pensando ad alta voce professa, : “Non avrei esitato… ma quando si tratta di tua moglie!”. Infine Tania (Monia Chokri), legata a un letto perché dichiara di esser stata morsa da un cane, ma la diffidenza vige, con amarezza rivive il momento in cui i suoi cari furono contagiati e s’incolpa amaramente per non esserci stata per un motivo futile, si stava facendo le unghie. Ognuno vive il suo inferno privato, silenziosamente, in una prostrante accettazione dello status quo in cui l’azione, i dialoghi, il divenire stesso degli eventi sono come congelati da una latente, ma onnipresente disperazione.

La sospensione pervade allora ogni aspetto di Les Affamés: anzitutto lo sviluppo diegetico procede singhiozzante, pieno di stacchi tra inquadrature e lenti movimenti di macchina, spesso circolari sul soggetto di turno, creando in chi guarda una sensazione di faticoso procedere, d’angoscia. Poi ci sono la mimica e la recitazione dei protagonisti del tutto controllate e al contempo incredibilmente espressive a trasmettere l’apatico sconforto in cui tutti sono ricaduti, ognuno nella sua soggettiva maniera, senza però mai eccedere in patetismi e risultando così ancora più drammatici, più struggenti nella resa della sofferenza. Se il lavoro del cast è certo inappuntabile, i dialoghi, asciutti e dominati da un’esistenzialista banalità danno agli interpreti il giusto materiale su cui lavorare: non v’è nulla d’eroico o di eccessivo, sono frasi semplici, pervase di una tragica quotidianità, quasi una versione post-apocalittica di quegli scambi di battute freddi, intervallati da disarmanti silenzi alla Il diavolo probabilmente di Robert Bresson, da cui traspare uno straziante nichilismo.

Les affamés di Robin Aubert 2Ad acuire la vigente angoscia c’è altresì lo scenario in cui l’azione si svolge, ovvero i boschi sovente sommersi da una nebbia fitta, in cui ogni scricchiolio potrebbe preannunciare un terribile epilogo, le case disabitate, le strade sempre deserte e i quartieri residenziali vuoti e laconici, dove ogni vestigia umana sembra essere assente e dove addirittura una mucca pascola, brada. Dal reale al surreale, sono poi disseminate qua e là immagini che sanno di assurdo, dal significato ermetico e spaesante: cumuli di sedie, o giocattoli, o cianfrusaglie varie, sono ricomposti misteriosamente in mezzo ai campi in inquietanti Torri di Babele che hanno quello stesso effetto di détournement delle tele di Alberto Savinio della serie sugli oggetti metafisici nella foresta, ad esempio Objets dans la forêt (1927-1928). Assistiamo dunque ad un approccio intellettuale al sottogenere incentrato sugli zombie, eppure non manca nemmeno quel lato cruento che connota i più riusciti tra i titoli di tipo meno ermetico. Le uccisioni, a suon di mannaia o di grossi coltelli, con fucili a canne mozze, non sono certo celate, anzi sono all’altezza dei migliori episodi di The Walking Dead … e viene perfino mostrato un vero e proprio geiser di sangue!

Film dalla complessa stratificazione in termini di tematiche, di registri e di immagini, in Les Affamés Aubert affronta l’Apocalisse zombie con un’inedita profondità e con un caustico punto di vista, non lasciando mai che futuli eroismi, o facili sentimentalismi, prendano il sopravvento. Ne discende un racconto algido e insieme coinvolgente, che con estrema dilatazione riesce a tradurre perfettamente l’idea di arcano maligno che domina la fine del mondo, nonché quella tormentosa sospensione vissuta dai personaggi stessi, con cui non può che crearsi nello spettatore una qualche empatia.

Di seguito il trailer originale:

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Recensione | Les Affamés (Ravenous) di Robin Aubert
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Recensione | Les Affamés (Ravenous) di Robin Aubert
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Il regista canadese si cimenta con un surreale zombie movie esistenzialista, ma grondante di sangue
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