15 giugno 2017

[recensione] Nemesi di Walter Hill

Il nuovo film del regista americano, con una Michelle Rodriguez in virili spoglie, perplime e delizia per la sua inusuale eccentricità

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15 giugno 2017
THE ASSIGNMENT tomboy

Walter Hill è poco avvezzo alla convenzionalità. Pellicole come Johnny il bello (1989 ), I guerrieri della palude silenziosa (1981) o il leggendario I guerrieri della notte (1979) dovrebbero fornirci subito un’idea della propensione del regista, sceneggiatore e produttore a soggetti controversi, una scabra antropologia non v’è dubbio. Dunque, chi, se non lui, avrebbe potuto proporre un film incentrato su un ex sicario che subisce un involontario cambio di sesso e cerca vendetta?

Revengo posterSe eccentrici derelitti ed emarginati sono stati al centro dei suoi lavori, i quali indulgono in un sommo squallore e sono esenti da ogni paternalistico buonismo, Nemesi (The Assignmentanche noto come RevengeTomboy) ha toccato vette talmente alte in termini di peculiarità di concept, trama e resa della stessa, da perplimere lo spettatore meno abituato a tali e tante stranezze. Anzitutto, come detto, il nucleo della narrazione non è certo usuale per un thriller incentrato sulla vendetta di un killer a pagamento. La storia si apre con il dottor Rachel Jane (Sigourney Weaver), rinchiusa in un manicomio criminale, che narra al suo psichiatra, il dottor Ralph Galen (Tony Shalhoub), i funesti eventi occorsi prima che tutti i suoi “collaboratori” fossero trovati morti e lei priva di coscienza e ferita gravemente. La donna continua con voga a sostenere che a commettere l’omicidio plurimo sia stato un certo Frank Kitchen (Michelle Rodriguez), a cui lei ha qualche mese prima letteralmente cambiato i connotati e che per questo il suddetto ha deciso di lavare l’onta subita col sangue.

Questa, in maniera piuttosto stringata, è la sinossi e intorno a tale scheletro è costruita una ben congegnata struttura a cornici, che parte dalle memorie dalla dottoressa; un dettaglio alla volta è rivelato da costei che è un chirurgo radiato dall’albo per la sua libera interpretazione della deontologia medica, che lavora abusivamente e fornisce “servizi” essenziali ai pazienti che non possono affrontare le terribili spese di un ricovero legale, a latere porta avanti “la sperimentazione”. Al contempo, parallelo livello diegetico, è pian piano svelato come il suddetto assassino, colpevole di aver ucciso il fratello balordo di lei, sia giunto sotto ai suoi ferri, nonché ciò che è avvenuto dopo l’indesiderata trasformazione. Tale modus narrandi è impeccabile, un meccanismo perfettamente calibrato, quello che alcuni potrebbero invece appuntare sono il preambolo scellerato, ossia un sicario che per strambo contrappasso è mutato in donzella, nonché la caratterizzazione, altrettanto sopra le righe, dei protagonisti. E’ assai sottile il confine tra estremo barocchismo nella rappresentazione dei personaggi, un po’ alla Sin City (anche quivi troviamo peraltro degli inserti disegnati alternati ai fotogrammi quali ‘fermo immagine’), un po’ alla John Wick, e caricatura farsesca che ricade nel ridicolo; alcuni potrebbero includere Nemesi in quest’ultimo gruppo, ma sarebbe ingiusto ed avventato.

Revenge (The Assignment)Indubbiamente le premesse sono tanto singolari da rasentare il grottesco e alcune sequenze risultano a chi guarda semplicemente bizzarre, in particolare ha qualcosa di strano vedere il volto barbuto della Rodriguez, per quanto di per sé sia piuttosto mascolina nei tratti e nell’incedere (l’attrice è perfetta nella parte), su un corpo totalmente nudo maschile, piuttosto villoso e dotato a dirla tutta. Allo stesso modo la scena di sesso tra l’attrice in virili spoglie, e movenze, con la bella infermiera Johnnie (Caitlin Gerard) è un po’ straniante. Tragicomico – ma nel tono non si prende del tutto sul serio ed è un gran bene – è poi Frank, tramutato in donzella che sgraziatamente si palpa qua e là, incredulo. Il killer è descritto con uno humor torbido e connotato con una certa desolazione dello spirito, che si estende poi sulla stanza fatiscente ove si risveglia, in cui dominano colori spenti, sporchi, e di cui vengono inquadrati i dettagli del lavabo pieno d’acqua lurida e delle tende grigiastre alle finestre. La medesima estetica dei bassifondi ricorre ripetutamente, nella spoglia struttura detentiva, nei luoghi dove la vendetta si consuma, ancor più nei decrepiti e sordidi locali in cui si dipana l’ospedale abusivo della dottoressa Jane. Ruvido, dunque, nell’interiore come nell’esteriore, nell’umano come nell’inanimato, a ciò si somma una buona dose di violenza, catturata con somma immediatezza e senza edulcorazioni, nei pestaggi e nei colpi di pistola.

Epopea d’ogni bruttura, stride allora (e questo è un secondo aspetto confutabile) la raffinata figura della psicopatica quanto colta Rachel Jane. Dall’ingegno decisamente sopra la media, migliore del suo corso e laureatasi con il massimo dei voti, è passata poi all’illegalità poiché, a detta sua, l’esser stata sempre la migliore le ha causato solo invidia, poi la caduta in disgrazia. La raffinatezza con cui viene tratteggiato il suo eloquio è tale da metterle in bocca citazioni shakespeariane, perfino la parola hybris difficilmente presente in una sceneggiatura anglofona (certo i classicisti non possono che apprezzare); sofisticamente arriva a chiamarsi artista e a citare Poe per giustificare la libertà dell’arte dai vincoli morali e politici, una rielaborazione della gautieriana “l’art pour l’art” in veste criminale, allo stesso modo motiva la punizione esemplare riservata al povero Frank quale occasione di redenzione dai violenti trascorsi machisti. Delineata quindi come una versione in gonnella dell’Hannibal Lecter di Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, nella compostezza, eleganza e ostentazione culturale la Weaver ricorda il grande Anthony Hopkins, la sua performance è encomiabile. Quivi tuttavia emerge un’ulteriore discrepanza: come un simile personaggio può coesistere con un sicario transgender, con uno stile così caricato e uno scenario tanto torbido? Ebbene nel complesso si tratta di un felice ossimoro, quello che potrebbe facilmente attribuirsi a un intellettuale villain fumettesco, reso solo con un tocco in più di scabroso realismo. Da notare l’acuto gioco di generi, il medico assai mascolino nei modi e negli abiti che de-virilizza un criminale tramutandolo in donna.

Nemesi è in conclusione talmente inusuale in ogni suo elemento da risultare sospeso tra demente e geniale, assai soggettiva ne è la percezione, ma è proprio delle pellicole con grande carattere; per noi che siamo cultori dell’estro creativo rientra certo nella seconda categoria.

Di seguito trovate il trailer italiano del film, nei nostri cinema dal 27 luglio:

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[recensione] Nemesi di Walter Hill
Descrizione
Il nuovo film del regista americano, con una Michelle Rodriguez in virili spoglie, perplime e delizia per la sua inusuale eccentricità
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Il Cineocchio
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