15 marzo 2017

[recensione] One of Us di Blake Reigle

Ennesimo fallimento nel mettere in scena l’operato di una setta, il film è una silloge di cliché e performance maldestre

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15 marzo 2017
One of Us

C’è un arcano motivo per cui, seppur argomento denso di spunti accattivanti, i film incentrati sulle sette sono sempre assai deludenti. Quale miglior soggetto di un gruppo di persone, private della loro volontà da un continuo lavaggio del cervello, disposti a tutto per seguite un oscuro Guru, dalla volontà di potenza. I fatti di cronaca, peraltro, forniscono numerose storie vere, dal suicidio di massa a Jonestown, agli omicidi della setta di Charles Manson, fino alla Colonia Dignidad e alle terrificanti vicende legate a Warren Jeffs, il materiale certo non manca, eppure quando approda sul grande schermo quasi tutto è banalizzato e piuttosto scialbo.

One of Us posterNon direttamente ispirato da fatti realmente accaduti, ma latamente imbandito di tutte quelle dinamiche che per cultura di massa sono attribuite a tali claustrofobiche forme associative, One of Us di Blake Reigle, forse proprio a causa della sua superficialità e mancanza di connessione con un’origine concreta, è ancor più scadente della media. Se infatti i tentativi di rendere su pellicola tale tematica sovente falliscono almeno in parte e difficilmente i registi cimentatisi sono incapaci di tradurre in maniera tangibile l’angoscia della prigionia, si pensi a The Sacrament di Ti West, Colonia di Florian Gallenberger, Il caso Warren Jeffs di Gabriel Range, oppure la serie TV Acquarius, quantomeno qualche spunto valido è sempre nascosto qua e là tra i molteplici cliché. Purtroppo, lo stesso non vale per One of Us, che racimola nei suoi quasi 90 minuti di durata solo una pletora di luoghi comuni, condendoli con qualche colpo di scena non esattamente riuscito, sparute allucinazioni e troppo poco sangue.

Al centro della narrazione, alquanto banale a essere sinceri, c’è la solita comune mansoniana hippie dai contorni sinistri e criminali. Declinazione peculiare, si tratta di una sorta di gineceo o harem, in cui unica figura maschile presente è il leader concupitore Brent, interpretato da un non sufficientemente carismatico Derek Smith. All’interno del gruppo, dunque, che in una casa isolata nei boschi nei pressi di un paesino montano, evocativamente chiamato Idyllwood, dove sembrano avvenire inspiegabili sparizioni, l’ultima quella di Haley (Lisseth Chavez). Partendo da un torbido corollario, lo sviluppo della trama è allora incentrato su una sorta di indagine di una giornalista infiltrata sotto mentite spoglie, Melanie (Christa B. Allen). Rampante e volitiva reporter, la protagonista viene presentata come sprezzante di ogni pericolo e a caccia del prossimo scoop, che gli viene fornito proprio dalla suddetta ragazza scomparsa, che poco prima di svanire nel nulla la chiamò disperata e terrorizzata. Si Finge quindi una donna in fuga da un rapporto violento, Mary, e un livido sull’occhio, lascito della precedente missione, rende più plausibile la versione fornita per entrare nella Java Collective. Inizialmente tutto come è d’uopo sembra dominato da pace ed armonia, le proselite sono sorridenti e lavorano nella natura, il loro capo spirituale amichevole, ma come è facilmente presagibile si tratta di una facciata e l’idillio si tramuta velocemente in una prigione.

Nelle aspirazioni, Reigle mira probabilmente a delineare il lento sprofondare da un clima armonioso e da bucolica fuga dalla civiltà in un’ossessione senza via di scampo, tratteggiando il progressivo asservimento psichico e fisico delle adepte condendo con allucinogeni e droghe non ben definite che privano della volontà. Delirio fin troppo lucido nella sua trasposizione nel fotogramma, la componente onirica e la psicosi indotta si limitano a poche sconnesse sequenze in cui un manipolo di giovani vestite di bianco e con indosso una maschera da agnello professano insieme mantra posticci, mentre il loro leader mascherato da lupo si appropinqua minaccioso, il massimo dello shock è quando, in alternanza sincopata, le vesti del gruppetto sono prima linde, poi sporche di sangue. Insomma l’incubo messo in scena non è esattamente terrificante. D’altra parte, l’altra componente che avrebbe potuto e dovuto essere altamente disturbante, la descrizione della fase del plagio e delle sue implicazioni, è appena accennata, totalmente incapace di trasmettere inquietudine, nelle immagini, nelle inquadrature e, più di tutto, nella recitazione.

One of UsAnche nei momenti più drammatici, la Allen comunica poco, la mimica come l’inflessione della voce non riescono a coinvolgere lo spettatore; ancor più le altre “sorelle” (anche qui c’è il solito lessico familiare), non riescono a tradurre in maniera soddisfacente il personaggio che interpretano: Venus e Luna, ambedue oggetto di un netto ribaltamento caratteriale, attraverso la verisimile performance di Carly Schroeder e Chasty Ballesteros sembrano più che altro bipolari; soprattutto la seconda ha cambi di personalità e di atteggiamento tanto repentini e immotivati da parer affetta da schizofrenia. A difesa delle due attrici, lo script, i dialoghi e lo sviluppo dei personaggi sono tanto maldestri da lasciar poco spazio a grandi slanci recitativi. Le altre accolite sono poi praticamente tappezzeria, due per qualche strano motivo parlano solo tra di loro e risiedono lì non si sa bene perché, l’altra allo stesso modo non proferisce praticamente verbo, la funzione di tutte e tre pare essere quella di ingigantire le fila della comune. In ultimo, salverebbe forse il risultato finale un’opportuna rappresentazione del leader, incarnato da Smith, elemento portante e nucleo della diegesi. Malauguratamente, però, quello che dovrebbe essere un villain carismatico e tenebroso, è solo una sorta di pervertito con velleità di potere assoluto, che però sono semplicemente buttate lì per fare sensazione, nulla viene in alcun modo approfondito, risultando così una maldestra copia in chiave più moderna del Charles Manson (Gethin Anthony) visto nella prima stagione di Acquarius (già comunque non ineccepibile, ma che almeno sa intrattenere). A ciò si aggiunge infine una buona dose di assurdità, tra cui iniezioni che annichiliscono all’istante gli effetti del Rohypnol casereccio, uno sbirro infido ed affiliato secondo la tradizione di Texas Massacre e un finale lacrimevole, giusto per concludere in bellezza.

Ennesima delusione dal mondo delle sette, chissà se in futuro l’argomento riuscirà dar vita a opere di finzione valide come The Wicker Man di Chistopher Lee o ad avvicinarsi al più che rimarchevole e più recente Kill List di Ben Wheatley… Nell’attesa, in caso permanere in voi la curiosità riguardo a One of Us, potete vedere in seguito il trailer, giusto per farvi un’idea:

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[recensione] One of Us di Blake Reigle
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Ennesimo fallimento nel mettere in scena l'operato di una setta, il film è una silloge di cliché e performance maldestre
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Il Cineocchio
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