24 aprile 2017

[recensione] Personal Shopper di Olivier Assayas

Kristen Stewart è la protagonista di un anestetico dramma esistenzialista che si taccia di paranormale, ma è incapace di concretizzare i suoi fantasmi

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24 aprile 2017
personal shopper film

Film pretenzioso e piuttosto inconcludente, Personal Shopper di Olivier Assayas si avvale di quell’intellettualismo sterile per raccontare una storia incapace di comunicare granché, ammantata di un nonsense a tratti volontario, a tratti  frutto di una certa incoerenza e frammentarietà nella diegesi.

personal shopper locandinaIncentrato su un soggetto problematico, quella che potrebbe essere il corrispettivo in gonnella di alcuni eroi postmoderni, quali il musiliano protagonista di L’uomo senza qualità o quello sveviano di La coscienza di Zeno, seguiamo la quotidianità dell’apatica Maureen Cartwright, incarnata da una diafana e altrettanto impassibile Kristen Stewart. La ragazza è, come il titolo stesso suggerisce, una personal shopper, ossia si occupa del guardaroba per una viziata socialiser, Kyra (Nora von Waldstätten), ma è decisamente scontenta del suo lavoro e affronta una profonda crisi esistenziale, dovuta anche alla recente scomparsa del fratello gemello con cui aveva un legame particolarmente stretto. Film che promette una prospettiva marcatamente paranormale, almeno nella sinossi, dovrebbe concentrarsi proprio su questo secondo aspetto, il rapporto con il defunto e la ricerca di un suo segnale da parte della sorella che, come lui, dovrebbe avere doti medianiche.

Il fulcro della narrazione è tutto qui, l’attesa di Maureen di poter in qualche modo entrare in contatto con il congiunto scomparso, che la tiene imprigionata in una Parigi grigia e deprimente, in un mestiere che odia e non le permette di andare avanti con la sua vita. Tuttavia, il film rimane sospeso a metà strada tra l’esistenzialismo francese dei tempi d’oro alla Il diavolo probabilmente (Le Diable probablement di Robert Bresson) e il paranormale con un tocco di thriller, dato dall’abbozzata commistione tra un misterioso corrispondente con cui ad un certo punto inizia un singolare scambio di messaggi, nonché da un omicidio, che però viene lasciato completamente in secondo piano, quasi buttato lì a fare un po’ di clamore con una truce scena del delitto, ma totalmente avulso dallo sviluppo, anzi il fatto viene portato a termine in maniera sconclusionata e nebulosa. Infine, il lato orrorifico, alla stregua dell’omicidio, è altrettanto maltrattato: la rappresentazione delle entità spiritiche che di tanto in tanto si palesano in una vecchia casa vuota è costituita da manifestazioni letteralmente fumose, che la protagonista definisce aggressive, ma che invero dopo qualche sfarfallio da terra se ne vanno senza fare troppe storie, insomma nulla che susciti la benché minima reazione nello spettatore. A ciò si somma qualche bicchiere rotto o a mezz’aria, ma il paranormale è tutto qui, di sicuro deludente, neppure gli interni notturni sono capaci di trasmettere una qualche sensazione, non fossero altro paura e angoscia.

Personal shopper 1D’altra parte ogni aspetto della trama è trattato allo stesso modo, sono spot frammentari che s’inseriscono in un filo conduttore tanto esile e sfilacciato da risultare pressoché inesistente. Innegabile è una certa abilità nella regia, con pure una citazione di Shining nel girato, ma non è sufficiente. La stessa psicologia, come le doti extrasensoriali della protagonista, o il dialogo con il gemello defunto, sono trattati con tale freddezza e minimalismo da risultare privi di ogni attrattiva. Impossibile è allora sviluppare la benché minima empatia con la ragazza, una perenne depressa che si muove avanti e indietro dalla metropoli francese in sella al suo motorino con il suo vestiario ricercatamente casual e mascolino. Ancor meno coinvolgente poi diventa la stessa quando, aggirandosi in atelier in loco o a Londra con fare distaccato e una certa insofferenza sceglie i capi per la sua datrice di lavoro, che con gli amici non manca di disprezzare apertamente. Perfino quando è mostrata insieme alla ex ragazza del gemello è fastidiosa e suscita pochissima simpatia. E’ solo una figurina cool senza spessore, una versione smorta della protagonista di Il diavolo veste Prada, che dalla sua aveva personalità e autoironia; d’altro canto siamo in un film autoriale e perciò è necessario ostentare impegno, prendersi fin troppo sul serio. Al contrario, è palese, non vuole certo essere un personaggio caricaturale, ma nemmeno connotato in modo negativo, riuscendo però così ancor più disturbante, proprio perché non c’è intento che lo sia, anzi vuole solo essere drammatico. Detto ciò la Stewart è, bisogna riconoscerlo, perfetta per la parte, incarna in maniera naturale il soggetto che le è stato destinato, dacché emana nichilismo da ogni sguardo e ogni movenza; la sua recitazione, anestetizzata, fa poi coppia perfetta con il modus narrandi scelto da regista, concretizzandolo con una performance che calza a pennello, con quell’aura tenebrosa e sofferente che è innata in lei.

Tuttavia lo spettatore attende fiducioso e sempre più depresso, come Maureen, che arrivi il momento topico, che accada qualcosa di incisivo, o anche solo qualcosa e basta, ma dopo i suoi più di 100 minuti di durata, che visto la dilatazione nel raccontare sembrano almeno il doppio, assiste al finale, frustrante forse più del lungo percorso affrontato, e rimane, semplicemente basito.

Di seguito il trailer ufficiale italiano di Persona Shopper, nei cinema dal 13 aprile:

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Titolo
[recensione] Personal Shopper di Olivier Assayas
Descrizione
Kristen Stewart è la protagonista di un anestetico dramma esistenzialista che si taccia di paranormale, ma è incapace di concretizzare i suoi fantasmi
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Il Cineocchio
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