The Movie Db
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23 giugno 2017

[recensione] Pig di Adam Mason

In una profusione di sangue e violenza, il film del regista britannico si aggiudica un posto d’onore nell’Olimpo dei cult underground estremi e invisibili

23 giugno 2017

Esistono film dall’aura mitologica, pressoché impossibili da vedere per i più, solo pochi appassionati del cinema indipendente hanno l’occasione di scoprirli a qualche festival di settore. Tali titoli sono troppo sconvolgenti anche solo per proporli per un’uscita cinematografica, addirittura per la distribuzione straight-to-video. Ai tempi c’è stata la serie nipponica dei Guinea Pig risalente agli anni ’80, che addirittura fu tacciata d’essere uno snuff movie tanto era realistica la tortura mostrata; nel 2007, a distanza di decadi, è stato girato Pig di Adam Mason (Blood River). Approdato nell’aprile del 2010 all’americano Haapsalu Horror and Fantasy Film Festival, poi in ottobre al Sitges International Fantastic Film Festival, ‘scomparve’ in seguito, lasciando dietro di sé mistero e turbamento, almeno fino a quest’anno, quando è stato di nuovo presentato al South by Southwest.

pig poster filmSe alcuni possono ritenere la nomea eccessiva, dopo la visione nessuno potrà avere alcun dubbio, nel bene o nel male si merita appieno la sua fama di film maledetto. Cinéma Pur declinato al gore più estremo, non vi è diegesi, ma esclusivamente un susseguirsi di gesti folli e raccapriccianti, che solo i veri cultori di un certo tipo di indie possono comprendere, gli altri con ogni probabilità ne rimarranno indignati, incapaci di vedere dietro alla superficie la potenza e la maestria che si cela in un’opera simile. Non è tuttavia a scioccare la tematica in sé, ossia una sorta di torture porn ambientato nel profondo Sud con protagonisti un sadico redneck (almeno questa è la percezione iniziale, ma sarà fallace), incarnato da Andrew Howard, e la consorte affetta palesemente da un grave ritardo cognitivo e incinta (Lorry O’Toole), i quali infieriscono per i ’90 minuti di durata sui loro sfortunati prigionieri. Che un gruppo di maniaci dall’entroterra statunitense fosse al centro di un horror dall’alto tasso di sangue e interiora non è una novità, su tale impalcatura s’imposta anzi il filone ispirato alle truci vicende del ‘massacro della motosega’, quali Non aprite quella porta di Tom Hooper, il remake del 2003 di Marcus Nispel e i plurimi sequel, per non parlare del più visionario La casa dei mille corpi di Rob Zombie e seguiti; allo stesso modo, assimilabile alla categoria è il primo Le colline hanno gli occhi di Wes Craven (lievemente diverso e più “mostruoso” è il rifacimento omonimo di Alexandre Aja) e la lista, con le debite variazioni sul tema, è assai lunga …

pig film masonSe il concept è dunque ampiamente sdoganato, cosa rende così disturbante Pig? Al contrario di tutti gli altri horror citati, quest’ultimo è connotato da un’estrema verosimiglianza nell’immagine filmica, ricercata con maestria attraverso vari strumenti. Anzitutto il girato, ha il carattere documentario e immediato della presa diretta, rendendo le scene estremamente scabre, per cui ogni squartamento, ogni pestaggio, ogni vessazione risultano assai più scioccanti. Così, quando il protagonista prende a calci una povera donna che tiene prigioniera, legata come un cane a terra e sporca di polvere e sangue, mentre lei sofferente si copre il viso, non esiste nessuna forma di edulcorazione della brutalità messa in scena; anche il peggiore slasher di norma sublima la violenza con il montaggio, con una serie di filtri, con effetti speciali vari, che in qualche modo patinano l’elemento gore, qui invece non v’è nulla di digitale, solo qualche ottimo effetto pratico e l’azione non è interrotta da alcuno stacco (a parte sul finale), è un piano sequenza infinito, un unico flusso continuo, non si percepisce alcuna soluzione di continuità tra la finzione filmica e il mondo tangibile. In tal maniera è come se l’occhio della camera si limitasse a catturare quanto accade: prima gira intorno frenetica al soggetto, agli atti spesso efferatissimi, a volte li cattura a volte no, poi si sposta dal carnefice alla vittima, al dettaglio, con un livello tecnico stupefacente nei movimenti di macchina; spesso inoltre in profondità di campo succede altro, come se l’azione non si esaurisse nel primo piano ma prolificasse in ogni direzione, come nella realtà. Ne risulta un girato crudo e minuzioso, in cui ogni orrore è reso senza alcuna falsificazione, si fa concreto. A ciò si accompagna la prossemica sulla “scena”, ossia la landa desolata, dei diversi interpreti, contraddistinti da una fluidità incredibile. Le performance di Howard e, soprattutto, della O’Toole (il cui ruolo è difficilissimo) sono di una naturalezza stupefacente, i loro gesti sono spontanei e armoniosi tra loro in incastro perfetto, come in una danza macabra e sanguinaria. Ugualmente i perseguitati, Guy Burnet, Molly Black, Juliet Quintin-Archard reagiscono alla tortura psichica e fisica senza alcun manierismo, alcuna affettazione, sembrano subirla davvero. A completare l’insieme, la svolta nello sconcertante finale (di cui non è possibile far menzione senza ricadere in spoiler), conferisce tutta una nuova luce a quanto visto, di aggressiva critica sociale. E’ un pugno nello stomaco.

Combinazione dunque di abilità tecnica, realismo ruvido e violenza a profusione, Pig non potrà che lasciare un segno indelebile in chi ha il coraggio, e la fortuna, di approcciarvisi, guadagnandosi un posto d’onore nell’Olimpo dei cult underground.

Di seguito il trailer originale V.M.18 naturalmente:

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[recensione] Pig di Adam Mason
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[recensione] Pig di Adam Mason
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In una profusione di sangue e violenza, il film del regista britannico si aggiudica un posto d'onore nell'Olimpo dei cult underground estremi e invisibili
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Il Cineocchio
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