9 ottobre 2017

[recensione Sitges 50] El Habitante di Guillermo Amoedo

La possessione demoniaca assume a sorpresa un agghiacciante volto nelle ispirate mani del regista uruguaiano

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9 ottobre 2017
El Habitante 3

Difficile è di questi tempi guardare ai film di esorcismi senza ricadere tristemente in una serie di cliché che relegano alla copia della copia le infinite filiazioni dal medesimo capostipite, L’Esorcista di William Friedkin (le sue recenti dichiarazioni dal Festival di Sitges sul prossimo Jack the Ripper, sui film di supereroi e sulla morte del cinema americano). Eppure a fornire una rilettura classica, rigorosa, e al contempo del tutto inedita è il regista uruguaiano Guillermo Amoedo, che nel suo terzo lungometraggio (dopo Retorno del 2010 e The Stranger del 2014) intitolato El Habitante, riesce a fondere diverse fonti ed elementi tematici, creando un’opera coesa e terrificante,  ma soprattutto ridando una nuova veste, più introspettiva che vuotamente spettacolare, a quelle convenzioni di sotto-genere che ormai avevano perduto ogni vitalità.

El Habitante posterLa vicenda si apre con tre giovani ladre, Maria (María Evoli), Camila (Vanesa Restrepo) e Ana (Carla Adell) che, disperate, s’introducono furtivamente nottetempo nella magione d’un senatore per una rapina su commissione. Non trovato nulla nella prima cassaforte e persuase della presenza di contanti, si recano nella stanza da letto del padrone di casa e della consorte, riescono a farsi dare il denaro – anche se meno di quanto speravano – e li legano in salotto. Poi d’improvviso dei rumori arrivano dalla cantina, Maria scende e trova una stanza chiusa con un lucchetto, lo rompe e una volta all’interno fa una scoperta sconvolgente: una bambina, Tamara (Natasha Cubria) è legata a un letto con delle cinghie, il suo corpo è coperto di lividi ed è decisamente emaciata. La donna, che ha subìto a sua volta terribili violenze da parte del padre, la libera, ma l’apparenza è ingannatoria e quella che sembra un’innocente è in realtà posseduta da un terribile demone, che s’insinua nelle menti delle ignare svaligiatrici.

Connotato da diversi cambi di direzione e colpi di scena decisamente inaspettati lungo tutto lo sviluppo, El Habitante lavora su una complessa stratificazione estetica e di significazione, composta di sottotrame ciascuna che acquisisce una sua propria veste formale. Anzitutto c’è l’effrazione notturna e la sua svolta paranormale; molti sono già a tale primo stadio i sentori che ci sia qualcosa di malvagio, di minaccioso, nella magione. In qualche modo nelle sequenze iniziali simile a Man in the Dark di Fede Álvarez, le protagoniste, tutt’altro che eroine senza macchia, cercano di mettere a segno un colpo che credono semplice, ma trovano a loro discapito un avversario inaspettatamente insidioso, là era un cieco decisamente violento ed addestrato, qui addirittura un demone d’alto grado nelle gerarchie infere. Sapiente è d’altra parte il regista nel costruire la tensione ricorrendo a molteplici strumenti per delineare la continua sensazione di essere immersi in una in una realtà sinistra su cui aleggia una sinistra entità. Il demoniaco pervade infatti ogni stanza, ogni parete, ogni centimetro della casa oltremodo inquietante e catturata da una fotografia estremamente cupa, illuminata da luci giallastre, che ricordano per tono quella emessa dalle candele, dando una sensazione di fosca o funerea ritualità. Poi ci sono le ombre bieche, silhouette nere e vaghe che prendono vita nell’oscurità ed errano silenti, seguendo silenziose e inesorabili le protagoniste. La loro estrema suggestione – fatto condiviso da buona parte del film – risiede nell’indefinitezza, rifiutando quegli effetti speciali immediati, banalmente concreti che molto vanno di moda nei prodotti hollywoodiani ad alto budget alla L’evocazione – The Conjuring, ma risultando certo molto più disturbante proprio perché solo suggerite agli occhi dello spettatore, che provvederà con le sue peggiori paure a dargli forma.

El Habitante 3Allo stesso modo i personaggi esperiscono il contatto con il Maligno, non in una declinazione fisica, materiale, non sono tavoli che si spostano, corpi che fluttuano o similari escamotage posticci, ma attraverso qualcosa di molto più psicologico e immateriale, come se gli penetrasse sotto la pelle alla ricerca dei loro infimi segreti, per indebolirne l’anima. Si aprono così molteplici digressioni, allucinazioni a occhi aperti che riportano sia Maria che Camila in trascorsi dolorosi con un padre perverso e malvagio. Il Lucifero è il Re degli inganni, si mantiene indefinito e assume i contorni del loro peggiore incubo, del loro più indicibile peccato, tra incesti e delitti di sangue. Anti-estasi satanica, Amoedo cosparge di indizi, quali la croce rotta, un martello, un frustino, le sequenze che rimandano a un’unità pervertitrice di presente e passato. Non solo, in un sofisticato iter viene più volte reiterata l’iconografia biblica della mefistofelica tentazione, dal quadro che apre il film alle sue molteplici libere variazioni su tema: il Diavolo sussurra all’orecchio le sue lusinghe che si cristallizzano dalle parole alle immagini in una diabolica sinestesia. Approccio classico, filologico e al contempo visionario e originale, l’idea di rendere la presenza di un demone perlopiù tramite l’emisfero della mente pervaso dalla Tenebra, anzi che dalle sue concrete e – almeno così si crede – scioccanti manifestazioni fisiche, realizza sequenze ben più inquietanti, dimostrando che stia nell’idea, nella capacità di renderla visivamente, e non in pirotecnici effetti speciali, l’epicentro del terrore di un horror.

El Habitante 2Molto posticipato è invece nel minutaggio il reale incontro con la posseduta che per buona rimane sullo sfondo, mentre le intruse errano sospese tra i corridoi vuoti in penombra e i loro ricordi. Quello infatti che solitamente costituisce il momento topico e centrale, l’esorcismo, c’è ovviamente, ma ha una funzione piuttosto marginale e replica ulteriormente quella confusione tra verità e inganno, nell’emisfero verbale come in quello visivo e percettivo. Se già il copione fornisce difatti un ottimo materiale su cui lavorare, ma il merito maggiore è della stupefacente performance della giovanissima Cubria: le urla, le convulsioni, ma soprattutto il sorriso oltremodo agghiacciante, con la testa lievemente reclinata, quando rivela l’ennesimo raggelante segreto con demoniaca onniscienza, fa letteralmente venire i brividi! Infine c’è la diegesi nel complesso, la sceneggiatura sempre scritta da Amoedo che è cosparsa di svolte del tutto inattese, di cambi di direzione che tengono il pubblico – anche il più smaliziato – avvinto dalla storia. Il finale in ultimo è il degno completamento di tale horror ambizioso e paradossale e, pur essendo coerente con alcuni indizi che lo anticipano, riesce ad essere del tutto inaspettato.

In El Habitante, Amoedo è stato capace di dare un nuovo e terrificante volto al demoniaco, che fa della della perversione diabolica l’asse portante di un’impalcatura profondamente inquietante tra immagine e parola.

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[recensione Sitges 50] El Habitante di Guillermo Amoedo
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La possessione demoniaca assume a sorpresa un agghiacciante volto nelle ispirate mani del regista uruguaiano
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Il Cineocchio
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