The Movie Db/10
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9 ottobre 2017

Recensione Sitges 50 | Revenge di Coralie Fargeat

La regista francese gioca con gli stereotipi di un genere controverso e inonda di sangue il suo primo, riuscitissimo lungometraggio che vede protagonista Matilda Lutz

9 ottobre 2017

Smaliziata e consapevole, la regista e sceneggiatrice Coralie Fargeat affronta nel suo primo lungometraggio, dall’evocativo titolo Revenge, un buon numero di cliché con un’estrema violenza, ottime trovate visive e un’ironica prospettiva di genere.

REVENGE Coralie Fargeat posterFortemente femminile nel suo punto di vista, il film si apre con una coppia che potrebbe essere desunta dalla pop art inglese stile “Just What is it That Makes Today’s Homes so Different, so Appealing?” di Richard Hamilton: Jen (Matilda Lutz) è un’avvenente aspirante attrice che viene portata dall’amante, il nerboruto e abbronzato Richard (Kevin Janssens), in una isolata e spettacolare casa in mezzo al deserto, raggiungibile solo in elicottero. I due si divertono insieme, a parte qualche screzio perché l’uomo è sposato e lei ne è consapevole, ma tutto funziona finché non arrivano all’improvviso i due amici, Dimitri (Guillaume Bouchede) e Stan (Vincent Colombe). Quest’ultimo, convinto che la ragazza ammiccasse durante un ballo sexy da ubriaca la sera prima, una volta che Richard è fuori casa, prima le fa delle avance, poi, respinto, arriva a violentarla, mentre Dimitri assiste senza fare nulla. Lei è ovviamente sconvolta e vuole solo andarsene, ma spaventato dalle possibili conseguenze al suo ritorno Richard le offre dei soldi, poi la picchia al suo rifiuto, infine, dopo averla inseguita, la spinge in un canion e nella caduta lei rimane trafitta da un troncone appuntito, sembrando morta. Tuttavia, la ragazza sopravvive, iniziando una sanguinosa vendetta contro i suoi carnefici.

Quasi bildungsroman gore d’emancipazione, anzitutto l’attenzione è focalizzata sulla protagonista che da perfetta lolita – che in apertura entra in scena con tanto di lecca lecca rosa – e oggetto sessuale, perfino non consenziente, riafferma sé stessa come volitiva action girl; la milanese Lutz (The Ring 3) fa un ottimo lavoro in tal senso. Certo, gran parte della sua evoluzione, della sua trasformazione, è poco verisimile, dall’errare per il deserto a piedi nudi con un picchetto ligneo nella pancia, alla cauterizzazione casereccia, fino alle sue inattese abilità di cecchino che farebbero invidia al protagonista di American Sniper. D’altro canto il film non vuole palesemente essere plausibile, anzi, gioca proprio sull’eccesso e su una caratterizzazione parossistica, innaturale, aspetto più volte acuito da dettagli legati ai personaggi. Ancor più è la controparte maschile ad essere, volontariamente, al limite del caricaturale; i tre uomini sono maschere grottesche che incarnano tutti i più nauseabondi vizi che un certo machismo comporta. Dal dettaglio del disgustoso masticare a bocca aperta di Dimitri mentre fissa il momento dello stupro (il rape) per poi uscire e chiudere la porta, alla melliflua parlantina di Stan, che prima si manifesta untuoso poi, quend’è respinto, diviene estremamente violento, animalesco. La medesima falsità e doppiezza connota Richard, che da fascinoso e attento fidanzato si tramuta presto in assassino. D’altronde la caratterizzazione da maschio Alfa si estende a molto altro, dai mezzi motorizzati virili quali un quad, una jeep e un enduro, alla caccia, e va ben oltre; in alcune sequenze dalla stilizzazione dell’antropologico si passa addirittura alla sua ferinizzazione, come nell’inseguimento di Jen da parte dei tre, che da esseri umani sembrano acquisire le movenze di predatori che in gruppo seguono la loro preda. Certo la scarsa umanità e moralità che li contraddistingue non sconfessa tale percezione. Rivalsa del sesso debole in un processo di allegorica castrazione, (Rape &) Revenge è però tutt’altro che moralistico, o smaccatamente femminista, si tratta più della parodia di un certo ipocrita tipo sociale, che diventa addirittura ridicolo e rivela tutta la sua malignità e inconsistenza, ma che poi finisce per soccombere.

Revenge 2Poi c’è il gore! Estremamente violente e cruente, le immagini per gli amanti dell’emoglobina a fiumi si susseguono di continuo; in ordine sparso assistiamo alla caduta sul ceppo, al primo piano sulla ferita sanguinante – un vero e proprio buco a dirla tutta -, al taglio dei suoi lembi per estrarre l’oggetto contundente, alla cauterizzazione con una lattina incandescente, ad un pugnale infilzato in un occhio, a molteplici proietti di fucile a canne mozze che generano profonde ferite sanguinanti, o portano perfino via un lobo d’orecchio che vediamo per terra, e molto altro. A ciò si uniscono inseguimenti e fughe nel deserto, di notte e di giorno, che mantengono la tensione sempre alta e che sono spesso girate in POV, dando vita a riprese ipercinetiche e aumentando ulteriormente la suspense. In ultimo c’è un’attenzione macabra al dettaglio, che edifica un’estetizzazione del deterioramento fisico, come nella reiterata inquadratura della mela morsa che si guasta via via e viene mangiata da una formica, oppure un gruppo dei medesimi insetti che vengono sommersi dalle gocce di sangue di Jen; c’è lo stesso pervasivo gusto per il repellente sia nell’umano che nella natura.

Pur riproponendo dunque tutti gli aspetti del controverso tipo a cui appartiene, Revenge riesce a darne una personalissima rielaborazione, cospargendolo di fluidi ematici e brandelli di corpo che appagheranno di certo i suoi cultori.

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[recensione Sitges 50] Revenge di Coralie Fargeat
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[recensione Sitges 50] Revenge di Coralie Fargeat
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La regista francese gioca con gli stereotipi di un genere controverso e inonda di sangue il suo primo, riuscitissimo lungometraggio che vede protagonista Matilda Lutz
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Il Cineocchio
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