The Movie Db/10
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9 ottobre 2017

[recensione Sitges 50] The Ritual di David Bruckner

Il regista di Southbound gira un horror boschivo dal sostrato pagano interessante ma ben poco sviluppato in favore di dinamiche fin troppo note

9 ottobre 2017

Il bosco è certo un archetipo di lunga tradizione, un luogo dove fauni e driadi danzano nell’immaginario classico e popolato da creature incantate e ambigue come le fate, oppure perfide come streghe; dalle culture mediterranee a quelle nordiche, fino agli orientali e più amichevoli tanuki, le foreste celano spiriti d’ogni tipo, avvicinando a livello trasversale ogni cultura. A tale topos fanno riferimento anche la letteratura, i fratelli Grimm per citare un esempio emblematico, l’arte, i simbolisti tedeschi prediligevano tale soggetto denso di misteriche implicazioni, nonché ovviamente il cinema. L’horror in particolare spesso torna, addirittura dal periodo del muto (si pensi a Nosferati e alle selvagge lande caucasiche) fino ai giorni nostri; The Ritual di David Bruckner (appena acquistato da Netflix per la distribuzione) si accoda come ultimo di una lunga lista, ma purtroppo scarseggia d’inventiva, se non per il mito nordico che ci mostra solo a ridosso dell’epilogo.

The Ritual posterAnzitutto la trama è piuttosto banale, ma non è tratta dall’omonimo romanzo di Adam Nevill e solo adattata da Joe Barton, quindi la responsabilità è solo limitata, pertiene al massimo la selezione del dubbio soggetto a cui far riferimento. Protagonisti sono quattro amici di vecchia data, Luke (Rafe Spall), Phil (Arsher Ali), Hutch (Sam Troughton James) e Dom (Sam Troughton), dopo la tragica perdita del quinto membro del loro gruppo ucciso in una rapina, decidono di fare trekking per le montagne svedesi per riavvicinarsi e ricocordare lo scomparso. Dunque iniziano a peregrinare per le distese smisurate nell’erba alta, finché Hutch, il meno atletico della dilettantistica spedizione, cade e si storta un ginocchio; non riuscendo lui bene a camminare, i suoi compagni decidono, malauguratamente, di tagliare per i boschi, ma quivi s’imbattono in stregoneria, fatiscenti capanni pieni di simboli sinistri, infine in un’oscura entità decisamente sanguinaria.

Partendo dal titolo, il rimando immediato è all’emisfero rituale, ma purtroppo tale aspetto, come la comunità che a tale culto è dedita, è fin troppo marginale, relegato solo al finale e abbozzato solamente, mentre sarebbe stato un elemento della diegesi da approfondire molto di più. Invece la scelta è stata quella di estendere, in maniera davvero dilatatissima, le peregrinazioni per i boschi, che riportano alla mente per immediato collegamento The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez; di notte come d’uopo si avvicendano scricchiolii sinistri, rami che si muovono all’improvviso, figure impalpabili che si celano nel fitto dei boschi, versi inumani e persino segni e rune intagliati sui tronchi (lieve variazione sul tema …); l’unico elemento che si discosta è un fantoccio di vimini dal sapore pagano nascosto all’interno della tipica e immancabile casetta di legno. Allo stesso modo non sono inedite, anzi prevedibilissime le reazioni dei protagonisti, dall’aggressione al panico, alla corsa alla cieca, si tratta di un repertorio ormai convenzionale. L’unico tratto in cui – per nostra fortuna – differisce è il girato non da mockumentary.

the ritual brucknerPer differenziarsi un po’ tra un cliché e l’altro viene poi inserita una parentesi emotiva, introdotta da visioni che obbligano Luke ad affrontare il senso di colpa per non essere intervenuto quando l’amico veniva picchiato a morte, ma essersi codardamente nascosto dietro a uno scaffale; il perché l’uomo riviva di continuo tali sogni lucidi / allucinazioni che si aprono d’improvviso in un angolo della boscaglia, non è per nulla sviscerato. Invece, sono esaminati fin troppo i rapporti tra i protagonisti, in continui tafferugli che rimandano a un’introspezione abbozzata ma convenzionale che rallenta fin troppo lo svolgimento, con il risultato che tra una facezia e un’accusa si stempera fin troppo la tensione. C’è tuttavia una nota positiva: il crature design dell’arcana entità che abita nella foresta e pretende, a quanto pare, frequenti tributi di sangue. Rifacendosi al folkrore scandinavo (benché la produzione sia britannica), come aveva fatto molto bene anche André Øvredal in Trollhunter del 2010, stavolta è lo Jǫtunn (“mangiatore di uomini” e figlio bastardo di Loki) ad essere messo in scena: la sua figura, mostruosa e gigantesca, tra il ferino e l’arbusto è costruita molto bene e non ricade in quelle posticce sembianze che spesso affliggono l’aspetto di entità mitologiche horror e al contempo non è qualcosa di già stravisto.

Se solo Bruckner avesse impiegato più energie e dilatato maggiormente le diverse idee, dagli abitanti della foresta ai loro rapporti con lo Jǫtunn, ai sacrifici, di certo si sarebbero esplorati aspetti ben più interessanti, ma purtroppo il canovaccio e la sceneggiatura poco coraggiosi hanno portato a percorrere altre e più infelici strade.

Di seguito il trailer originale di The Ritual:

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[recensione Sitges 50] The Ritual di David Bruckner
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[recensione Sitges 50] The Ritual di David Bruckner
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Il regista di Southbound gira un horror boschivo dal sostrato pagano interessante ma ben poco sviluppato in favore di dinamiche fin troppo note
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