The Movie Db
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11 luglio 2017

[recensione] Stasis di Nicole Jones-Dion

Dalla sceneggiatura ai set, dalle tecnologie alla recitazione, nulla si salva di questo film sci-fi a basso budget

11 luglio 2017

Di questi tempi la fantascienza è spesso fucina di prodotti al limitar dell’indie con grandi aspirazioni, almeno nel concept, ma non molti mezzi, che cercano di differenziarsi dai blockbuster alla Alien (per capirci) con una maggior propensione al filosofeggio e minor apporto di effetti speciali e spettacolarità. Nascono quindi anche titoli di qualche interesse, quali il paradossale, almeno nei presupposti, seppur non perfetto, La Scoperta (The Discovery) di Charlie McDowell (la nostra recensione), o il leggermente più datato (2015) e bellissimo The Lobster di Yorgos Lanthimos (che comunque è costato 4 milioni di euro). Poi ci sono le disfatte e i fallimenti, che ai pochi fondi accompagnano una trama e dei dialoghi infimamente congengnati, una recitazione pressoché indecente e un comparto visivo al limite del dilettantesco; questo è il caso di Stasis di Nicole Jones-Dion.

Stasis di Nicole Jones-DionStrano pastiche tra un teen movie e un viaggio temporale, che non porta a compimento degno nessuna delle sue due anime (non parliamo poi di armonizzarle tra loro con un minimo di raziocinio), il singolare film sci-fi parte da una terrificante distopia post-apocalittica, dove delle non ben identificate guerre, carestie e pestilenze hanno determinato un panorama brullo e tossico. Ovviamente, come in molti predecessori, ci sono un gruppo di ribelli che grazie alla tecnologia avveniristica sono proiettati in varie epoche passate per cancellare letteralmente dalla storia i futuri capi della Cabal, organizzazione maligna che ormai domina incontrastata i pochi superstiti; insomma uno scenario, macchine a parte, che si ispira in maniera marcata allo strapotere di Skynet di Terminator, con anche killer spietati (quivi però si tratta di un’umana, incarnata da Rebecca Raines) mandati indietro nel passato per eliminare il nemico. A ciò si somma, quale influsso non indifferente, L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam, di cui riprende in maniera piuttosto pedissequa la missione, l’uccisione di coloro che causeranno il precipitare degli eventi, nonché il time travelling, purtroppo per la qualità generale non molto altro… Per sfortuna dello spettatore, infatti, poco ha appreso Stasis dai più riusciti incubi futuristi per il grande schermo, eccezzion fatta qualche ingrediente ornamentale, qualche suggestione che ha rimestato maldestramente in un ensemble assurdo, demenziale e poco coerente.

Per meglio comprendere è necessario addentrarsi dapprima nella sconclusionata sinossi: Ava (Anna Harr), un’adolescente ribelle la cui psicologia è tratteggiata in maniera tanto dozzinale da parere farsesca e resa anche peggio dall’attrice, si reca ad una festa, prende un qualche psicotropo e collassa. Poco dopo si risveglia sola nel mezzo della boscaglia, torna a casa e scopre che il suo corpo è stato occupato da qualcun altro, mentre lei è divenuta una presenza fantasmatica, che gli altri non vedono ne odono, ma che si materializza qua e là a sua discrezione e che riesce in qualche modo ad interferire con il tangibile suonando campanelli o accendendo la radio in auto, un po’ come Patrick Swayze in Ghost – Fantasma di Jerry Zucker, ma in versione meno romantica, più adolescenziale e ben più petulante. A impadronirsi abusivamente delle altrui membra è una sorta di looper, Seattle (nello squallido avvenire incarnata da Kelsey Boze), che, dopo un’iniezione di un liquido verdastro fosforescente alla Re-Animator di Stuart Gordon e qualche scarica elettrica di un posticcio capricapo pieni di strani fili, viene sbalzata in un “involucro”, ovvero il cadavere di un appena defunto in una sottospecie di sostituzione delle coscienze; sfortunatamente la precedente proprietaria non è felicemente dipartita, ma rimane come interferenza, o meglio un molesto spettro frignone. Intanto la sua sostituta, affiancata dal suo innamorato, che ha preso possesso delle spoglie del palestrato Lancer (Mark Grossman), contattano i loro affiliati per portare avanti una nebulosa missione, ossia l’eliminazione dei futuri quadri della Cabal quando ancora non avevano potere o protezione, in modo da cambiare gli eventi ed evitare i terribili sconvolgimenti che hanno vissuto. Il come tale operazione venga poi realizzata, non c’è dato saperlo, poiché i malvagi gerarchi al potere, che paiono un incrocio tra i capi dell’Impero di Guerre Stellari in declinazione impoverita e la versione cliché dell’immagine del nazista, inviano ai giorni nostri una perfida cacciatrice (attraverso una capsula fumosa però) pronta a sterminare il nemico, che diverrà a sua volta la priorità dei nostri eroici rivoluzionari. Dunque abbiamo da un lato, a mo’ di sottofondo, il dramma fanciullesco della ragazzetta, dal corpo abusivamente occupato, che si dispera per la lite suscitata dalla nuova se stessa con il fidanzatino, Matt (Caleb Thomas); dall’altro le peripezie dei ribelli infiltrati in un’era non loro; i due emisferi ovviamente stridono tra loro, l’uno cercando di costruire una credibile suspense annichilita dalle incursioni teen e futili dell’altro.

StasisSe la storia mostra il fianco a molte possibili critiche, esse non si limitano tuttavia alla poca congruità; ancor più al limite del grottesco sono la tecnologia e i macchinari messi in scena, essenziali in un simile genere, che fanno apparire quelli di un b-movie alla Terrore nello spazio di Mario Bava o di Dark Star di John Carpenter delle produzioni ad alto budget e verisimili. Ridicole sono le due macchine del tempo, quella dei rivoltosi è una stanza ricoperta di alluminio dotata di spesso portellone, casco con elettrodi (che fa pensare all’elettroshock) e cavi penzolanti e quella del regime è uno strano involucro metallico che emette una inquietante condensa e che pare il macchinario con cui Casper cerca di tramutarsi in bambino in carne ed ossa. Poi ci sono un marchingegno acchiappa- anime usato dalla cacciatrice, che rimembra il prototipo pauperista della trappola per fantasmi dei Ghostbusters, il centro operativo della ricchissima Cabal, il cui set è tanto squallido e posticcio da parere desunto da un film di Ed Wood, e le mirabolanti invenzioni degli insorti come del regime (più volte viene sminuita la tecnologia dei nostri tempi come desueta!), ossia un insieme di bislacche scatole ferrose con qualche cavo all’interno dal design tanto ingenuo da far tenerezza. In ultimo, a coronamento, esiste un computerone che proietta i ricordi contenuti nella coscienza di una prigioniera che si compone di un monitor retrò, un grosso cubo a cui viene collegato il già citato acchiappa- anime e delle lucine al neon natalizie (!!). Infine compare la mummificazione del viaggiatore nel tempo a distanza, con cadavere bruciacchiato. A degna conclusione dell’insieme, recitato dall’intero cast in maniera imbarazzante, c’è poi il finale, su cui non si può troppo entrare nel particolare, ma che per dare un’idea potrebbe essere definibile come un gioco delle sedie in cui tutti i buoni si allocano nel posto migliore possibile, con una breve lezioncina moraleggiante, la redenzione della giovane sciocca, e un “buona vita” come commiato! Il tutto è tanto assurdo da esser quasi geniale, se non si prendesse sul serio.

Difficilmente un’opera di fantascienza può raggiungere tali apici di bruttezza e di totale assenza del benché minimo aspetto positivo, eppure Stasis riesce ad aggiudicarsi in tal senso un primato quasi assoluto; sconvolge che Netflix lo abbia inserito nel suo catalogo un prodotto di così scarsa qualità, ma probabilmente è stata una qualche disattenzione, basti notare che il titolo della versione italiana è lo sgrammaticato Una nuovo futuro (sic! – vedere il poster sopra per credere!).

Di seguito il trailer originale:

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[recensione] Stasis di Nicole Jones-Dion
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[recensione] Stasis di Nicole Jones-Dion
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Dalla sceneggiatura ai set, dalle tecnologie alla recitazione, nulla si salva di questo film sci-fi a basso budget
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Il Cineocchio
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