21 novembre 2016

[recensione] The Blackcoat’s Daughter di Osgood Perkins

Emma Roberts, Kiernan Shipka e Lucy Boynton sono le protagoniste di una terrificante storia di possessione demoniaca

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21 novembre 2016
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Un’inedita e complessa rilettura dell’horror demoniaco, The Blackcoat’s Daughter (precedente noto come February) di Osgood ‘Oz’ Perkins con assoluto minimalismo riesce con pochi selezionatissimi elementi orrorifici, paranormali o cruenti, a suscitare un profondo senso di inquietudine.

the-blackcoats-daughter-oz-perkins-posterReduce da una lunga carriera come attore (tra cui alcune parti non esattamente afferenti al genere, perfino La rivincita delle bionde!) e sceneggiatore (Fredda è la notte) Perkins è passato ora alla regia e questo rappresenta il suo primo lungometraggio, seguito sempre nel 2016 dall’altrettanto atmosferico e fantasmatico Sono la bella creatura che vive in questa casa (QUI la nostra recensione). Si tratta certo di un punto di vista unico, il suo. Difficilmente infatti, soprattutto per un appassionato di cinema del terrore, una storia di possessione da parte di uno spirito maligno riesce a raccontare qualcosa di nuovo: dopo l’ennesimo film sull’argomento è arduo discostarsi dall’ormai rodata iconografia a cui ci hanno abituati, inaugurata in primis da L’Esorcista (The Exorcist, 1973) di William Friedkin, successivamente riproposta fino allo sfinimento dalla sua prolifica genia. Dunque, quando ci riferiamo alla suddetta tipologia, subito ci sovvengono una serie di convenzioni tra cui, nell’ordine, movimenti misteriosi di oggetti, variazione di voci, marcato abbrutimento fisico, spasmi muscolari incontrollati che portano a posizioni degli arti innaturali, improvvisa conoscenza di idiomi prima sconosciuti (spesso di lingue morte come il latino e l’aramaico), fluttuazioni e così via, ma, se alcuni elementi tipici del genere sono marginalmente ripresi in The Blackcoat’s Daughter, sono reinseriti in un iter diegetico per nulla scontato. Lungi dallo sviluppare, come in saghe più commerciali quali The Conjuring o Insidious, l’azione orrorifica sullo spettatore con convenzionali e piuttosto usurati escamotage tesi solo a farlo sobbalzare, non assistiamo al solito uno spavento, chiamato e vacuo, di cui sovente lo svolgimento viene disseminato. Al contrario viene delineato un denso e oscuro racconto, collocato in più piani temporali che si confondono tra loro, che per sua natura è più vicino alla declinazione psicologica dell’indemoniato tratteggiata in Shining di Stanley Kubrick (1980), che peraltro allo stesso modo era ambientato in un’immensa e sinistra struttura deserta, sebbene in quel caso fosse un albergo.

the-blackcoats-daughter-di-osgood-perkinsSi tratta dunque anche in questo caso del fruttuoso connubio tra atmosfera e degenerazione psicotica a farci rabbrividire, giocando sul parsimonioso ricorso a pochi particolari truci o demonici davvero efficaci, non su una stolida spettacolarizzazione del Male, suggerendo perlopiù invece di mostrare. La sensazione di profonda inquietudine è subito trasmessa allora dalle vuote stanze del collegio femminile cattolico di Bramford alla vigilia di una lunga pausa festiva, in cui si svuoterà per settimane. Restano nell’istituto, affidate alle cure di due istitutrici, solo due ragazze, Kat (Kiernan Shipka) e Rose (Lucy Boynton), l’una i cui genitori sono misteriosamente scomparsi, l’altra che invece ha comunicato ai suoi una data sbagliata per poter uscire quella sera con il fidanzato. Tutto ruota intorno agli eventi che in poche ore si succedono, da quando le altre studentesse abbandona la struttura alla terrificante carneficina che chiude in un bagno di sangue la storia. Ogni ingranaggio del meccanismo narrativo è collegato, eppure non è costruito un percorso lineare, si alternano i punti di vista delle due adolescenti e, ad essi, se ne aggiunge un terzo, quello della disturbata e ambigua Joan (Emma Roberts), che viene raccolta da due sconosciuti nella loro macchina, mentre sola e malconcia attendeva di notta in una stazione dei bus. Il dormitorio vuoto, eletto a location da diversi horror, quali Black Christmas – Un Natale rosso sangue (1974) di Bob Clark o The Dorm That Dripped Blood (1982) di Jeffrey Obrow e di Stephen Carpenter (di cui esiste anche un remake) è qui lo scenario per qualcosa di ancor più maligno. L’entità viene appena abbozzata, visivamente è solo un’ombra, sonoramente è inizialmente un bisbiglio accennato e incomprensibile, poi distonia e rumore, la percezione distorta delle voci altrui.

È una lenta climax, dalla normalità degenera in alcune piccole anomalie del comportamento di una normalissima ragazza, poi in alcuni segni decisamente allarmanti, infine in un’esplosione di violenza dalla ferocia inumana. The Blackcoat’s Daughter non si limita però a un’atrocità intellettualoide, è anche fortemente fisico, crudo ed esplicito, sono mostrati sgozzamenti, accoltellamenti, sangue a profusione e perfino teste tagliate. Ogni possibile componente dello spettro è qui soddisfatto e insieme non è svelato troppo, d’altro canto è senza dubbio vero che il più agghiacciante incubo è incorporeo, indefinito, alla nostra fantasia è lasciato il compito di completarlo…

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[recensione] The Blackcoat's Daughter di Osgood Perkins
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Emma Roberts, Kiernan Shipka e Lucy Boynton sono le protagoniste di una terrificante storia di possessione demoniaca
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Il Cineocchio
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