1 febbraio 2017

[recensione] The Lure di Agnieszka Smoczynska

La storia della Sirenetta si tinge di oscurità e squallore in questa affascinante fiaba dark polacca

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1 febbraio 2017
The Lure di Agnieszka Smoczynska

La Sirenetta, creatura fascinosa mezza donna e mezza pesce, protagonista del tristissimo racconto di Hans Christian Andersen, è certo entrata nella cultura popolare attraverso il celebre – forse più conosciuto – omonimo film Disney (in inglese The Little Mermaid, 1989), che come ogni pellicola della casa di produzione presenta un finale ben più lieto dell’originale cartaceo. Ebbene, ritorna invece nella trama al libro primigenio il polacco The Lure (Córki Dancingu) di Agnieszka Smoczynska, che fonde la somma amarezza della narrazione andersoniana ai passaggi canori della favola disneyana, aggiungendo infine un tocco truce, desunto dalle radici classiche.

the-lure-poster-filmDue, non più una sola come era Ariel, le sirene inseparabili Golden (Michalina Olszanska) e Silver (Marta Mazurek), dal meraviglioso canto e dalla lunga coda di pesce, meno accattivante e slanciata però di quella della versione animata, anzi maleodorante e più simile a quella di una murena. Si imbattono casualmente in loro la cantante Krysia (Kinga Preis), il consorte Perkusista (Andrzej Konopka) e il giovane musicista Mietek (Jakub Gierszal), i quali dopo l’iniziale spavento decidono di adottarle e assoldarle quali performer nel cabaret piuttosto equivoco i tre dove si esibiscono ogni sera. Declinazione in tono squallido dei predecessori, al castello è sostituito allora un locale piuttosto posticcio di Varsavia, dove a spogliarelli si alternarno hit anni ’80 cantate da Krysia con sommo vocaleggio. Quivi, tra glitter e kitsch, dove gli arredi e l’intrattenimento paiono avere qualcosa di decrepito, fané, le protagoniste fanno la loro comparsa in modo molto meno poetico della bella Ariel dai capelli rossi: il proprietario del club, un viscido vecchio, si aggira per le stanze annusando letteralmente la fonte di un inedito fetore. Dopo aver errabondato per un po’ e aver guidato l’occhio della camera attraverso le cucine, i corridoi e la sala principale dominata da luci stroboscopiche, l’uomo trova le ragazze nel camerino della suddetta ‘artista’, che versa addosso alle due un bicchiere d’acqua, materializzando d’improvviso l’appendice ittiforme, che prende il posto della gambe umane. Come l’approdo nel mondo degli umani, altrettanto poco ideale e più in linea con l’ambiente, è il greve ‘principe azzurro‘, Mietek, di cui Silver, dopo poco, s’innamora ma che tuttavia dichiara pressoché subito poco idilliacamente di non voler consumare con un’essere per metà animale, aberrando la zoofilia… Non solo, la pellicola, dai tratti dall’acre sapore farsesco, tange il grottesco in certi passaggi, come durante la performance delle due, cimentatesi in un motivo orecchiabile dal ritmo alla Dragostea din tei, solo un poco più rock, nella discoteca immersa in una luce verde straniante, con i più disparati personaggi che si dimenano come matti, il tutto in slow motion.

A ciò poi si aggiunge un lato più eminentemente oscuro, derivazione del mito, o ancor più della declinazione dello stesso presente nel Peter Pan di James Matthew Barrie, in cui le crudeli creature utilizzavano la voce soave per attirare le loro vittime e ucciderle. Silver e, soprattutto, Golden rivelano in più momenti una natura ferina, di predatrici, ne sono indizio i denti acuminati quando tornano al loro aspetto originario. La stessa si palesa quando, fameliche, divorano diversi abitanti del luogo; evocativa è la sequenza sulla spiaggia dove, dopo essere state stordite e rigettate in mare da coloro che le avevano adottate, prese dall’ira banchettano con i cuori ancora pulsanti strappati dal petto di alcuni sfortunati avventori. Con dovizia di particolari le carnefici sono inquadrate mentre li addentano e il volto fanciullesco si ricopre di sangue. Il risultato finale? E’ come se il classico della Disney fosse pervaso da un aura cupa e sanguinaria, così a gioiosi motivetti danzati, come la sequenza nei grandi magazzini, in cui sembra di assistere a un musical, sono alternate immagini crude di squartamenti e cannibalismo. La stessa trasformazione di Silver da sirena a donna a tutti gli effetti, quella stessa che la porterà a perdere le sue preziose abilità canore, è presentata come un’operazione di scambio di parti di corpi alla Frankenstein, dove con un seghetto la paziente viene tagliata letteralmente a metà e poi ricucita.

the-lure-filmPeculiare somma di elementi distonici, eppure nell’insieme riuscita, The Lure riesce quindi a traghettare nell’horror il racconto di Anderson, a renderlo contemporaneo e ad ammantarlo di una profonda desolazione, in un’estetizzazione dello squallore che riesce a renderne ancor più intensa la vena profondamente malinconica, cinica, ossia quella disperazione e assenza di speranza che il tragico epilogo concretizza in ultimo. Come nelle pagine ottocentesche quindi la disillusione regna, il principe ha “sposato un’altra e la piccola sirena deve ritornare nel mare dove affogherà” eppure nel finale, al contrario della fonte, la sfortunata amante abbandonata … Ma lo lasciamo scoprire a voi.

In attesa di capire se prima o poi arriverà anche da queste parti, di seguito trovate il trailer di The Lure:

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[recensione] The Lure di Agnieszka Smoczynska
Descrizione
La storia della Sirenetta si tinge di oscurità e squallore in questa affascinante fiaba dark polacca
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Il Cineocchio
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