14 giugno 2017

[recensione] The Man in the Shadows di Joshua Fraiman

Il primo lungometraggio del regista canadese è tanto maldestro da cadere nel grottesco per sceneggiatura, recitazione e soprattutto per le fattezze dell’entità del titolo

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14 giugno 2017
The Man in the Shadows

La paralisi nel sonno, di questi tempi, è inesauribile fonte d’ispirazione per horror sciatti che combinano protagoniste petulanti e fastidiose a entità tanto posticce da far sembrare a confronto personaggi e mostri di La notte degli spettri (Night of the Ghouls) di Edward Davis Wood Jr. credibilissimi. Se allo spettatore era parso pessimo Dead Awake di Phillip Guzman, in cui la traumatica esperienza onirica era annessa a una grottesca imitazione della nipponica Sadako, pare che il fenomeno possa essere reso filmicamente in modo addirittura peggiore e la conferma arriva dall’infausto The Man in the Shadows, infelice debutto alla regia di Joshua Fraiman. L’argomento, di per sé denso di spunti, come dimostra peraltro l’ottimo documentario del 2015 The Nightmare di Rodney Ascher (forse capostipite della suddetta malaugurata filiazione), è qui affrontato in maniera tanto maldestra da tediare per tre quarti del minutaggio e far ridere sul finale, ovvero, quando il male si palesa in tutta la sua “fumosa” ridicolaggine.

The Man in The ShadowLa storia si apre sulla problematica quanto avvenente Sally (Rebecca Amzallag), che fatica a dormire per il già citato disturbo, generato all’apparenza in seguito a un terrificante trauma infantile, che l’ha condotta altresì sulla via dell’alcolismo. La donna si sveglia di soprassalto nel mezzo della notte e, ossessivamente persuasa che una fantasmatica presenza incomba su di lei e sul marito sopito, in tutta risposta la fotografa, balzana e improbabile maniera per documentarne l’esistenza; d’altra parte si tratta di un soggetto non proprio equilibrato, quindi non stupisce che cerchi di registrare su digitale, con il favore delle tenebre, un’entità incorporea… Al suo fianco è presentato poi il marito tapino, Scott (Nick Baillie), figura accessoria e dalla psicologia abbozzata con estrema superficialità, che cerca in qualche modo di sostenerla amorevolmente, per quanto perplesso dalle strane manie della consorte, con risultati e mezzi alterni. Il poveretto, in fondo, vuole solo una famiglia, e magari fornicare di tanto in tanto, ma la scelta poco avveduta e troppo avventata della coniuge, come lui stesso afferma il matrimonio è stato precipitoso, lo porta a dover quotidianamente relazionarsi ad una folle convinta di essere seguita da un uomo con cappello – quello del titolo – misteriosamente presente anche nel momento della morte della madre.

Le premesse sono fin qui già poco promettenti e semi-comiche, ma il peggio ha da venire. Si aggiungono infatti le tirate drammatiche e la caratterizzazione travagliata della protagonista, pessime di per sé e affossate ulteriormente dalla non proprio abilissima – recitativamente parlando – Amzallag e da un copione degno di una telenovela di terz’ordine, con tradimenti, liti coniugali, dipendenze e dialoghi densi di pathos. A dare un tocco di estro in più si somma al – non volutamente- farsesco ensemble William, incarnato dallo scellerato sceneggiatore in persona, Adam Tomlinson, che per qualche momento la scrittura di The Man in the Shadows, in cui già non si è rivelato probo, passa all’arte istrionica, in cui brilla, se possibile, ancora meno. Il suo personaggio, ideato e reso dal medesimo, rappresenta a pieno titolo l’acme della bislaccheria pretenziosa che affligge la pellicola: l’obbiettivo è con ogni probabilità quello di delineare un soggetto altamente disturbato, compulsivo e visionario, ma lasciare al contempo il pubblico nel dubbio che le sue psicosi possano avere un qualche fondamento; il risultato però è ben distante e ne esce alienato caricaturale, che sproloquia davanti ai membri di un gruppo di recupero per alcolisti e la cui mimica è più comica che altro. D’altra parte allo stesso modo, la narrazione dovrebbe mantenere quella difficile sospensione tra percezione distorta di Sally e concreto sussistere di una minaccia ultraterrena, tentativo altrettanto fallito, vista la performance dell’attrice e lo sviluppo degli eventi che mancano del tutto di credibilità e atmosfera e travalicano sovente nel grottesco.

The Man in the Shadows 2Il tono inavvertitamente demenziale non si esaurisce poi nella caratterizzazione dei personaggi, che in un horror certo non funzionano, ma in una parodia avrebbero potuto dire la loro. Alcuni passaggi, purtroppo ammantati da un tono inadeguatamente serio, anzi a tratti proprio drammatico, sarebbero stati perfetti in una tragicommedia del terrore; solo per citare alcuni esempi, oltre al menzionato soliloquio dello stramboide, questi, dopo aver approcciato con inquietante mimica da ossesso Sally, la invita a casa sua, e lei ovviamente (!) accetta subito; inoltre, sebbene lei sia refrattaria a ogni contatto fisico con lo sventurato consorte (che non a torto se ne lamenta ripetutamente) a causa di gravi turbe psichiche per cui non riesce ad affrontare l’intimità, si concede con grande liberalità al pressoché sconosciuto William. Anche Scott, dalla sua, contribuisce comunque a incrementare le corbellerie di cui il film è copiosamente nutrito: non contento di avere una moglie mentalmente instabile che vede i fantasmi, ben decide, per trascorrere qualche giorno, e soprattutto notte, con lei, di portarla in una fosca baita in mezzo ai boschi, dove peraltro l’elettricità funziona a momenti alterni. Un ottimo luogo per sanare la mente instabile di lei e concupirla, non v’è dubbio! Se non altro si tratta di una cura urto. Tuttavia il meglio è serbato, premurosamente, per l’epilogo. Dopo parecchi minuti di interminabile attesa e prolungate inezie, giunge il tanto mostro, quello che l’esimia accoppiata Fraiman/ Tomlinson ha desiderato mantenere, non proprio sapientemente, in bilico tra realtà e allucinazione; compare finalmente il tanto millantato uomo con il cappello… E lo spettatore non può che rimanere letteralmente basito (non si procede oltre con descrizioni per non ricadere in spoiler).

In conclusione, The Man in the Shadows è la dimostrazione per eccellenza che, se non si posseggono né fondi per gli effetti speciali né sufficente acutezza nella stesura dello script, né infine un cast anche solo rasente il decoro, meglio è non cimentarsi in un horror psicologico, decisamente al di sopra delle proprie possibilità, poiché con ogni probabilità ne uscirà solo un’indesiderata farsa.

Di seguito il trailer originale:

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[recensione] The Man in the Shadows di Joshua Fraiman
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Il primo lungometraggio del regista canadese è tanto maldestro da cadere nel grottesco per sceneggiatura, recitazione e soprattutto per le fattezze dell'entità del titolo
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