The Movie Db
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27 ottobre 2017

[recensione] Una Questione Privata di Paolo e Vittorio Taviani

I due registi adattano con eleganza e sensibilità il romanzo di Beppe Fenoglio, privandolo però della sua ariostesca follia. Eccellente Luca Marinelli nei panni del protagonista.

27 ottobre 2017

Un paio d’anni fa, Omero Antonutti lesse in radio Una questione privata di Beppe Fenoglio. Poco dopo ricevette la telefonata di Paolo Taviani, che gli disse di essersi emozionato ascoltandolo. “Mi fa molto piacere” gli rispose l’attore, “anche perché tre minuti fa mi ha chiamato tuo fratello per dirmi la stessa cosa”. Questo aneddoto è prova di come i Taviani pensino e agiscano da sempre come se fossero una persona sola, cosa che li ha indotti a inaugurare lo schema della “regia in famiglia”, imitati nel tempo dai Dardenne, dai Coen e più recentemente dai Manetti. Con Una questione privata, per la prima volta il solo Paolo si è dedicato fisicamente alle riprese, perché Vittorio è ad oggi ancora convalescente per essere stato investito da un’automobile a Roma. Ma il film appartiene comunque a entrambi; non perché questo è scritto nei titoli di testa in quanto coautori di sceneggiatura e dialoghi oltre che della scelta degli attori, ma perché in esso, come nei loro precedenti, si riflette quell’unità di sguardo e di sensibilità che le comuni esperienze giovanili (due soli anni di differenza in favore di Paolo) hanno originato. Tra queste vi è la Resistenza, vissuta sulla propria pelle di ragazzi, già raccontata nel 1982 con La notte di San Lorenzo e ora rievocata attraverso la storia di Fenoglio e del suo protagonista, il partigiano Milton.

Una Questione Privata di Paolo e Vittorio Taviani posterDurante una spedizione ad Alba, questi capita davanti all’elegante villa dov’era sfollata Fulvia, suo amore platonico di prima della guerra. La custode lo riconosce e gli dice che la ragazza è partita, ma gli permette di fare un giro all’interno che lo riporta con la mente a quando l’aveva conosciuta. Gli era stata presentata dal fraterno ed esuberante amico Giorgio, il più bel giovane della città. Milton è un tipo completamente diverso, riflessivo e studioso, ma i tre divennero inseparabili finché non fu la guerra a dividerli. Milton partì prima di Giorgio e ora una frase ambigua della custode scatena in lui il tarlo della gelosia. “Non poteva più vivere senza sapere e, soprattutto, non poteva morire senza sapere, in un’epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati più a morire che a vivere“. Ormai disinteressato a qualsiasi altra cosa, Milton si mette in cerca di Giorgio, scoprendo che è stato preso prigioniero dai fascisti. Non resta che battere tutte le brigate partigiane per trovare un ostaggio da scambiare o, in mancanza, catturarne uno. Milton non combatte più per la patria o l’onore, e nemmeno per amicizia. Milton combatte ora per una questione privata.

La scena che rende alla perfezione il senso del testo è la prima: il paesaggio collinare tipico di Langhe e Monferrato, dove si svolge l’azione; la nebbia che avvolge i corpi e i pensieri dei personaggi e li costringe all’inquietudine. E soprattutto un protagonista, Luca Marinelli (Non essere cattivo) sul quale, nonostante sia troppo in là con gli anni (ne ha trentatrè) calzano a pennello i panni del poco più che ventenne Milton: non bello in senso classico, ma di fascino, e con l’aria malinconica al punto giusto, che lo rende capace di silenzi e di slanci al tempo stesso. O tutto questo appartiene davvero a Marinelli o, più probabilmente, è proprio un ottimo attore. Peccato che non altrettanto calzante appaia il personaggio della custode: troppo bella, persino elegante pur se imbacuccata in panni da cameriera. Nella sua mancanza di vecchiaia, di scarnificazione e ingrigimento dovuti al tempo della guerra si colgono subito i primi segni di un certo stravolgimento del testo. Non è una crepa insignificante, come potrebbe sembrare. E’ di quelle che si allargano pian piano, fino ad assumere dimensioni non trascurabili, ma soltanto per chi conosce il romanzo di Fenoglio. Quando uscì, molti intellettuali impegnati lo criticarono con l’accusa di aver annacquato il mito della Resistenza. Tra i pochi a comprenderne da subito la forza vi fu Italo Calvino, che lo considerò addirittura l’opera che sul tema metteva il punto definitivo e che avrebbe voluto scrivere chiunque avesse vissuto quelle esperienze, perché riusciva a coniugare la memoria e i valori morali della Resistenza con un inseguimento cavalleresco e una follia amorosa degna dell’Orlando Furioso. Fulvia compare soltanto sotto forma di ricordo nel primo capitolo, dove vengono rievocati alcuni suoi dialoghi con Milton, ma l’ossessione di questi per lei costituisce il tema centrale del libro. Nel film dei Taviani questo si coglie soltanto nella prima parte, grazie anche alla felicissima trovata di “spalmare” le chiacchierate tra i due ragazzi su svariati flashback che cadenzano, insieme alle note della loro canzone (“Over the Rainbow”), le ore angosciate di Milton mentre va in cerca di Giorgio.

Una Questione Privata di Paolo e Vittorio Taviani 2017Col procedere del film, però, sembra quasi che sia la pena per quest’ultimo a dettare le sue azioni, tanto che per difenderne l’ardimento che in realtà non aveva si scontra con alcuni partigiani che in lui deridevano l’aria da figlio di papà. In questo Giorgio non risulta ben reso, perché l’attore che lo impersona (Lorenzo Richelmy) gli conferisce modi di fare da bellimbusto più che da ragazzo elegante e raffinato. Non è l’unica incongruenza riguardo alle caratteristiche dei singoli. Se ha del miracoloso la credibilità che riesce ad avere Valentina Bellè, ventisei anni, nel rendere l’ingenuità e l’innocente malizia dei sedici di Fulvia, non altrettanto può dirsi per l’assoluta mancanza di inflessione locale che contraddistingue ogni personaggio. Ancora oggi i ragazzi delle colline piemontesi parlano tra loro in dialetto, perciò è impensabile che non accadesse in tempi come quelli, quando l’istruzione era minore. Non era necessario replicare tutto ciò – nemmeno nel libro accade -, ma era doveroso rendere almeno quelle sonorità anziché quelle lievemente toscaneggianti che si odono nel film, quasi che i Taviani abbiano voluto sciacquare i panni in Arno alla maniera di Manzoni. Per di più, l’assenza di precisi riferimenti geografici disperde ben presto quella piemontesità che intride il libro e ne costituisce un elemento fondamentale. Per il resto, è normale che nell’adattamento alcuni singoli episodi siano accantonati e altri riadattati. L’impressione però è che nel complesso i Taviani abbiano compiuto modifiche che sovvertono parzialmente il testo senza ottenerne in cambio un vantaggio cinematografico. Anzi, in certi casi la resa fedele sarebbe stata la più indicata anche da questo punto di vista. Un esempio su tutti: a un certo punto del libro Milton ha un dialogo con una donna anziana che gli dice: “Voi siete tutti nostri figli. Vi teniamo per tali al posto di quelli che ci mancano. Pensa a me che ho due figli in Russia e chissà quando mi tornano”. Una frase bella anche da inserire nel film, perché rende perfettamente il sentimento della gente in quell’epoca. Ma ha dovuto essere espunta perché il personaggio della vecchia è stato inopinatamente sostituito con quello di una ragazza incinta. Intendiamoci: nonostante le rivisitazioni, anche comprendendo quelle inopportune, il film è tutt’altro che mal fatto, perché Marinelli è eccellente e i Taviani sono maestri di sensibilità, come dimostrano nel bel finale che scelgono per una storia che l’autore lasciò parzialmente incompiuta non avendo fatto a tempo a rifinirla prima di morire. Questa chiusa totalmente fenogliana aumenta però il rimpianto che non lo sia altrettanto il resto del film. Sarebbe stato bello, per esempio, riempire alcuni dei tanti momenti di silenzio con la lettura dei più significativi passi del libro ad opera di una voce fuori campo. Da affidare senza dubbio a Omero Antonutti.

Di seguito il trailer ufficiale di Una Questione Privata, nei cinema dall’1 novembre:

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Il Cineocchio
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