18 luglio 2017

[recensione] USS Indianapolis di Mario Van Peebles

La storia vera del Capitano McVay e del suo equipaggio emoziona più del film con Nicolas Cage che la racconta

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18 luglio 2017
uss indianapolis cage

E’ due volte sciagurato un paese che, dopo aver avuto bisogno di eroi, li ripaga con l’ingratitudine o addirittura mandandoli alla sbarra. Ben venga dunque ogni gesto che intenda rimediare, come nel suo piccolo si propone di fare USS Indianapolis (USS Indianapolis: Men of Courage), film che rievoca la storia dell’omonima nave militare incaricata dal Presidente Truman di trasportare sull’isola di Tinian l’uranio necessario a costruire la bomba atomica e affondata da un missile giapponese sulla via del ritorno. I marinai s’imbarcano per il Mar delle Filippine agli ordini del capitano McVay. La missione dev’essere condotta con rapidità e segretezza e per questo alla USS Indianapolis non viene concessa una scorta. Si ritrova così esposta al fuoco dei sottomarini giapponesi, dotati di un’arma micidiale come i kaiten, siluri modificati come armi suicide, contro i quali nessuna strategia marittima può risultare efficace. Il 30 luglio del 1945, a missione terminata e ormai sulla via del ritorno, la nave viene colpita e affondata: dei 1197 marinai a bordo circa 300 colano a picco, gli altri si gettano su scialuppe di salvataggio, dopo aver formulato tre richieste di sos, tutte ignorate. Dovranno attendere cinque giorni in mezzo al mare prima che arrivi a soccorrerli un velivolo americano accortosi per puro caso della loro presenza in acqua. Nel frattempo la scarsezza di viveri, l’arsura, le ferite non curate e gli attacchi degli squali avevano decimato ulteriormente il numero dei superstiti, ormai ridotti a sole 317 unità. Ma nemmeno il salvataggio mette il punto a questa brutta storia perché le alte sfere americane, non riuscendo a coprire il disastro neanche con l’euforia della vittoria bellica, vogliono consegnare alla stampa un colpevole per l’accaduto e mandano sotto processo l’eroico capitano McVay con l’accusa di non aver effettuato le corrette manovre per sottrarsi al fuoco nemico e di non aver dato tempestivamente l’ordine di abbandonare la nave.

USS Indianapolis PosterNe L’asso nella manica, Kirk Douglas impartisce una lezione al praticante giornalista, che può essere adattata a chiunque si cimenti con il mestiere del racconto: per il pubblico la tragedia di un uomo solo interessa più di quella di centinaia di persone, che per forza di cose rimangono anonime. Di lui vorranno invece sapere tutto. Forse perché privo del diabolico cinismo di Wilder o forse per atto di generosità verso quel gruppo di eroi, il regista Mario Van Peebles (Panther) sceglie di realizzare un film corale: i ragazzi dell’equipaggio vengono presentati come un insieme unitario e le singole storie (come quella dei due marinai innamorati della stessa donna) lasciate in superficie. In questo modo lo spettatore non riesce ad affezionarsi a nessuno di loro in particolare e così il film, nonostante le enfatiche musiche di Laurent Eyquem eseguite dalla Filarmonica di Praga, risulta privo della carica di empatia che sarebbe stata necessaria. Si preferisce infatti punteggiare il dramma collettivo con una duplice denuncia: l’una, velleitaria, contro ogni forma di guerra; l’altra, sacrosanta, contro il cinismo di un’America che ha disonorato i suoi eroi, in particolare il capitano McVay, che solo sotto la presidenza Clinton ottenne la soddisfazione di essere riabilitato da ogni accusa. Questi diventa l’assoluto protagonista della seconda parte del film, che lo segue tra l’aula di tribunale e l’ambiente domestico, alle prese con i rimorsi che spesso colgono chi non ha nulla da rimproverarsi. Pur volendo contribuire all’omaggio alla sua memoria il regista gli fa invece l’ultimo torto affibbiandogli il volto fisso di Nicolas Cage il quale, forse per eguagliare in espressività il primo Clint Eastwood, alterna scene con il cappello ad altre senza. Molto più credibili di lui gli squali meccanici, progettati da Walt Conti a grandezza naturale e collegati a dei cavi che li muovevano di continuo. Il livello di perfezionamento tecnico è ormai molto superiore a quello della celebre pellicola di Steven Spielberg e tanto realismo, accentuato anche dalla perfetta mobilità delle mandibole, ha finito per creare il rischio di confusione con quelli veri, dal momento che per due settimane le riprese sono state effettuate in mare aperto. Per ovviare a questo inconveniente è stato necessario emettere onde elettriche tridimensionali che provocavano spasmi insopportabili ai recettori ultrasensibili che i veri squali hanno sul muso, ottenendo così il risultato di non farli avvicinare. L’accuratezza tecnica di un film dove si è fatto ricorso anche a velivoli e sommergibili dell’epoca non fa purtroppo il paio con la sua capacità di suscitare emozioni, per via della frettolosità nel passaggio da una scena all’altra, dello scarso approfondimento psicologico e della ricorrenza a modelli che restano superiori (vedi il Sully di Eastwood circa la nefandezza del processare un eroe).

Emozioni che invece devono aver provato ripetutamente il cast e la troupe. Innanzitutto perché un attore (Matt Lanter) è nipote di uno dei sopravvissuti (Kenley M. Lanter, segnalatore di terza classe della USS Indianapolis, deceduto nel 2013). Ma ancor più perché un altro di loro, Richard P. Stephens, è stato invitato sul set a seguire le riprese. Conoscendo le storture cui ricorre Hollywood in alcuni casi, egli si è raccomandato che il film raccontasse la verità. Da questo punto di vista, anche se alla nobiltà d’intenti non corrisponde altrettanta qualità artistica, potrà dirsi soddisfatto.

Di seguito il trailer italiano del film, nei nostri cinema dal 19 luglio:

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[recensione] USS Indianapolis di Mario Van Peebles
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La storia vera del Capitano McVay e del suo equipaggio emoziona più del film con Nicolas Cage che la racconta
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Il Ciineocchio
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