7 dicembre 2016

[recensione] What We Become di Bo Mikkelsen

Nello zombie movie danese, la comparsa di una misteriosa epidemia rimane ammantata di cliché e tedio

FacebookTwitterPocketInstapaperEmailPrint
7 dicembre 2016
what-we-became

Lavorando su un soggetto già ormai copiosamente affrontato, What We Become (Sorgenfri) del danese Bo Mikkelsen non solo non riesce a dire nulla di nuovo, ma anche nel terreno già battuto è piuttosto povero di mezzi e atmosfera, risultando nel complesso piuttosto noioso.

what we become boÈ solo un brutto sogno“, si apre cosi si apre la narrazione, una ragazza disperata e terrorizzata, è scossa da terrificanti singulti che le impediscono quasi di respirare, poi un rumore, un intruso entra. Stacco. La scena che segue è del tutto antitetica, è una soleggiata giornata estiva in una zona verde e residenziale, tutto sembra tranquillo. Sin dai primissimi fotogrammi, dalla contrapposizione iniziale è palesato subito l’intento: il film lavora per opposti, la normalità e la disperazione, li anticipa visivamente per chiarire dove la storia andrà a finire, quello che conta è dunque il percorso tra un polo diegetico e l’altro, come all’epilogo i soggetti in scena arriveranno, ed è proprio lo sviluppo ad essere deludente. Dalle prime sequenze, infatti, la calcata dualità vorrebbe rendere più fosca la situazione successiva, ma non riesce del tutto a concretizzare il disegno con atmosfere realmente disturbanti, con un’immagine filmica e una recitazione che possano tradurre l’ansia della disfatta a venire; il momento sconvolgente non arriva mai del tutto, è solo anticipato, ma cade nel vuoto.

what-we-became-posterZombie movie, dunque, che indaga l’inizio dell’Apocalisse, come spesso capita nella cinematografia che affronta tale soggetto, dalla romeriana trilogia dei morti viventi in poi, viengono riproposte alcune convenzioni narrative oramai sedimentate. Come in La notte dei morti viventi gran parte dell’azione avviene in una casa e nella zona limitrofa, un gruppo di superstiti, una famiglia e alcuni vicini vi si trovano d’improvviso senza vie di fuga, ma i tempi sono molto più estesi, non si tratta solo di una notte, come ne classico del 1968, ma di settimane, forse mesi. Come inizialmente in Zombi, i protagonisti, Gustav (Benjamin Engell), il padre Dino (Troels Lyby), la madre Pernille (Mille Dinesen) e la piccola Maj (Ella Solgaard), sono incapaci di comprendere la vera natura di ciò che sta accadendo intorno a loro, riconducono gli avvenimenti al conosciuto, al logico, di conseguenza non hanno chiara l’entità del pericolo che pian piano prende forma intorno a loro. I primi segnali affiorano già nell’idilliaca situazione iniziale, un vecchio che scompare misteriosamente, la notizia di persone in ospedale per un misterioso morbo, un bambino che vomita. Poi la quarantena. Si tratta di un processo lento, un crescendo degli eventi vicino a quanto mostrato in Fear the Walking Dead, in cui dopo alcune blande avvisaglie, il tutto degenera progressivamente, dai primi assalti, qui allusivamente lasciati fuori campo, poi la militarizzazione della zona, l’arrivo degli infettivologi e l’isolamento. Anche qui gli abitanti non comprendono cosa succede intorno a loro ed è questo, forse, che porta alla tragica disfatta del genere umano. Infine, come spesso accade in un film del genere, ci sono gli accessi di curiosità e filantropia, che raramente pagano, anzi di norma mietono più vittime che mai, senza contare che sono di sicuro lesivi al contenimento del male…

What We BecomeLa storia si concentra quindi sul vissuto dei personaggi principali che sperimentano su loro stessi il passaggio da dalla normalità, dalla quotidianità, al caos. Psicologico più che fisico, l’horror lavora sulla sensazione di forte oppressione, vengono praticamente murati in casa e uno spesso telo oscuro li isola dal mondo esterno, e sulla paura scaturita dall’incertezza di cosa stia succedendo davvero, sul terrore non solo del morbo, ma anche dell’esercito e degli spari in strada e così via. La narrazione è divisa tra claustrofobia delle mura domestiche e pericolosità de mondo esterno, affine in questo a quanto già fatto in maniera meglio riuscita in 10 Cloverfield Lane (sebbene lì la mostruosa creatura fosse aliena), qui il terrore, il senso di angoscia sono molto meno tangibili, meno reali. D’altra parte, di morti viventi, o infetti, se ne vedono pochi, quasi mai da vicino, solo dai buchi nella tela di isolamento, da lontano attraverso gli occhi di Gustav che spia le sinistre azioni dei militari, oppure nella sintomatologia di un’infetta. Probabilmente il fatto è dovuto alla scarsezza del budget, che porta a girare perlopiù in interni, a limitare le comparse e ancor più gli effetti speciali, o anche solo un certo make-up e l’uso di sangue; così per più di 60 minuti degli 80 totali non si vede uno zombie e solo nell’ultimo quarto d’ora ci viene offerto un assalto di massa.

Così arriviamo alla fine di What We Become e assistiamo ad un solo vero e proprio incontro tra vivi e non morti, in più non c’è nulla di inedito, ogni aspetto è terribilmente ritrito, le tematiche, l’evoluzione degli eventi come l’immaginario a cui viene fatto riferimento, è qualcosa di già stra-visto, di già mostrato e anche meglio. Rimane solo un mix di sentimentalismi e patetismo malamente messi in scena, di attesa di un acmé orrorifico che non avrà mai un degno appagamento – se non nella scarsa sequenza conclusiva – e, più di tutto, di noia.

Articolo
Titolo
[recensione] What We Become di Bo Mikkelsen
Descrizione
Nello zombie movie danese, la comparsa di una misteriosa epidemia rimane ammantata di cliché e tedio
Autore
Nome del publisher
Il Cineocchio
Logo del publisher

Articoli correlati

Inserisci un commento