26 aprile 2017

[recensione] Wolves at the Door di John R. Leonetti

Il regista di Annabelle firma un’inquietante resa dei terrificanti omicidi dalla setta di Charles Manson scegliendo di avvolgere i carnefici e le loro azioni nella totale oscurità

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26 aprile 2017
Wolves at the door 2

Oscuro e suggestivo, Wolves at the Door di John R. Leonetti (Annabelle) riesce a concretizzare gli efferati delitti della setta di Charles Manson, mostrando peraltro in maniera diretta pochissima violenza, eppure riuscendo così a risultare ancor più disturbante.

wolves-at-the-door-2016-posterE’ il 1969, la Summer of Love, ma oltre a pace e amore c’è qualcosa di molto più sinistro che serpeggia per le strade californiane. Ne abbiamo un assaggio nottetempo, una coppia borghese è assalita mentre sta dormendo, qualcuno bussa alla porta, poi si succedono scricchiolii sinistri e rumori di passi per le stanze della casa violata. Qualcuno è entrato, i due proprietari si chiudono nella stanza da letto, lei pronta chiama la polizia, la porta vibra mentre tentano dall’esterno di buttarla giù, poi arrivano gli agenti e tutto si risolve con solo qualche sinistra scritta “Little Pig” in rosso. Spesso si assiste a piccoli furti da parte degli hippy che però non sono pericolosi, tranquillizza i coniugi il detective accorso per l’effrazione, eppure constata che questo caso sia decisamente più inquietante del solito. Dopo il preambolo, a introdurre la forte sensazione che il male stia iniziando a insinuarsi tra le mura domestiche e nessuno sia più al sicuro, si giunge poi il fatto di cronaca tristemente famoso. Tratto da una storia vera, il film s’incentra infatti pressoché solo sulla terribile notte in cui alcuni membri della “Family” uccisero Sharon Tate, moglie incinta di otto mesi di Roman Polanski qui incarnata da Katie Cassidy, di Abigail Folger (Elizabeth Henstridge), Jay Sebring (Miles Fisher) e Voityck Frykowski (Adam Campbell). Conosciuta da tutti è di certo la terrificante vicenda, non c’è spazio per colpi di scena, ma lo svolgimento riesce a mantenere livelli di suspense altissimi, attraverso molteplici intelligenti escamotage narrativi e tecnici.

Anzitutto il ritmo è tenuto sempre molto alto, è un crescendo, inizialmente il pericolo è appena suggerito, sono i sommessi rumori all’esterno, poi delle sagome scure e sfuggenti alle finestre che si muovono repentine, infine qualcuno s’insinua all’interno. I misteriosi invasori, di cui sappiamo le identità ex ante dalla cronaca nera, non vengono però mai approfonditi nel film, al contrario Leonetti li mantiene sempre nell’ombra, l’occhio della camera non ne inquadra mai i volti, i dialoghi e il copione non ne delineano mai le psicologie. Si tratta di ombre, apparizioni funeste che si muovono nelle tenebre una volta staccata la luce alla villa, luciferini e inafferrabili e per questo oltremodo spaventosi. I killer, Charles “Tex” Watson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian, sono quivi spettri senza nome e senza volto, lontani dal protagonismo che spesso contraddistingue il villain facendone un’icona, si pensi al Leatherface di Non aprite quella porta (in The Texas Chain Saw Massacre di Tobe Hooper e seguiti / remake) e alla sua famiglia di assassini. Approccio comunque sia molto riuscito, quando dall’ombra uno o più di loro emergono, illuminati da bagliori di luci passeggere, sono raggelanti, paiono demoni, che si trascinano maligni e dolenti per le stanze vuote. Particolarmente spaventosa è Ashley Leilani che interpreta una non definita proselite di Manson, definita “capelli lunghi” (“Long Hair”), che tutta vestita di nero, curva e torva, saluta a distanza piano, psicotica e spettrale oltremodo.

wolves-at-the-door-2016-leonettiAllo stesso modo, la medesima tecnica funziona perfettamente per le scene più violente. Come per i carnefici, infatti, si procede secondo un procedimento di allusione, in cui l’agente come l’atto non sono mai messi a fuoco o ripresi per intero, ma la macchina da presa si concentra solo su alcuni dettagli, lasciando allo spettatore l’onere di completare con la propria fantasia i torbidi profili appena abbozzati. La paura così monta ancor di più, poiché nulla è maggiormente spaventevole dell’indefinito che colui che guarda può poi completare con i suoi incubi peggiori. Allora sentiamo il rumore metallico di un grosso martello che striscia sul cemento, in attesa di essere utilizzato per spaccare la testa a un malcapitato, oppure un uomo viene accoltellato ripetute volte da uno psicopatico, con una furia inumana, ma noi possiamo vedere solo il riflesso dell’omicidio nello schermo nero della televisione spenta, in cui si vede la figura dell’accoltellatore incombere vorace di morte sulla vittima immobilizzate e reiterare movimenti meccanici e velocissimi. A completare la percezione di mistero ci sono i movimenti di macchina: i campi lunghi inquadrano la casa immersa nel silenzio da un’angolazione inusuale, la camera fissa cattura i personaggi da lontano, come se venisse in questo modo tradotto il punto di vista degli aggressori, che vengono in altri casi seguiti nei loro movimenti e inquadrati solamente nei dettagli, una scarpa o una mano che impugna un coltello.

Così, la prassi della sottrazione, l’estetica del non detto, del non visto, del non messo a fuoco, risulta sconvolgente e capace di materializzare l’inesplicabile, l’essenza stessa di quei delitti incomprensibili nella loro atrocità, mantenendo vivo il fantasmatico e il demoniaco proprio dei loro abietti protagonisti, contrapponendosi ad opere sulla medesima tematica ben più fiction e meno convincenti quali la serie TV Aquarius. In ultimo, con un punto di vista originale quanto efficace, Wolves at the Door di Leonetti sa fornire un ritratto diverso della follia e dell’omicidio, che lascia del tutto atterriti e sconvolti.

Di seguito il trailer originle:

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[recensione] Wolves at the Door di John R. Leonetti
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Il regista di Annabelle firma un'inquietante resa dei terrificanti omicidi dalla setta di Charles Manson scegliendo di avvolgere i carnefici e le loro azioni nella totale oscurità
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