12 luglio 2017

[tesori animati] Dentro la mente di René Laloux: Il Pianeta Selvaggio

Riscopriamo e approfondiamo la seminale opera disegnata da Roland Topor, vincitrice del Premio speciale al Festival di Cannes del 1973

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12 luglio 2017
pianeta selvaggio

Scrivere una rubrica sul cinema d’animazione non è cosa di ogni giorno. Parlare di un’arte fin troppa sottovalutata è qualcosa che mi ha sempre affascinato. A partire da oggi, parlerò dei titoli e dei periodi storici più particolari che hanno influenzato la storia dell’animazione, scavando nel profondo di ciascuna pellicola. L’analisi della produzione, dell’idea alla base e di come una determinata opera si sia introdotta all’interno del vasto mondo dell’arte animata. Buona lettura.

Quello dell’animazione viene spesso considerato un genere per bambini. E’ una cosa ben risaputa, e in tante discussioni riemerge ciclicamente. Basterebbe informarsi – attraverso libri densi di studi e documentazioni a riguardo e/o con la visione delle pellicole più di nicchia – per capire che si parla invece di un fenomeno del tutto rispettabile e che, anzi, contribuisce costantemente in maniera fondamentale allo sviluppo della ‘settima arte’. Da ogni parte del mondo abbiamo avuto pionieri, che hanno speso le proprie vite al servizio dell’animazione. Ci sono stati periodi in cui si sono rilevati veri e propri picchi nel genere; nella prima metà del ‘900, l’americano Walt Disney ha dato un taglio favolistico e graficamente mai sperimentato prima alle sue storie, l’argentino Quirino Cristiani è stato lo sperimentatore per eccellenza e l’italiano Bruno Bozzetto ha creato uno stile riconoscibile a prima vista. Loro sono solo alcune delle menti geniali che hanno dato il via alla diffusione su larga scala dei disegni animati, autori che hanno rivoluzionato completamente gli standard della struttura atta a costruire un film, come anche ad esempio il russo Jurij Norštejn e il francese René Laloux.

pianeta selvaggio posterProprio quest’ultimo è il regista e co-sceneggiatore di Il Pianeta Selvaggio (La planète sauvage), opera franco-ceca tratta dal romanzo breve di fantascienza Homo Domesticus (Oms en série, 1957) di Stefan Wul, prodotta nel 1963 (tra gli altri, anche da Roger Corman), ma che dovette aspettare il 1973 prima di venir distribuita. La fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 è stato un periodo di transizione e di ricerca per la miglior formula che concentrasse realtà e fantastico; il film di Laloux segnò una generazione, dettando un nuovo livello di comprensione artistica, ovvero, come andare oltre gli schemi tradizionali per il grande schermo, creando una rivoluzione che potesse aumentare lo spettro dei temi trattati. Protagonisti sono i Draag, alieni dalla pelle blu alti decine di metri che abitano un pianeta di nome Ygam, che ha come unico satellite quello che viene chiamato il pianeta selvaggio, da cui vengono prelevati gli umani per diventare i loro animali domestici, gli Oms. Una pellicola che fonde l’arte con l’ultra-terrestre, dove la metafisica prende piede e diventa il fulcro della narrazione. Reale e soprannaturale. La storia, che mescola la specie umana e l’aliena, mette in luce le diverse culture che regolano la vita. Questa volta, la trama si sviluppa dal punto di vista dei “diversi”, cioè i Draag, esseri però appartenenti qui alla razza predominante. Una società perfettamente organizzata in modo gerarchico e con delle rigide regole da rispettare. Le atmosfere chiaro-scure, i colori sgargianti e la strana conformazione corporea degli alieni contribuiscono ad ampliare il raggio di comprensione della situazione trattata. Circostanze fondamentali per far capire che ci troviamo in un immaginario sconosciuto, parallelo al nostro mondo. Ci ritroviamo in un mondo che riprende le grandi opere di Salvador Dalì, quelle più estreme e dal tratto estremamente astratto. Ci si perde in un fiume di pitture ed elementi che solo il regista aveva ben chiari in mente. Si potrebbe paragonare Il Pianeta Selvaggio a un sogno allucinatorio, impregnato di conoscenze del tutto estranee a un pubblico non abituato ad uscire dagli schemi tradizionali. Gli umani selvaggi non accettano le menti dei Draag, considerandole il Male; vengono organizzate vere e proprie spedizioni contro di essi, con lo scopo di procurarsi cibo e le risorse per sopravvivere. Ci sono, addirittura, induttori a forma di corona che permettono di raccogliere informazioni sulla struttura fisica dei Draag e capire così come penetrare nella loro società e recuperare i ricordi persi nei secoli.

Sotto l’attenta e minuziosa regia di Laloux si crea un immaginario variegato, in grado di mettere in contrapposizione due civiltà dalle mentalità opposte e conflittuali. La pellicola diventa un viaggio tra immense lande e omaggi ai geni del nostro tempo. Un vero capolavoro, un classico senza tempo, capace di stupire ancora oggi. Insieme ad altri film del calibro di Fritz il gatto di Ralph Bakshi (1972), Walking Life di Richard Linklater (2001) e altri esempi di cinema estremizzato, Il Pianeta Selvaggio non può che ergersi come una pietra miliare del cinema d’animazione e dello studio dell’evoluzione tecnologico e sociale di due civiltà. In tutto questo, bisogna rendere il giusto tributo al disegnatore Roland Topor per aver assistito Laloux nella realizzazione di questa perla di rara bellezza, che si aggiudicò il Premio speciale al Festival di Cannes del 1973.

Di seguito il trailer originale di Il Pianeta Selvaggio:

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[tesori animati] Dentro la mente di René Laloux: Il Pianeta Selvaggio
Descrizione
Riscopriamo e approfondiamo la seminale opera disegnata da Roland Topor, vincitrice del Premio speciale al Festival di Cannes del 1973
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Il Cineocchio
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