1 agosto 2016

Cineocchio Dossier – Il genere non genere dei videogame al cinema (Parte IV)

Dal 2005 viviamo nei secoli bui dei videogiochi sul grande schermo e il futuro non è mai stato così nefasto

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1 agosto 2016
mila mark max payne

Dal 2005 in poi

APPLE JOBSMentre la tecnologia iniziava i suoi balzi portandoci a migliorie solo immaginate fino a pochi anni prima, una porzione delle nostre anime moriva per sempre. I Secoli Bui dei Videogiochi sul Grande Schermo ebbero inizio. Uwe Boll ne fu il suo araldo e l’Alto Medioevo che portò continua fino a oggi…

Ci riprendiamo da un incidente in macchina. Siamo ancora frastornati, ma non possiamo fare a meno di notare che fuori dalla nostra vettura c’è una nebbia molto fitta e la mancanza di nostra figlia. Da bravi genitori andiamo immediatamente alla sua ricerca. Sembra una città fantasma e non sappiamo dove sia finita Cheryl. Le cose si complicano quando proviamo a seguire il rumore di alcuni passi. Nostra figlia, che sembra aver subito un’adolescenza prematura dato che non ci vuole più parlare, si fa seguire in un complesso residenziale. Superato un cancelletto cigolante, una carcassa animale insanguinata ci sbarra la strada. Corriamo più veloce alla ricerca di nostra figlia, ma una sirena in lontananza accompagna una repentina diminuzione della luce. Da un giorno nebbioso si passa velocemente a un buio pesto. Il nostro accendino è l’unica cosa che ci può aiutare, ma sarebbe stato meglio non accenderlo affatto. Siamo circondati da inferriate e filo spinato; coperte di sangue. Dei cadaveri umani sono appesi in quella che sembra una gabbia e delle creature ripugnanti compaiono dal nulla. Vogliono ucciderci, forse anche divorarci. Proviamo a scappare, ma siamo in trappola. Le creature ci raggiungono e poi il buio ci ghermisce.
Così inizia il videogioco Silent Hill.

Silent Hill videogiocoRaccontare la storia del franchise è un po’ complesso. Molti sono i protagonisti che si sono susseguiti nel corso delle varie edizioni ludiche, ma erano presenti alcuni fattori comuni: qualcuno finisce a Silent Hill, arriva il paranormale, deve confrontarsi con il passato. Se il pathos e la tensione creata dalla Collina Silente sono diventati degli standard qualitativi per titoli del genere horror, lo stesso possiamo dire della sua trasposizione cinematografica se paragonata a una puntata di Tom&Jerry. Avevano a disposizione una città fantasma che si trasforma nell’Inferno in Terra. Avevano a disposizione la possibilità di inserire qualsiasi personaggio con una motivazione per recarsi lì. Avevano piena libertà d’azione, a patto di rimanere all’interno di alcuni vincoli da non superare. Hanno voluto strafare e spiegare la storia che ha portato alla nascita di Silent Hill. Per quanto possiamo aver apprezzato la fotografia, gli effetti speciali, la scenografia e un pochino della trama, tutto il resto era veramente brutto per un film visivamente così bello. La storia era così piatta che Gwyneth Paltrow ha una quinta in confronto. Il ritmo della pellicola era così lento da poter conciliare il sonno e i colpi di scena non sono mai entrati nella città di Silent Hill; si sono persi nella nebbia.

Nonostante tutto gli incassi non furono deludenti quanto la risposta del pubblico. Vogliamo comunque imputare la nostra insoddisfazione a due momenti:

  1. Aver relegato lo “spiegone” a un lungo monologo al termine della pellicola. La storia è troppo diluita e non acquista un senso intrigante finché non ci vengono spiegati alcuni retroscena…peccato che subito dopo ci sia una mattanza e che arrivi poco prima del finale. Ci illude dopo un’ora e quaranta minuti di nulla, anche se un nulla costruito visivamente molto bene, con finalmente qualcosa di interessante per poi concludere con un finale senza senso. Parlare di spoiler per questa pellicola ci sembra eccessivo, essendo ormai uscita da più di   un decennio, ma la moglie di Sean Bean che torna a casa loro con la figlia e vivono in due dimensioni separate anche se sono nello stesso posto…è troppo anche per i palati dai gusti simili a quelli di Gianni Morandi.
  2. Aver lasciato in vita Sean Bean!

silent hill beanDato che errare è umano, ma perseverare è diabolico come le creature della collina, dopo sei anni arrivò anche il sequel. Gli incassi, grazie i pareri negativi che stroncarono la prima pellicola, furono inferiori e la scelta del 3D non fece gridare al miracolo. Il tempo dovrebbe portare consiglio, ma in questo genere porta solo altri copiosi fallimenti. Abbiamo dovuto eliminare dal nostro dossier alcuni titoli, che non prenderemo in analisi, ma non ci siamo certo dimenticati della saga di Hitman sul grande schermo.

Una volta, tanto tempo fa nel 2001, c’era un poliziotto di New York alla ricerca di vendetta per la morte della sua famiglia. Un principe che di azzurro forse aveva i calzini e che portava con sé una storia fatta di noir crudo, incubi e allucinazioni derivate da abusi di alchool e droghe. Una favola che riusciva a mescolare una sceneggiatura toccante (ndr: le tavole disegnate!!!), dei toni d’azione degni di John Woo e i grandi combattimenti ai quali Matrix ci aveva abituato grazie al bullet time integrato nel sistema di gioco.
Un brutto giorno arrivò il lupo cattivo della 20th Century Fox a rovinare tutto e lo fece camuffandosi con la faccia degli attori: Mark Walhberg e Mila Kunis.
Non ci riferiamo a Ted, ma alla pellicola del 2008 dal titolo “Max Payne”.
Che sia una coincidenza l’uscita del film e l’inizio della grande crisi economica? Noi non crediamo.

La storia viene raccontata “in media res”, cioè inizia già nel vivo dell’azione. Max è sulla cima di un palazzo dopo aver fatto schiantare un elicottero e sta arrivando la polizia. Un flashback ci porta a tre anni prima quando il protagonista viveva il sogno americano. Una bella moglie, una figlia e un posto fisso nella polizia di New York. Ero solito rinunciare spesso alle lusinghe della DEA per non rischiare troppo nel suo lavoro e poter tornare nel suo castello in periferia ogni sera. Anche se quella mostrata sarà l’ultima… Tornato a casa Max scoprirà che un gruppo di strafatti ha fatto irruzione in casa e ucciso la sua famiglia. Non sappiamo cosa abbia fatto in quegli anni, ma scopriamo che alcuni giorni prima dell’inizio presentato, Max lavorava sotto copertura per la DEA.
La missione è molto pericolosa e i cadaveri non si fanno attendere.

max payne videogameIl resto della storia non vogliamo raccontarvela, è così bella che merita una vostra visione approfondita se vi abbiamo solleticato!
Torniamo al nostro Lupo Cattivo Mark Walhberg che inizia anche lui “in media res”, ma in un fantastico miscuglio tra sogno, delirio e incubi. Il tutto contornato da un blando tentativo di monologo ad effetto che dovrebbe avere lo scopo di catalizzare l’attenzione dello spettatore. Quello che resta da chiederci, è su cosa catalizzare l’attenzione?
Nel fantastico panorama delle trame realizzabili, una volta tanto, hanno deciso di tenersi abbanstanza in linea con quella del titolo ludico. Una scelta che si sarebbe potuta anche rivelare vincente se la produzione fosse stata in grado di ricreare il pathos e le scene d’azione originali.

Ci siamo trovati di fronte a una pellicola pesante, noiosa, piena di attori sottotono e con dell’azione pari a quella del telefilm The O.C. (ndr: e tutti ci ricordiamo le risse di Ryan).
Alla fine risulta un tentativo di dipingere un paesaggio noir a New York che scade in un miscuglio di scene d’azione malamente realizzate. Se le scene del videogioco erano incentrate sul bullet time, nel film c’è solo una mezza sequenza in cui viene utilizzato. Una fantastica scena nella quale il protagonista fa una supplex al suo fucile a canne mozze mentre uno dei cattivi di turno viene investito da una rosa di pallettoni a metri e metri di distanza.
Quello che però fa precipitare qualsiasi giudizio sta nell’uso della mitologia norrena. Nel videogioco ci sono molti riferimenti alla cultura vichinga, ma rimangono solo un sottotesto nell’economia del titolo. Nel film vengono esagerati in un modo così inutile che ci chiediamo se serviva davvero spendere la stragrande parte del budget per realizzare fin troppe scene con effetti speciali di presunte valchirie.
Il risultato è l’allontanamento completo dal pathos che ci si poteva aspettare, a favore di un thriller d’azione in grado di non essere nè l’uno, nè l’altro.
…e pensare che al regista John Moore gli avevano anche affidato “Today is a Good Day to Die Hard” sperando facesse qualcosa di eccezionale. Come ci ha insegnato Jack Slater: “Madornale Errore”.

prince of persia videogameDi madornali errori se ne intendono sia alla Disney che alla Ubisoft, ma questa volta lasceremo per terra la pesante ascia della critica per abbracciare un titolo che vede protagonista un principe di Persia.

Una volta tanto non ci riferiamo al più noto Serse, ma a un nobile senza nome protagonista di una serie di videogiochi dal lontano 1989. I primi titoli erano delle avventure grafiche, composte da diversi livelli platform da superare, che prendevano spunto da i racconti di “La Mille e una notte” e i “Predatori dell’Arca Perduta”.
Per quanto gli inizi potessero avere un certo appeal, la Disney decise di trarre il suo film dalla seconda trilogia che, come raramente accade, erano anche meglio dei predecessori. Scusate, ci viene un nodo in gola e dobbiamo tossire… coff… coff… Jar Jar Binks… La… Guerra… dei.. Cloni… coff… coff.
Liberati di un qualcosa di marcio che si annidava dentro di noi da tempo immemore (ndr: No JJ, il tuo compitino con l’ultimo SW non ha fatto dimenticare il passato), possiamo arrivare alle Sabbie del Tempo.
Il successo videoludico della seconda trilogia stava nell’aggiunta di una componente combattimento dove il protagonista poteva utilizzare i poteri derivati dal suo pugnale “temporale”. Riavvolgere il tempo e fermarlo sono solo due esempi di cosa poteva fare il nostro nobile senza nome. La storia raccontata invece era molto fiabesca e solo nel secondo capitolo “Warrior Within” acquisiva un tono più “dark & gritty” a dimostrazione del fatto che non solo Batman poteva diventare un cavaliere oscuro.

gemma prince persiaIl film prodotto dalla Disney invece si allontana molto dalla storia vista nei videogiochi, a dimostrazione del fatto che non è sempre necessario mantenersi fedeli per proporre una pellicola valida. Decide di prendere due famosi Donnie nei ruoli di regista e protagonista: Mike Newell, regista di Donnie Brasco, Jake Gyllenhaal, protagonista di Donnie Darko e gli aggiunge la stupenda Gemma Artenton come co-protagonista femminile. Il risultato è una storia senza infamia e senza lodi, alla quale partecipa anche un Sir Ben Kingsley sempre apprezzabile anche in un’improbabile scena d’azione, piacevole da seguire e che prende spunto dall’arma del protagonista videoludico.

Prendere un personaggio senza un background definito alle spalle, com’era quello del videogame Prince of Persia, e reinventarlo di sana pianta per raccontare la classica fiaba Disney si è rivelato vincente. Il lieto fine telefonato fin dai primi minuti lo è anche per quanto riguarda la risposta del pubblico! Prince of Persia: The Sands of Time è il più grande successo di questo genere non genere incassando la cifra di 337 milioni di dollari.
Vi lasciamo con il trailer del film e, in caso non l’abbiate visto, ve lo consigliamo per una serata senza impegno:

videogame

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