22 febbraio 2016

Cineocchio Dossier – L’altro cinema belga (Parte I)

Dalle Fiandre emerge un cinema che rivendica con sempre più fierezza la propria identità, ben distinta dalla tradizione francofona e dotata di una propria specificità rispetto alla vicina Olanda. Inizia un viaggio attraverso l’altro cinema belga.

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22 febbraio 2016
the misfortunates

Ma il Belgio esiste ancora?

quinta stagione locandinaIl Belgio è uno stato federale composto da tre regioni. Una di queste è la Vallonia, popolata da circa 3 milioni e mezzo di abitanti di lingua francese, pari a poco più del 30% della popolazione totale. Al suo interno vi è una piccola comunità di lingua tedesca, composta da una manciata di comuni che tra prima e seconda guerra mondiale sono stati dapprima ceduti, poi annessi ed infine nuovamente ceduti dalla Germania al Belgio. C’è poi la piccola regione di Bruxelles, al cui interno vi è l’omonima capitale del paese. Nonostante si estenda per soli 160 km² è popolata da quasi 1 milione e mezzo di abitanti, circa il 10% della popolazione totale, è ufficialmente bilingue ma nei fatti il 90% è francofono. La minuscola regione di Bruxelles è situata nel bel mezzo della più popolosa delle tre regioni del Belgio, poco meno di 6 milioni e mezzo di abitanti, pari a circa il 60% della popolazione totale, è ufficialmente di lingua olandese ma nella realtà trattasi di una sua variante che possiede diverse specificità sul piano lessicale ed è detta, piuttosto impropriamente, fiammingo. Questa è la regione delle Fiandre.

Al di là del provocatorio titolo, questo noioso preambolo geografico è un punto di partenza necessario per inquadrare la frammentata realtà belga e quanto complesso e spesso difficile sia il rapporto tra le diverse entità linguistiche. Quel che questi freddi numeri non dicono è che nei fatti molti fiamminghi sanno parlare il francese, pur avendo generalmente poca voglia di farlo, mentre pochi valloni sanno parlare il fiammingo ed hanno ben poca voglia di impararlo. Problemi linguistici ma soprattutto relazionali che si riflettono negativamente tanto nel commercio quanto nella vita di tutti i giorni.

L’altro cinema belga

EX DRUMMER grandeDiversità, specificità e difficoltà che lette ed elaborate hanno portato negli anni a costituire quella che caratterialmente, persino più che produttivamente e linguisticamente, è divenuta una cinematografia fiera e identitaria, in espansione e crescita costante, amata dalla sua gente che assalta le sale per vedere i propri film, con percentuali di fruizioni del prodotto interno in linea con l’eccellenza europea, ed è per questo che qui proveremo a tracciare un percorso parziale attraverso il cinema fiammingo contemporaneo, senza alcuna pretesa di completismo ma con l’intento di creare spunti d’approfondimento su autori, singole opere e peculiarità de “L’altro cinema belga”.

Nerbo e vitalità attraversano stili tra il folle e il bizzarro

alabama monroe locandinaUn episodio è utile a descrivere il misto di bizzarria e follia che è tratto distintivo di molto del miglior cinema fiammingo. Festival Di Cannes del 2009, il giovane regista Felix Van Groeningen presenta il suo “De Helaasheid der dingen” (The Misfortunates, 2009) e per farlo insieme al suo cast sfila in bicicletta lungo le strade della città, lo fanno però pedalando completamente nudi e con gioiosi sorrisi stampati in faccia. Sorrisi che veicolano un film fatto di sbronze colossali, puzza d’alcol appiccicato sulla pelle e piscio sedimentato sui muri, un sudiciume di vite a pancia all’aria e culo nudo, una commedia greve e scurrile, spassosa nel suo spingere all’estremo ma cruda e drammatica nel delineare destini disperati, senza compiacimenti e intellettualismi, solo uno sguardo allucinato ma sincero, mai accondiscendente. Felix Van Groeningen, che due anni prima con il generazionale “Dagen Zonder Lief” (With Friends Like This, 2007) raccontava sei trentenni in equilibrio instabile tra spensieratezza e presa di coscienza della sopraggiunta maturità, ragazzi per cui ogni idea è un sogno, ogni sera un’avventura, ogni amico un fratello, poi arriva la vita, ti prende a cazzotti e niente è più come prima. Un registro completamente diverso da quel “The Broken Circle Breakdown” (Alabama Monroe – Una storia d’amore, 2013) assurto a notorietà internazionale e candidato all’Oscar. Un ritratto doloroso e spietato, sapientemente contrappuntato da note di musica folk americana, in cui sogni e desideri naufragano in una vita che appare senza speranza alcuna, in cui aggrapparsi alla tristezza assoluta è l’unico modo per rimanere a galla. Tutt’altra musica ma sempre protagonista aggiunta nel corale “Any Way the Wind Blows” (2003) di quel Tom Barman già cantante e chitarrista degli storici dEUS. Any Way The Wind Blows grandeUn bel po’ di gente, assai disinvolta, per le strade di Anversa con nulla da fare o pretendere se non andare ad un party di qualcuno che non conoscono. Va dove ti porta il vento ma con un gran ritmo, con l’alternarsi delle storie che avviene come il cambio di traccia di un dj ed una folata di vento gradevole. Una musicalità e un andamento sinuoso che lo rendono un film adorabile, pur senza dire o fare granché. Rock urlato e sputato in faccia allo spettatore è invece quello di “Ex Drummer” (2007) di Koen Mortier, film dall’attitudine punk tanto nell’estetica e lo stile quanto nella vicenda raccontata. Una band di disadattati e deviati le cui gesta vengono filtrate da un occhio allucinato come il miglior Gaspar Noé e virtuosistico come il Danny Boyle degli esordi. Di tutt’altro genere il successivo “22 mei” (22nd of May, 2010), un quadro polveroso e funereo sulla morte ed il dramma della sopravvivenza in una vita di routine. Un viaggio surreale e onirico disegna il senso di colpa di un paese partendo dal singolo, attraverso una narrazione circolare e dilatata. D’ambientazione diversa ma di simili atmosfere oniriche è il più compiuto e ispirato “La Cinquième Saison” (La quinta stagione, 2012) dei coniugi Peter Brosens e Jessica Woodworth. 22 meiUn progressivo disfacimento, ambientale e umano, di un mondo rurale bloccato nel suo inverno ma destinato a sopravvivere in un perenne e grigiastro autunno, un grigio sporcato di fango, sangue e sterco. Una lunga e allegorica messa funebre, capitolo conclusivo d’una trilogia sul rapporto uomo\natura di cui fanno parte i diversissimi “Khadak” (2006) e “Altiplano” (2009), ambientati rispettivamente in Mongolia e Perù e attraversati da un percorso autoriale antologico dominato dalla sofferenza come inevitabile spunto per una compiuta rinascita.

Continua…

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