10 maggio 2016

Cineocchio Dossier – To protect and serve: il poliziesco americano contemporaneo, da Training Day a Codice 999 (Parte II)

Continua la ronda tra le pellicole scritte e dirette da David Ayer, ma non mancano altre voci che si distinguono nel panorama degli anni 2000

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10 maggio 2016
End of Watch

Dicevamo di David Ayer, che tra sceneggiature e regie fa decisamente la parte del leone in questo speciale, per cui invece di procedere in ordine cronologico ci concentriamo ora sul suo contributo al genere, per poi discutere una mezza dozzina di altre pellicole, che sono di interesse per il nostro discorso.

Dopo Training Day, Ayer scrive le sceneggiature di The Fast and the Furious (2001), Dark Blue – Indagini Sporche (2002) e S.W.A.T. (2003).

dark blueDark Blue, scritto insieme al grande James Ellroy (La Dalia Nera, L.A. Confidential), narra una storia di sbirri corrotti, nei giorni del pestaggio di Rodney King e del conseguente proscioglimento dei poliziotti coinvolti. Le storie individuali arrivano al pettine proprio quando Los Angeles viene messa in ginocchio dalle Riots del 1992. Dark Blue, diretto da Ron Shelton (Chi non salta bianco è, 1992) è un racconto corale che trova i suoi punti di forza proprio nella classicità del genere, ma il cinismo ostentato è molto più moralista di quanto vuole dar a vedere. In particolare la conclusione ne diminuisce la forza e mostra la mancanza di coraggio di andare fino in fondo. Un elemento che era già presente in Training Day (chi ha letto bene Ellroy, faticherà a credere che questo è il finale che aveva in mente). In ogni caso, Dark Blue è un solido esempio di poliziesco con un ottimo Kurt Russell nel ruolo del protagonista.

SWAT filmS.W.A.T., ossia l’acronimo per i corpi speciali della polizia, sposta invece il peso decisamente sul versante dell’azione. La storia è ridotta agli stereotipi del genere, con una trama prevedibile, dialoghi banali e caratterizzazioni approssimative dei personaggi. Basata sulla serie dello stesso nome, andata in onda nel 1975/76, include nel suo cast il sempre efficiente Woody Harrelson, Samuel L. Jackson, i lanciatissimi Michelle Rodriguez e Jeremy Renner, nonché un Colin Farrell, da poco promosso a nuova superstar di Hollywood. La messa in scena di Clark Johnson, qui alla sua prima regia è cinetica, in linea con i film d’azione del periodo, ma manca completamente di catturare la tensione e la frenesia degli eventi. In altre parole, si dimentica già a fine visione. L’elemento più interessante è che anche in questo caso Ayer include nuovamente una scena (l’apertura del film), che prende spunto dalla realtà, il famoso North Hollywood Shootout del 1997 (che a sua volta era stato in qualche modo ispirato dalla finzione di Heat – La sfida).

Harsh TimesAyer tra il 2005 e il 2012 realizza tre pellicole, due delle quali anche scritte da lui. Questa trilogia non ufficiale di Ayer comprende Harsh Times – I giorni dell’odio (2005), Street Kings – La notte non aspetta (2008) e End of Watch – Tolleranza Zero (2012).
Harsh Times in realtà non è un vero poliziesco, ma un crime movie, in cui solo uno dei due protagonisti (Christian Bale) è un ex-Army Ranger, che vorrebbe entrare nella polizia, ma che soffre di stress post traumatico. Lo citiamo soltanto, perché è comunque evidente che rientra nello stesso “universo” degli altri film scritti e/o diretti da Ayer, dandone però un punto di vista diverso. Detto questo, Harsh Times per quanto cupo e disperato, si regge soprattutto sull’interpretazione di Bale, ma il risultato finale non convince per niente.
Street Kings è il primo film diretto, ma non scritto da Ayer. Inizialmente infatti la regia doveva andare a Spike Lee. Le prime stesure, con il titolo The Night Watchman, sono nuovamente opera di James Ellroy, ma la sceneggiatura finale è firmata da Kurt Wimmer (suoi anche gli script degli abissali remake di Il caso Thomas Crown, Robocop e Point Break, praticamente un killer seriale) e Jamie Moss. Nonostante la trama intricata, la violenza esasperata e una moltitudine di personaggi, Street Kings si riduce al solito poliziesco in cui tutto e tutti sono corrotti. Il cast è solido (tra cui Keanu Reeves, Hugh Laurie, Chris Evans, Forrest Whitaker e i rapper Common e The Game), ma si ritrova intrappolato in un film scontato e di maniera.
Nel 2012 infine esce End of Watch, senza dubbio il più riuscito dei tre. Se le altre regie e sceneggiature di Ayer si concentrano principalmente sulla corruzione e sull’eccesso di forza e l’abuso di potere, qui la situazione viene invertita. Ayer, che è cresciuto a South Central Los Angeles e che ha diverse amicizie nel LAPD, con End of Watch ha voluto raccontare soprattutto il rapporto di lavoro e d’amicizia che lega i poliziotti, concentrandosi sulla routine quotidiana degli agenti. Stilisticamente Ayer sceglie di dare il suo contributo al genere del found footage, alternando il tutto però con riprese tradizionali. Se questo tipo di approccio spesso è confuso e/o inutile, in End of Watch aiuta ad aumentare realmente il coinvolgimento da parte dello spettatore, grazie anche alle ottime interpretazioni di Jake Gyllenhall e Michael Pena. Un discreto poliziesco nella tradizione di classici come I Nuovi Centurioni.

Bruce Willis solo 2 oreRitorniamo indietro di qualche anno. Nel 2005 esce Dirty – Affari Sporchi di Chris Fischer. Considerato da quei pochi che l’hanno visto come rip-off di Training Day, nonostante qualche somiglianza (soprattutto nel personaggio di Cuba Gooding Jr.), si rivela in realtà un film piuttosto solido. Già dal titolo si capisce che ancora una volta si parla di sbirri corrotti, tanto che possiamo considerarlo l’altra faccia di End of Watch. I riferimenti allo scandalo Rampart sono evidenti e Fischer sceglie una messa in scena interessante, con contaminazioni da film horror, descrivendo una Los Angeles desolata e squallida, in cui la violenza la fa da padrone. I due protagonisti sono pedine in un gioco più grande di loro e solo nel finale il puzzle si compone del tutto. Nulla di trascendentale, ma una visione da parte degli appassionati è consigliata.

Dirty fisherOtto anni dopo Arma Letale 4 (1998), Richard Donner torna al poliziesco con 16 Blocks – Solo 2 ore (2006), film che ad oggi rimane la sua ultima regia.
La trama è ridotta all’essenziale. Il detective Jack Mosley (Bruce Willis), un poliziotto alcolizzato e disilluso, ma onesto, ha due ore (16 isolati, la traduzione del titolo originale trasmette meglio la dinamica del film) per scortare un prigioniero, Eddie Bunker (Mos Def), al palazzo di giustizia. Eddie è l’unico testimone in un caso di corruzione, in cui sono coinvolti numerosi poliziotti. Ovviamente, nessuno lo vuole vedere arrivare vivo alla testimonianza e così Jack si trova in mezzo a un fuoco incrociato. Riusciranno ad arrivare a destinazione? Solo 2 ore è in realtà un western metropolitano, mascherato da poliziesco. Willis è il classico anti-eroe, che alla fine si ritrova a difendere i suoi ideali (e quelli di una nazione), perché solo quelli gli sono rimasti, anche se questo gli può costare la pelle. Un bel film, che purtroppo perde qualche punto nel finale inutilmente sdolcinato.

Nello stesso anno Michael Mann realizza finalmente il tanto atteso adattamento cinematografico di Miami Vice. Non è questo il posto per una recensione approfondita, ma ci basta dire che rasenta il capolavoro. Mann crea una versione fedele allo spirito e all’estetica della serie televisiva, senza dimenticarsi che sono passati 15 anni per un film che va oltre il genere.

continua…

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